Meritocrazia: un ideale da perseguire?

 

Perché è importante che i vari ruoli che costituiscono la nostra società vengano assegnati secondo il criterio della meritocrazia?  

 

di Vittoria Pettenon

 

 

«La giustizia è fare ciò che ci tocca»: così Platone nel IV libro della Repubblica, dopo aver suddiviso la società in tre classi, dà le coordinate per la realizzazione di uno Stato ideale: ognuno dovrebbe svolgere il proprio compito, quello per cui la natura l’ha predisposto e per cui si è applicato. Se così fosse, perché ancor oggi, a distanza di oltre 20 secoli, il criterio utilizzato non è ancora sempre la predisposizione, l’impegno, la passione, il sacrificio? Perché ancora troppo spesso una persona viene scelta per il contesto in cui è nata e cresciuta e non per quello che concretamente ha costruito nella sua vita?

 

La nostra storia dimostra l’importanza di affidare i vari ruoli a chi più lo merita, e sa dimostrare di meritare.

Roma, II secolo d.C.: definito dagli storici beatissimum saeculum, è il secolo di massimo splendore e prosperità dell’impero romano, che segue e precede periodi di alternarsi di sovrani virtuosi e dispotici, di continue guerre civili e di congiure. La svolta viene attuata dall’imperatore in carica Nerva (96-98 d.C.), che decide di adottare come figlio colui che presenta tutte le attitudini e caratteristiche ottimali per adempiere al ruolo di sovrano, dando così inizio al noto principato per adozione e interrompendo il sistema dell’eredità del potere, dimostratosi inappropriato, ma soprattutto inefficace. Grazie alle sue qualità, l’optimus princeps nominato aveva il consenso di senato ed esercito, e di conseguenza poteva esercitare pacificamente il proprio potere su tutte le classi sociali.

 

L'imperatore Traiano
L'imperatore Traiano

 

Altro esempio significativo è la simonia, una pratica che a partire dal IX secolo si è diffusa nel mondo cristiano, che consisteva nel commercio di beni spirituali e nella compravendita di cariche ecclesiastiche. Durante il Medioevo la visione del mondo era teocentrica, come dimostrano per esempio la poetica di Dante Alighieri e la comune credenza che l’autorità regale provenisse direttamente da Dio (Giona di Orléans, De institutione regia). La poetica di Giovanni Boccaccio, invece, documenta la visione antropocentrica che inizia a caratterizzare la società; la fede verso Dio comincia in questo periodo a calare. Per i credenti era ancora impossibile condurre una vita religiosa autonoma, vista per esempio la mancanza di Sacre Scritture tradotte nella lingua comune, ed era quindi essenziale la presenza di guide che sapessero illustrare ai fedeli il percorso da seguire. Le cariche ecclesiastiche, però, erano vendute a chi poteva permettersele e non affidate a coloro che erano spinti da profonda vocazione e potevano quindi svolgere l’importante incarico in modo ottimale.

 

Un altro esempio, più attuale, è il passaggio aziendale generazionale; come confermano i risultati di un’indagine del Centro di Ricerca sulle Imprese di Famiglia (Cerif), questo sistema, se non seguito con estrema precisione ad attenzione, è inadeguato ed inefficace. Infatti, su un campione di PMI, il 71% sopravvive e completa il passaggio generazionale, il 17% è ancora in fase di svolgimento, e il 12% fallisce. La percentuale di imprese che terminano la loro attività è quindi eccessiva. Perché questo sistema non funziona? Nonostante la predisposizione, le passioni e, talvolta, il percorso di studi, spesso si tende a seguire la strada dei propri genitori per comodità e per non deludere le loro aspettative. Queste ricorrenti situazioni arrecano indubbiamente uno svantaggio sia al singolo, che rischia di rovinare la propria carriera, sia all’impresa, in quanto, se non guidata da qualcuno di competente, non riuscirà più a produrre e guadagnare; di conseguenza, anche la società intera verrà danneggiata.

 

 

Da questi esempi risulta in modo chiaro e semplice quanto sia opportuno ed efficiente affidare le numerosissime cariche che formano la società a persone idonee, che sappiano svolgere quel determinato incarico nel modo migliore.

 

A questo punto, sorgono spontanee due domande:

  1. Come si può sapere anticipatamente che una persona è veramente adatta a quel lavoro?

  2. Se bisogna dare spazio alla meritocrazia, vuol dire che esistono le disuguaglianze; chi più merita di avere un ruolo maggiormente prestigioso, deve eseguirlo. Come si giustifica questa differenza? Non dovremmo essere tutti uguali?

Per scegliere qualcuno prima di assegnare l’incarico, bisogna innanzitutto consultare il percorso di studi, che dimostra le capacità trasversali (soft skills, come team working, problem solving) e specifiche (hard skills, proprie del determinato ambito) di ogni persona. Non in secondo piano per una scelta ottimale, è il dialogo: se si sa dimostrare di meritare, con argomentazioni non contraddittorie ed opportune, nessuno si opporrà all'affidamento del ruolo. Infatti, da un confronto affrontato nel modo migliore emergerà sempre il bene comune e il vantaggio che la scelta finale porterà a tutte le parti, e di conseguenza queste si troveranno d’accordo (nel nostro caso, tutti riterranno migliore per il ruolo lo stesso candidato).

 

La parola disuguaglianza è molto ambigua e spesso non viene interpretata nel modo corretto, come spiega Montesquieu nelle Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza:

 

« Quella, che si chiama unione in un corpo politico è una cosa di molto equivoca: la vera è un’unione di armonia, che fa che tutte le parti, per quanto opposte a noi sembrino, concorrano al ben generale della società, come le dissonanze nella musica concorrono all’accordamento totale. »

 

La disuguaglianza viene spesso confusa con la suddivisione in ruoli che, a differenza della disparità contraddittoria e non giustificata, è necessaria per il bene della comunità. In una società ideale non esistono disuguaglianze ma soltanto compiti diversi: proprio per la proprietà di essere ideale, i ruoli sono svolti da persone competenti e che vengono riconosciute come tali da tutti; di conseguenza il grado di bene raggiunto è il massimo, così come quello di democrazia, in quanto tutti sono posti nelle condizioni di capire quale sia la scelta migliore. La comunità si troverà d’accordo su chi deve svolgere un compito e chi un altro, e il consenso sarà quindi diffuso. Si può definire una democrazia perché, nonostante qualcuno adempia ad un ruolo superiore a quello di qualcun altro, anche colui che apparentemente si trova in posizione di svantaggio è consapevolmente condotto al suo bene.

 

Perché nella nostra società la divisione degli incarichi diventa disuguaglianza?

Il problema sorge quando i compiti vengono assegnati o conquistati da persone che non hanno le competenze tali per svolgerli (e di conseguenza non sanno dimostrare con tesi e azioni non contraddittorie che meritano quel ruolo e il vantaggio che possono arrecare a tutti). In questi casi il diritto di esercitare un compito diventa un privilegio: non avendo le capacità, non si attiene al dovere che il ruolo implica; e altri potrebbero svolgerlo in un modo migliore. Da questa prima disuguaglianza nascono poi tutte le altre, in quanto si crea disordine, il grado di democrazia diminuisce, chi viene guidato non è più posto nelle condizioni di fare il bene, proprio a causa di chi lo guida.

 

In conclusione, i ruoli che compongono la nostra società sono un bene e un vantaggio, ma restano tali solo se svolti da coloro che li meritano.

 

9 giugno 2021