Il buon italiano e il cattivo tedesco: adesso tocca a Dante

 

Orgoglio patriottico culturale in difesa di Dante: che errore madornale!

 

 

Non avrei mai non dico tradotto ma neppure letto l'articolo di Widmann se non fosse stato per la reazione della stampa italiana. E immancabile la televisione con i suoi tiggì, vera condanna biblica della opinione pubblica nazionale. Ma qui non vorrei anteporre i mie giudizi di valore, pessimi, sullo stato della comunicazione nel nostro sfortunato Paese.

 

L'articolo della «Frankfurter Rundschau» è di facile lettura: è un articolo che non presenta particolare difficoltà interpretative, le notizie che raccoglie e espone sono tutte già note da diversi anni a chiunque sia interessato a queste faccende.

L'articolo non è scritto da un accademico, Widmann non ha alcun interesse a scrivere un saggio su Dante, fa un pezzo di giornalismo culturale. Conosce bene la lingua italiana, è traduttore delle opere di Eco. Anche questo è noto. Si rivolge ad un pubblico di lettori di medio livello superiore: non bisogna farla tanto lunga, ma non bisogna rendere la cosa del tutto semplice. Divulgazione culturale, niente di più, niente di meno. Un pezzo che potrebbe comparire su «Robinson» o «la Lettura», tanto per intenderci. O su «Tuttolibri» de «la Stampa», giornale in questa circostanza invaso da furore nazional-patriottico, in prima linea nel denunciare l'attacco a freddo del giornale tedesco. L'unica differenza è che mentre in Italia la tendenza è quella di astenersi da ogni critica, il terrore di disturbare il manovratore è una caratteristica dell'intellighenzia nazionale, introiettata a lungo dal nostro ceto professorale accademico e da lì a macchia d'olio arrivata ovunque, in Germania evidentemente non è così. Non solo per le glorie nazionali, ma anche per quelle altrui.

 

Il mio parere tecnico sull'articolo è del tutto inutile: non sono un italianista né tantomeno un dantista. Per fortuna si può leggere e commentare e perfino scrivere senza dover passare necessariamente per le forche caudine dell'imprimatur di qualche baronia accademica o professionale a servizio continuo.

 

Widmann mette in discussione la vulgata per cui Dante sarebbe il padre della lingua italiana. Per come sono andate le cose questo è un chiaro errore materiale, per come le mette lui no. Com'è noto, la lingua di Dante è il fiorentino ed è questa lingua che diventa dopo trasformazioni e passaggi vari l'italiano. E poi quale lingua nazionale? Quella colta o quella parlata da tutti? Che cosa s'intende per volgare italiano oggi e nel XIII secolo? Widmann suggerisce ai suoi lettori di non avere fretta nel trarre conclusioni.

 

Il passo molto citato sullo scopiazzamento che Dante avrebbe fatto di un teso musulmano è stato riportato in Italia in maniera ridicola: Widmann non dice affatto questa cosa. Non dice che Dante lo ha fatto: forse lo ha fatto, forse non lo ha fatto, non è questo che conta; secondo Widmann a Dante non sarebbe certo mancata la faccia di farlo. Dopo aver surclassato la poesia provenzale e i suoi epigoni, Dante avrebbe potuto tranquillamente sfidare il testo arabo per dimostrare la sua superiorità. Qui il misto di ignoranza e malafede della stampa italiana è imbarazzante.

 

Per capire che cosa ci vuole dire Widmann è interessante il passaggio sull'episodio di Paolo e Francesca: un pezzo di bravura piuttosto ardita del poeta fiorentino, come l'altro mirabile passaggio ancora del tutto contemporaneo del canto di Ulisse. Il confronto con Marco Polo serve a mettere in evidenza come la questione teologico-cattolica di Dante non fosse tanto una caratteristica del suo tempo, bensì una sua particolare ossessione. In questi estremi poetici, linguistico-espressivi da una parte e quelli religiosi moralistici e confessionali dall'altra si gioca il giudizio di Widmann.

 

L'inevitabile confronto con Eliot e per mezzo suo con Shakespeare ripropone in modo un po' brusco (ecco forse questo aspetto brusco può sembrare fuori luogo ad una classe di intellettuali che ha paura perfino di definire Benito Mussolini un criminale) il noto commento di Harold Bloom (che non viene citato) secondo il quale Dante è un poeta per poeti, Shakespeare un poeta per tutti.

 

La battuta finale è ripresa da Cenerentola, almeno per quello che ho potuto ricostruire: quando le sorellastre le affidano il compito di separare i piselli buoni da mettere in pentola e quelli cattivi da scartare. Tranquilli, in Germania questo è oggi un modo di dire proverbiale: il divino poeta non finisce in cucina con la principessa degli stracci.

 

L'articolo di WidmannDante: Die Guten ins Töpfchen, die Schlechten ins Kröpfchen (I buoni in pentola, i cattivi negli scarti) – è qui di seguito tradotto.

 


I buoni in pentola, i cattivi negli scarti

 

700 anni dopo Dante: ricordi non casuali di un 25 marzo.

 

di Arno Widmann

 

Il 14 settembre 1321 moriva Dante Alighieri in esilio a Ravenna. Perché allora un articolo su Dante oggi? Qualche anno fa in Italia è stato introdotto il 25 marzo come il giorno di Dante: ogni anno questo giorno è dedicato alle commemorazioni dantesche. Perché il 25 marzo? In questo giorno del 1300, un venerdì santo, Dante immaginò di dare inizio al suo viaggio attraverso inferno, purgatorio e paradiso. Dante amava giocare con i numeri. Il suo grande poema, la Divina Commedia, ha inizio con le parole «Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura/ ché la diritta via era smarrita». Dato che non si è mai conosciuto l'anno della nascita, la cosa si risolse subito: Dante era nato nel 1265. Una data invece era nota, quella del battesimo: il 26 marzo, un sabato santo. Il suo nome di battesimo fu in realtà Durante, già poco dopo abbreviato in Dante.

 

Con ciò siamo già dentro l'impresa della sua vita. L'Italia lo considera come colui che, insieme ad altri, ha portato la lingua nazionale ai suoi livelli più alti. In verità, in un certo senso egli ha costruito la lingua per i suoi scopi. Da questa lingua proverrebbe quella dei suoi lettori e poi degli italiani. Ma le cose non sono così semplici: nessuno oggi farebbe una simile affermazione, anche se fino a 60 anni fa questa cosa veniva insegnata a scuola a tutti i bambini. Così la imparavano gli studenti, che però non capivano Dante. Bisognava decifrare i suoi testi. Le copie della Divina Commedia, non solo gli esercizi per casa, erano infarcite di annotazioni che non servivano solo a spiegare le singole parole, ma aiutavano il lettore moderno a orientarsi nella sintassi dantesca. E non si trattava di latino, ma di italiano.

 

In questo testo si parla con i più alti toni filosofici-teologici di Dio e del Mondo. In lingua volgare, cioè nella lingua popolare. Questa è la lingua con cui ci parlavano i nostri genitori, quando ci insegnavano la lingua nella quale vivevamo, con la quale articolavamo per la prima volta le nostre emozioni e i nostri sentimenti. Accanto a questa c'era la lingua in cui imparavamo a comprendere, la lingua della scienza, che ci diceva come il mondo era e come doveva essere.

 

Quando leggiamo queste cose pensiamo giustamente alla differenza tra la lingua madre e il latino. Ma le cose non stanno così per l'italiano, non se vogliamo comprendere la lingua italiana del tredicesimo secolo. La guerra contro i Catari nella Francia occitanica sud-occidentale aveva distrutto gran parte della Provenza e costretto molti poeti trobadorici provenzali a cercare altrove un porto sicuro. Questi artisti in esilio furono d'aiuto ai poeti nelle loro lingue nazionali di diverse parti d'Europa. L'Italia fu una delle ultime in questo percorso. Tanto che si può dire che «la prima lirica d'arte in lingua italiana venne scritta in provenzale». Brunetto Latini, maestro e amico di Dante, scrisse la sua enciclopedia dal titolo Livre du Trésor in francese e non solo perché egli in esilio pubblicava in francese, ma anche perché sapeva che in francese avrebbe avuto più lettori.

 

In Italia i primi testi in lingua madre furono, con uno sguardo ai modelli provenzali, poesie d'amore. Come i trovatori anche i poeti italiani cantavano di donne reali o immaginarie, le elevavano in cielo e le ricoprivano di metafore.

 

Niente di diverso accade nella Divina Commedia di Dante. Non sappiamo se la Beatrice cantata dal poeta sia esistita realmente. Sappiamo però che a lui, come ai suoi modelli precedenti, interessava molto produrre, oltre al dispiegamento di tutta l'abilità dell'eloquenza, anche il calore del sentimento, in grado di far mancare il respiro non solo alla sua immaginaria destinataria, ma anche ai suoi lettori e alle sue lettrici. Si ignora volentieri un fatto importante: i trovatori erano dei cantanti pop, dei loro capolavori ci sono pervenuti solo i testi, mentre Dante vuole raggiungere lo stesso risultato senza musica. Egli si sentì sempre in competizione, voleva superarli: l'impossibile era il suo elemento.

 

Nella tradizione musulmana c'è il racconto del viaggio di Maometto in cielo. A dire il vero ci sono riferimenti, commenti e dagli anni '60 del XIII secolo ci sono traduzioni italiane e latine. L'arabista spagnolo Miguel Asin Palacios pubblicò nel 1919 un ampio studio in cui sosteneva la tesi secondo la quale Dante avrebbe conosciuto il testo arabo e lo avrebbe utilizzato. La maggior parte dei dantisti considerò da subito questa tesi come frutto di pura immaginazione. Vedevano messa a repentaglio l'unicità del loro eroe. Ma con ciò si fa torto a Dante, se ne sottovaluta il suo spirito sportivo competitivo. Così come era riuscito a far apparire vecchia la poesia provenzale, egli avrebbe potuto benissimo aver sognato di surclassare il viaggio celeste musulmano con quello cristiano di sua creazione.

 

Il poema di oltre 14000 versi vuole costruire un ponte di oltre 1300 anni con l'Eneide di Virgilio. Per fare una cosa del genere occorre un ego smisurato. E una fabbrica di versi con cui mettere in gabbie di terzine più di 600 personaggi, affinché ogni volta sia chiaro chi è il buono e chi il cattivo. Per una simile opera non basta solo la possibilità di spedire parenti e amici all'inferno o in purgatorio, non è sufficiente ammonire spiriti sommi e uomini potenti, tra cui spesso si trovano persone sconosciute, è necessario il piacere. Il piacere del giudizio e del pregiudizio. La benevola lettura del maestro emerge con Francesca da Rimini e il suo amante Paolo: viene dipinta la scena in cui i due mentre leggono un libro che descrive le sensazioni amorose, finiscono l'uno nelle bracia dell'altra. Tutti i lettori amano questo brano. Ma non si capisce per quale maledetto motivo i due debbano stare all'inferno. Se lo domanda anche Dante che è mosso da compassione nei loro confronti.

 

È un momento importante. In un apocrifo del Nuovo Testamento si narra di un discepolo che ha compassione dei dannati. Questo brano non si trova nella versione completa del Nuovo Testamento, è un tabù. Dante lo dice: è stata una decisione di Dio a spedire i due all'inferno. Dante non è d'accordo. La critica si fa più interessante se si pensa al fatto che non è stato Dio a mettere Paolo e Francesca all'inferno, bensì il poeta Dante Alighieri, che lo ha fatto evidentemente solo per rivolgere una critica a Dio stesso.

 

Questo Aldilà è un mondo bizzarro. Tolte un paio di creature mitologiche, degli angeli caduti e altri che salgono, ci sono solo esseri umani. Tutta la vasta abolizione viene a sua volta abolita: nessun albero fiorisce, non ci sono altre creature viventi. Sembra un ambiente d'ufficio: tutto è predisposto per raggiungere uno scopo. Per esempio molto si è scritto sulla montagna del Purgatorio: ma che cosa sappiamo degli spazi interni? “Un sola stanza per tutti”? Fa parte del design del paradiso o dell'inferno?

 

C'è ancora altro da notare: si parla molto di Beatrice. Nel corso del viaggio essa diventa filosofa e Maria. Cosa che è propria della rappresentazione stilizzata della adorata “signora”, tipica della tradizione poetica trovadorica. Ma della moglie di Dante non c'è traccia, né dei figli. Non sono interessanti. Per arrivare alla scoperta della vita matrimoniale come strumento di innalzamento spirituale bisognerà attendere Lutero e la Riforma.

 

La curiosità di Dante fu immensa. Ma fu rivolta in poche direzioni: si concentrò di volta in volta solo sulle opere a cui stava lavorando. Ciò si può vedere bene nel modo in cui Dante fa entrare in scena Ulisse nel canto XXVI dell'Inferno. A questo proposito l'umanesimo italiano, due secoli dopo Dante, ha coniato il termine “ulissismo” per indicare quella curiosità attiva in cui da quel momento in poi l'Occidente si è volentieri riconosciuto. La presenza di Ulisse in Dante non è breve, quando narra del suo tentativo di oltrepassare lo stretto di Gibilterra. Un turbine colpisce la nave «infin che il mar fu sovra noi richiuso». Una chiusura precipitosa e drammatica che continua ancora oggi a produrre i suoi effetti.

 

Il viaggio di Dante nell'aldilà, sicuramente scritto tra il 1307 e il 1320, andrebbe messo fianco a fianco con un altro racconto di viaggio, quello di Marco Polo. L'uomo d'affari veneziano (1254-1324) durante il periodo in carcere (1298-1299) con l'aiuto di uno scrittore di romanzi cavallereschi, aveva scritto in francese (ancora una volta!) il suo bestseller internazionale “Il libro delle meraviglie del mondo”. Qui si trova un progetto opposto a quello visionario del mondo dell'aldilà di Dante. In entrambi si fondono verità e poesia, fede e dubbio, ma se è giusto a proposito di Dante parlare di “poeta del mondo terreno”, sarebbe del tutto insensato non voler vedere il suo intento profetico, la coscienza che Dante ebbe della sua missione religiosa.

 

Le meraviglie del mondo non sono per lui importanti. In ogni caso non nel suo capolavoro. Il Trattato sull'acqua e la terra è un'opera di cosmologia e di filosofia naturale. La natura è una delle meraviglie di Dio, ma l'esaltazione di fronte alla colorata confusione con cui il mercante veneziano guarda Mongoli e Cinesi, opere e costumi di interi popoli, è in Dante assente. È importante ricordare l'uno a fianco all'altro, altrimenti si potrebbe giungere all'idea che l'ossessione religiosa di Dante fosse una caratteristica della sua epoca e non una sua propria.

 

Mi rendo conto di non aver detto nulla sui guelfi e i ghibellini, niente sul motivo per cui Dante fu processato, costretto a lasciare Firenze e sul perché si rifiutò di tornarvi quando, a determinate condizioni, ne ebbe la possibilità.

 

Sull'odierna giornata di Dante mi sia permesso però ancora un confronto. Il poeta cattolico T.S. Eliot pubblicò nel 1929 un piccolo testo su Dante. La traduzione tedesca si trova nei volumetti dell'edizione Suhrkamp Che cos'è un classico? Egli chiarisce subito che leggere Dante è facile, cosa di per sé già abbastanza sorprendente. Ma ha ragione, almeno per come lo legge lui. Gli mette a fianco Shakespeare e confronta in maniera molto attenta singole metafore. Fa questo perché gli è talmente chiara la cosa più evidente di tutte, da non volerla far notare in maniera particolare. Ma è proprio il confronto con Shakespeare a rendere esplicite la mia difficoltà con Dante. L'amoralità di Shakespeare, la descrizione di ciò che c'è, anche fosse tutta fantasia del poeta!, giunge fino a noi anni luce più moderna della preoccupazione di Dante di avere un'opinione su tutto, di portare tutto di fronte al seggio da giudice della sua moralità. Tutta l'operazione del viaggio dantesco serve essenzialmente per permettere al poeta di anticipare il giudizio universale, di fare il lavoro di Dio e mandare «i buoni in pentola, i cattivi negli scarti».

 

La traduzione è a cura di Francesco Armezzani sull'originale tedesco.

 

29 marzo 2021