L'estetica del sognatore: “Le notti bianche” di Dostoevkij

 

«Dreamers. They never learn. Beyond the point of no return. And it's too late, the damage is done». Così canta Thom Yorke, frontman dei Radiohead, in Daydreaming, ovvero “sognare ad occhi aperti”.

 

di Stefano Vernamonti

 

E. Munch, "Notte bianca" (1901)
E. Munch, "Notte bianca" (1901)

 

Il sognatore è una figura molto cara alla letteratura. In questo articolo proveremo a capire perché l’esperienza del sognatore, prendendo come esempio il protagonista delle Notti Bianche di Dostoevskij, possa essere considerata un’esperienza estetica. Cominciamo con il definire, a grandi linee, che cosa intendiamo con questa espressione (ad avviso e interesse del lettore, facciamo notare che ci appoggeremo, in questa definizione, al libro di Paolo D’Angelo, Estetica)

 

Una definizione, certo minima e manchevole, può essere quella secondo la quale l’esperienza estetica consiste nell’attenzione verso un oggetto, nei confronti del quale il soggetto mostra apprezzamento e che produce in lui un’emozione. Questo ci permette di fare una prima, importante, distinzione: l’esperienza estetica non corrisponde all’esperienza artistica. In altri termini, non è solo di fronte ad un’opera d’arte (tralasciando qui una definizione precisa di questa espressione) che il soggetto può fare esperienza estetica, può emozionarsi: un paesaggio, una canzone, una perfetta esecuzione di un esercizio, un oggetto della vita quotidiana, sono tutti possibili interruttori di tale esperienza.

 

È una precisazione fondamentale, perché chiarisce che l’esperienza estetica non ha tanto a che fare con l’oggetto esperito, quanto con il modo in cui tale oggetto si manifesta alla nostra coscienza. Il nucleo minimo di un atteggiamento estetico è composto da un oggetto e soprattutto da un soggetto che vi si rivolge con attenzione, e ne trae apprezzamento.

 

L’obiezione è, a questo punto, dietro l’angolo: quale sarebbe, allora, la differenza tra l’esperienza estetica e la nostra esperienza in generale? Apprezzare la nostra splendente cucina dopo le pulizie ha realmente lo stesso valore dell’ammirare un quadro di Kandinskij? La risposta è naturalmente negativa. Cerchiamo di spiegare perché, prima in termini filosofici e successivamente in modo più semplice.

 

L’esperienza estetica si configura come una sorta di raddoppiamento dell’esperienza che solitamente compiamo. L’esteticità non è fatta di una stoffa diversa dall’esperienza comune, ma è una diversa organizzazione e finalizzazione di quest’ultima. L’esperienza estetica trasporta il soggetto in un mondo parallelo a quello esistente. Proviamo a spiegarci con un esempio.

 

V.V. Kandinskij, "Composizione VI" (1913)
V.V. Kandinskij, "Composizione VI" (1913)

 

Immaginiamo di aver appena visto un bellissimo film. Questa attività risulta estetica perché ha fatto esercitare “a vuoto” la nostra esperienza: il film ci ha infatti permesso di creare una riserva di esperienza (siamo entrati in contatto con una situazione che non abbiamo esperito nella realtà, ma che appartiene alla pellicola), ma anche una anticipazione di esperienza (ci siamo confrontati con le varie possibilità che il film ha messo in scena). Ciò, naturalmente, vale anche per le emozioni: un film, per proseguire sulla falsariga dell’esempio, ci presenta delle reazioni emotive a determinati eventi, che noi in quanto spettatori possiamo elaborare, e successivamente accettare o rifiutare.

 

L’esperienza estetica, insomma, ci ha permesso di provare situazioni e soluzioni possibili a livello conoscitivo ed emotivo, senza la necessità di raggiungere un fine concreto. Il testo di una canzone, un quadro, un particolare oggetto, sono tutti potenziali interruttori di questo tipo di esperienza “a vuoto”: un po’ come far girare la catena della bicicletta tenendo la ruota sollevata.

 

Sognare ad occhi aperti sembra rientrare, date queste premesse, nel campo dell’esperienza estetica. In realtà, potremmo dire che si tratta di un’attività estetica di secondo grado: se infatti gli uomini “comuni” hanno bisogno dell’oggetto per produrre tale esperienza, al sognatore basta una piccolissima suggestione quotidiana per mettere in moto la sua fantasia, la quale provvede da se stessa a dotarsi di un oggetto estetico totalmente fittizio: le proprie creazioni mentali.

 

Se la figura del sognatore è il protagonista delle Notti Bianche di Dostoevskij, di questa misteriosa figura non conosciamo praticamente nulla: nessuna descrizione, neanche il nome. Tutta la vicenda si snoda in quattro notti (e un mattino), che raccontano l’incontro del sognatore con Nasten’ka, giovane donna che attende malinconicamente il ritorno dell’amato dopo un anno di distacco. L’assaggio della “vera realtà”, attraverso l’intersezione di due esistenze così diverse ma così vicine, farà sì che il sognatore si innamori della bella Nasten’ka, fino al momento in cui il ritorno dell’amato spegnerà definitivamente la speranza di essere ricambiato.

 

Ed ecco che, già dal primo incontro, il nostro sognatore così si rivolge a Nasten’ka:

 

« ho una vita reale talmente limitata che mi capitano momenti come questo, come adesso, tanto di rado che non posso non ripercorrere questi momenti nei miei sogni. Sognerò di voi l’intera notte, l’intera settimana, tutto l’anno. Verrò immancabilmente qui domani, proprio qui, in questo stesso punto, proprio a quest’ora, e sarò felice ricordando il giorno passato. »

 

 Marcello Mastroianni e Maria Schell ne Le notti bianche (1957)
Marcello Mastroianni e Maria Schell ne Le notti bianche (1957)

 

Nasten’ka è incuriosita da questa strana creatura. Durante la seconda notte, il nostro sognatore si mette a nudo, rivelandole come in un angolo di Pietroburgo (luogo prediletto di Dostoevskij, che riaffiorerà in numerosi romanzi, ad esempio nelle Memorie del sottosuolo), egli viva una vita diversa, in un «regno sconosciuto ai confini del mondo», nel quale la «dea della fantasia» tesse la sua trama di sogni, a tal punto intensi ed inesauribili da essere creduti reali, autentici. Ed è qui che ritroviamo l’attività estetica, la duplicazione dell’esperienza che però il sognatore, a differenza dell’uomo “comune”, vive con esponenziale intensità:

 

« Voi forse credete, guardandolo [il sognatore, N.d.R.], cara Nasten’ka, che davvero non abbia mai conosciuto colei che ha tanto amato nei suoi sogni ossessivi? […] Non hanno forse davvero passato molti anni della loro vita mano nella mano – soli, a due, mettendo da parte tutto il mondo e unendo ognuno il proprio mondo, la propria vita con quella del compagno? »

 

A differenza degli uomini comuni, l’emersione dall’esperienza estetica del sognatore è però traumatica. Incapace di tracciare i limiti della fantasia, centro irradiante della propria esperienza estetica, il sognatore viene devastato dallo scontro frontale con la realtà:

 

« E ora lo so più che mai, che ho perso invano tutti i miei anni migliori! […] Ora, mentre sto seduto accanto a voi e parlo con voi, mi fa quasi paura pensare al futuro, perché nel futuro c’è nuovamente solitudine, nuovamente quella vita stantia, inutile; e cosa potrò sognare, quando sono stato nella realtà tanto felice accanto a voi! »

 

In medio stat virtus? Probabilmente l’esperienza estetica più proficua è quella che, al di là della sua intensità, rimane legata ad un oggetto reale, pena perdere il contatto con la realtà, all’interno della quale tutte le nostre esperienze, non esclusivamente quella estetica, si realizzano. Ciò nonostante, rimane al sognatore delle Notti Bianche la certezza di aver vissuto, in questo gioco di realtà e fantasia, un’esperienza irripetibile.

 

« Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell’intera vita di un uomo? »

 

 1° ottobre 2021