La filosofia del marchese de Sade, ovvero la scuola del libertinaggio

 

«Il più forte trova sempre giustissimo ciò che il più debole trova ingiusto, cambiando l'uno e l'altro di posto, ambedue cambiavano parimenti modo di pensare» (Donatien-Alphonse-François de Sade).

 

di Paola Santi

 

 

Anno 1785, Francia, carcere della Bastiglia.

Queste le coordinate geografiche e temporali di una delle più celebri opere di Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814): Le 120 giornate di Sodoma (Les Cent Vingt Journées de Sodome ou l'École du libertinage). L’opera, rimasta incompleta nella sua stesura ma ultimata nella configurazione, fu rinvenuta un secolo dopo nello stesso carcere e il primo commento critico fu formulato da uno psichiatra, il medico Iwan Bloch, che vi trovò un ottimo spunto di indagine scientifica. Il romanzo sadiano è un’opera controversa, al punto che taluni amano definirlo un “libro maledetto” in virtù della sua turbolenta vicenda editoriale e, naturalmente, del suo contenuto. La sua struttura ricalca quella del Decamerone boccacciano, con una rigorosa scansione in giornate (120, come suggerisce il titolo), e narra una vicenda ambientata in Francia, agli albori del ‘700, quando il regno di Luigi XIV sta per tramontare e l’intero Paese versa in una profonda crisi. In questo scenario, quattro libertini decidono di sottrarsi alle regole di una società deludente e, sequestrarti giovinetti e giovinette da alcune famiglie di Parigi, si segregano all’interno delle mura di un castello. Sbarrate le porte e abbandonato il resto del mondo, si metteranno a capo di una nuova società. Con l’ausilio di alcune prostitute, che con dovizia di particolari raccontano le loro sfrenate esperienze sessuali condotte in gioventù, si macchieranno di peccati indicibili.

 

L'interno della cella di de Sade a Vincennes, dove scontò una prigionia precedente alla Bastiglia
L'interno della cella di de Sade a Vincennes, dove scontò una prigionia precedente alla Bastiglia

 

Dalla penna del Marchese scaturisce un prodotto che per certi versi rispecchia ancora la modernità, un testo il cui tema dell’individualismo etico-morale è ancora estremamente attuale. Con la “morte di Dio”, per citare Friedrich Nietzsche (1844-1900) – Dio inteso non in chiave religiosa bensì in prospettiva etica e morale, in cui figura come il manifesto di buona condotta che ciascuno deve impegnarsi a emulare – l’uomo non è più tenuto a rendere conto delle sue azioni. Il tema che tratteremo merita un ulteriore aggancio con la vicenda del matematico, fisico, filosofo e teologo francese Blaise Pascal (1623-1662). Citiamo Pascal con l’intento di focalizzarci su un’opera in particolare: i Pensieri (Pensées), al cui interno è contenuto un suo celebre ragionamento noto come la scommessa su Dio. Ben prima di de Sade, Pascal trattò di moralità adottando un insolito approccio: il calcolo statistico-matematico. In sintesi, la scommessa su Dio vuole essere una sorta di manifesto sull’importanza di una conversione al Cristianesimo in quanto ritenuta la strada “più conveniente”. Il suddetto calcolo ha inizio a partire dalla semplice constatazione che l’uomo, nella naturale condizione in cui si trova, è portato a comportarsi con rettitudine aspettandosi, al termine dell’esistenza, una ricompensa per le buone azioni. Poiché in vita non ci è dato sapere se questi, Dio, esista o meno, Pascal giunge alla conclusione che convenga assumere in qualunque circostanza un comportamento nobile; difatti, qualora Dio esistesse, si verrà ricompensati dei propri sforzi, in caso contrario si avrà comunque vissuto dignitosamente, anche non ricevendo l’eterna salvezza. La teoria di Pascal risulta essenziale ai fini della nostra analisi in quanto racchiude un’importante implicazione che comparirà, a livello forse più inconscio, anche nell’opera del marchese: questi eleva il divino a manifesto della moralità, salda questi due elementi in una relazione di diretta dipendenza facendo sì che l’uno (la morale) sussista in funzione dell’altro (Dio). La negazione di uno dei due termini porta alla scomparsa dell'altro da cui dipende. Ecco che quando il divino viene a mancare il contenuto della morale perde di significato. Tolto Dio, si perdono i valori a questo annessi, non si è più indotti a compiere il bene nella speranza di una ricompensa ultraterrena. La briglia della divina provvidenza si allenta per poi sciogliersi, giacché, quando il Creatore cessa di esistere, tutto è destinato a nascere dal nulla e a tornare nel nulla stesso. L’uomo, che finisce così per sottrarsi alle leggi del divino, diventa difensore e promotore di quell’ordine naturale che caratterizza la vita di ognuno di noi alla nascita. Il fatto di trovarsi in una situazione più o meno privilegiata non può che dipendere, secondo quest’ottica, dall’ordine imposto da Madre Natura. Perché, dunque, sovvertire quest’ordinamento? A che titolo e con quale scopo? Perché i meno fortunati debbono agire per migliorare la loro infelice condizione quando questa è stata voluta da Madre Natura? È in questo senso che l’opera di de Sade tratta di moralità, ma lo fa costruendo l’impalcatura di una satira amara, dando origine a un tragico rovesciamento che vede l’uomo farsi beffe di qualunque principio etico. Non stupisce dunque che il divin marchese abbia reso atei i suoi personaggi, ritenendo così di sciogliere il nodo etico. Rigettando Dio, i quattro libertini giustificano le loro azioni deplorevoli abbandonandosi, sull’onda di lascivi racconti, a innumerevoli eccessi e atrocità, in un crescendo di ultraviolenza che culminerà con il sacrificio umano.  

 

Monumento a de Sade di fronte al suo castello di Lacoste
Monumento a de Sade di fronte al suo castello di Lacoste

 

Si noti tuttavia come la furia omicida dei quattro sia a suo modo selettiva: risparmiando le vite delle meretrici, voci narranti dei seicento racconti, de Sade vuol premiare il talento, qualità che nel suo universo si configura come l’unico mezzo di sopravvivenza di cui l’uomo può disporre. Le quattro donne, facendo affidamento sulle loro abilità di cantastorie, costituiscono la perfetta forma d’intrattenimento a cui i libertini sentono di non poter rinunciare. In una vicenda grottesca come quella delle 120 giornate di Sodoma, chiunque sia sprovvisto di talento e non venga riconosciuto come dotatone, verrà abusato e in seguito eliminato. In altri termini, è l’ingegno, facoltà strettamente umana, a garantire la conservazione del singolo là dove ogni giornata è identica alla precedente, in una dimensione paurosamente distorta, governata con pugno di ferro e fondata su un’impietosa gerarchia – gerarchia che, nel suo cinico minimalismo, contempla la sola distinzione tra uomo, individuo talentuoso, e animale, colui che non manifesti alcun tipo di dote. Ecco alcuni passi celebri:

 

« Vi era di realmente giusto soltanto quel che faceva piacere e di ingiusto quel che dava dolore. »

 

« Un uomo, per essere veramente felice in questo mondo, non solo deve darsi a tutti i vizi ma mai permettersi alcuna virtù, e non solo è necessario fare sempre il male, ma anche non fare mai il bene. »

 

« Tutti i princìpi morali universali sono oziose fantasie. »

 

Questo il carattere delle dissertazioni in materia etica dei libertini.

In conclusione, un ultimo appunto sul pensiero sadiano. Ciò che l’autore sembra voler ignorare sono i concetti di divenire e di relazione. La vicenda è scandita in giornate che si susseguono tutte con la medesima routine, poche sono le variabili che determinino una modifica nella rigida organizzazione del castello. I personaggi, sia vittime che carnefici, fanno da marionette su uno sfondo statico e surreale, rimangono confinati all’interno delle mura e alienati dal resto del mondo. Il problema è che in un universo immobile come questo risulta impossibile vedere oltre quello che è l’immediato. E poiché il talento è una facoltà soggetta al divenire, necessita di opportunità che ne inneschino lo sviluppo o quantomeno una vaga consapevolezza; nel sistema messo a punto dai libertini, chiunque non palesi il talento nell’immediato per forza di cose risulterà inadeguato e, sprovvisto di ulteriori stimoli, vessato e disprezzato, tale rimarrà.

 

Capire se l’opera sadiana abbia un qualche contenuto etico costituisce un dibattito ancora aperto fra i suoi maggiori studiosi: in un certo senso non si può negare ce l'abbia, poiché, sebbene si presenti in forma di romanzo e la materia etica venga ripetutamente derisa e oltraggiata, questo non può che confermare l’importanza che l’autore attribuisce al tema della morale e al ruolo che questa riveste nella vicenda che vuol narrare.  

 

11 settembre 2021