La spirale del silenzio: come esprimersi in pubblico in tempi complessi

 

In un periodo in cui le parole hanno messo l’elmetto e si sono calate in trincea è sempre più difficile esprimersi liberamente in pubblico. Accostandoci al pensiero di Elisabeth Noelle-Neumann cercheremo di capire quale sia il meccanismo alla base di questo fenomeno, se i suoi effetti siano evitabili e come.

 

di Patrizio Caldara

 

 

Negli ultimi due anni molteplici spiacevoli avvenimenti si sono abbattuti sulla nostra società e i loro effetti stanno e hanno modificato tutti i livelli della nostra esistenza: a partire dal comportamento quotidiano, fino ad arrivare agli equilibri geopolitici. Questa situazione di inattesa magmaticità ha accentuato un evento che recentemente, in Italia (ma anche nel resto del mondo occidentale), si era già mostrato in modo evidente: l’inquinamento e la polarizzazione del dibattito pubblico.

 

L’ingresso a gamba tesa dei social media non ha, poi, migliorato di certo la situazione: la proliferazione di fake news, clickbait, echo chambers e altri fenomeni su quest’onda non fanno che alimentare i pregiudizi di conferma dei singoli che vengono bombardati solo da informazioni in consonanza con il loro sentire, rafforzando le loro convinzioni, escludendo di principio e riducendo al silenzio le notizie contrarie. Gli individui, non avendo accesso a punti di vista differenti spesso cadono nell’impotenza, cedendo a quello che viene percepito come pensiero unico della società, ma che concretamente non lo è affatto. Come sosteneva, il politologo americano e premio Pulitzer per il giornalismo internazionale, Walter Lippmann, gli uomini vivono in pseudo-mondi: queste rappresentazioni sono costruite a partire unicamente dalle informazioni che riceviamo; quindi, se qualcosa non è detto allora non esiste. Il rischio è quello che la maggior parte della popolazione aderisca a una visione del mondo molto parziale e limitata, ma che per il singolo costituirà l’intera realtà, che gli farà bollare tutte le altre prospettive come errate. L’uniformazione delle informazioni fornite dai media canonici, che da decenni avviene sotto i nostri occhi e con la nostra connivenza, porta così una grossa fetta della popolazione a conformarsi ad un’unica grande narrazione, mentre i social media radicano più in profondità questo processo, fungendo da membrana selettiva e semipermeabile. Si fa un gran parlare di “fatti”, “oggettività” e “verità”: “questi sono i fatti”, “questa è la situazione oggettiva”, “lei dice falsità, la verità è questa...”, ma chi utilizza queste espressioni non si rende conto di quanta violenza sta commettendo. Non è così semplice pervenire ai fatti oggettivi, veritieri (intesi come aderenti a “come le cose stanno”), soprattutto in tempo di forti propagande. Spesso in questi casi si è propagatori inconsapevoli di una visione faziosa.

 

 

In questo clima, proporre un pensiero che si discosti dalla narrazione dominante è quanto mai pericoloso. Esempio lampante ne sono i trattamenti ricevuti da intellettuali invitati nei salotti televisivi per discutere della notizia del giorno o dell’ora, o per fare previsioni sul tema in questione. La situazione che ci si para davanti, una volta impostato il canale su uno di questi programmi, è di una lotta indiscriminata: c’è sempre una fazione composta da “gente comune” che, incaricandosi di incarnare il pensiero della maggioranza, contesta ogni respiro del malcapitato sotto accusa. Non importa quanto ragionate siano le affermazioni e le argomentazioni di chi si esprime uscendo anche solo minimamente dalla corrente, le sue parole andranno a vuoto (fenomeno che in filosofia del linguaggio viene detto distorsione illocutoria): qualunque cosa possa dire, sarà sempre bollato come colui che è avversario della narrazione giusta e le sue parole perderanno potere. 

 

Ora, questa situazione è sicuramente preoccupante dal punto di vista delle libertà individuali. Non solo certi individui vengono privati della possibilità di esprimersi, ma c’è il rischio di dare vita anche a una caccia alle streghe (è qui, ovviamente, citato implicitamente il famoso e recentissimo articolo di Gianni Riotta su “La Repubblica”). Molti intellettuali sembrano davvero sorpresi e sconcertati di trovarsi in questa situazione. Spesso si sente la giusta lamentela di questi ultimi che ritengono preoccupante e inaccettabile dover anteporre un disclaimer in cui si dichiarano in linea con la maggioranza, prima di poter procedere con un intervento fuori dagli schemi, per evitare di essere pubblicamente linciati a livello mediatico.

 

Sorge qui una domanda: da dove deriva questa sorpresa? Sembra quasi che chi si sente in difficoltà in questa situazione si immaginasse un mondo che si è rivelato distante da come se lo era aspettato. Perché questa discrasia? Siamo sicuri che la realtà non fosse già come la vediamo adesso? Cos’è che turba tanto in questi avvenimenti?

 

La risposta, ad avviso di chi scrive, è che la promessa non mantenuta altro non è che quella dell’antropologia di stampo neoliberale che, dagli anni ’70, è divenuta dominante. L’uomo viene pensato come l’essere supremamente razionale, calcolatore (homo oeconomicus). Non c’è spazio per l’irrazionale di alcuna sorta, né per sentimenti o passioni: le azioni umane sono guidate dall’interesse, dall’utilità e dalla sua massimizzazione. A questo punto potremmo sviluppare – semplificando – due ipotesi su come individui di tal fatta interagiscono con la sfera pubblica.

    1) La prima è una visione negativa: se il singolo è guidato dal comandamento della massimizzazione della propria utilità e interesse, e solo da quello, allora lo stupore nei confronti dello stato in cui versa il dibattito pubblico risulta ingiustificato; proprio in quanto essere razionalmente calcolante, l’uomo utilizzerà qualsiasi mezzo (anche illogicità e irrazionalità) per ottenere un vantaggio personale.

    2) La seconda è una visione positiva: pur bastando a sé stesso (individualismo), il singolo, dall’alto della sua razionalità, si rende però conto di aver bisogno degli altri; allora, posto in una situazione democratica, utilizzerà il dibattito pubblico come strumento razionale di decisione corale, nel quale i migliori argomenti dovrebbero avere la meglio. Ovviamente così non è, e non è mai stato. Già Platone si lamentava della democrazia perché permetteva ai partecipanti alle discussioni di avvelenare con la retorica lo spazio di deliberazione politica.

 

Inoltre, altro elemento fondamentale a concorrere al senso di stupore è una scarsa conoscenza dei meccanismi dell’opinione pubblica. Lo spirito democratico ha portato a vedere quest’ultima come un docile cagnolino che attraverso scodinzolamenti e flebili guaiti esprime la sua approvazione o disapprovazione riguardo a certe tematiche che gli vengono presentate. Ma sotto questa parvenza, le fauci della bestia erano ancora ben affilate, e pronte a scattare appena avessimo abbassato la guardia.

 

 

 La sociologa e professoressa tedesca Elisabeth Noelle-Neumann ha qualcosa da insegnarci con il suo La spirale del silenzio del 1980 a proposito di questo argomento? La risposta è affermativa. L’autrice segna una rottura dell’ideale neoliberale sopra indicato: l’uomo viene presentato eminentemente come animale sociale, sensibile nei confronti degli altri e irrazionale, timoroso dell’isolamento. È provvisto di un organo molto particolare, una pelle sociale, che gli permette di percepire in modo quasi-statistico i cambiamenti di pressione nel clima d’opinione complessivo. Questa visione si scontra con l’individualismo a tratti solipsistico dell’antropologia vigente: l’uomo è ben consapevole degli altri, soprattutto per quanto riguarda il pericolo che rappresentano. Infatti, se si emerge troppo dalla massa si rischia una punizione esemplare, l’isolamento. Ci siamo dimenticati di quanto brutale questo possa essere: da sempre qualsiasi società umana ha utilizzato questa minaccia come strumento ultimo di deterrenza nei confronti di chi non si atteneva alle norme del gruppo. Per il singolo essere escluso dalla collettività significava morte certa per mano della natura ostile, mentre la propria reputazione viene perduta per sempre. Una punizione questa che spesso veniva percepita come peggiore della morte stessa. L’atavica paura dell’uomo per l’isolamento ci permette di riconsiderare molte delle azioni bollate come irrazionali dalla critica storica:

 

« C’è da dire che noi come posteri giudichiamo tanto ingiustamente, inconsapevolmente e barbaramente […]. Giudichiamo parole e azioni come se fossero state dettate o compiuto nella nostra epoca: siamo allora degli ignoranti che non sanno nulla dell’intensità dello spirito di un’epoca (Zeitgeist). […] Dobbiamo comprendere questa realtà dell’opinione pubblica, questa forma legata a uno spazio, legata a un tempo. » 

 

Ma cos’è l’opinione pubblica per Noelle-Neumann? Già i Greci, la Bibbia, gli intellettuali medievali, Machiavelli, Erasmo da Rotterdam, ma poi anche Montaigne, Locke, Rousseau, Hume e molti altri illustri pensatori si sono confrontati con questa nozione. È uno dei pensieri più difficili da definire nella contemporaneità soprattutto per la sua storia recente; vi è infatti una forte differenza tra il concetto storicamente indagato e quello odierno. Negli anni ’60 Harwood Childs analizza scrupolosamente la letteratura scientifica in merito e ne estrapola circa una cinquantina di definizioni. Questo stato dell’arte fece dichiarare a molti “l’opinione pubblica” come una categoria inservibile nell’attualità, che aveva fatto il suo tempo e che si doveva lasciar morire. Però, nulla di ciò successe, e anzi questa nozione fu sempre più utilizzata, tanto che oggi è entrata a far parte del lessico quotidiano. Quali sono le definizioni che ne dà l’autrice? Ne abbiamo selezionate due, le più esplicite:

1) La prima è una definizione operativa: l’opinione pubblica è quell’insieme di «opinioni, modelli di comportamento che si possono o devono mostrare pubblicamente se non ci si vuole isolare; o che in ambiti controversi o in corso di mutamento si possono mostrare senza pericolo di isolarsi».

2) La seconda definizione recita: «l’opinione pubblica è un accordo fra persone in una comunità su una questione dotata di affettività o di valore che tanto i cittadini quanto il governo devono rispettare nel loro comportamento pubblicamente visibile almeno con un compromesso, pena l’esclusione o la caduta dal potere».

 

Ma cosa comporta l’isolamento? Conseguenza primaria è quella che Noelle-Neumann chiama la spirale del silenzio. Quali sono gli effetti prodotti da questo meccanismo? Chi, malauguratamente si ritrova in minoranza, anche solo percepita tale, viene ridotto al silenzio. Celebre, per spiegare questo punto, è il test del treno e della minaccia di isolamento per quanto riguarda la pratica di fumare in presenza di non fumatori: a un soggetto sperimentale è chiesto di rispondere a un questionario, la cui domanda chiede: «Supponendo che debba fare un viaggio in treno di 5 ore e che qualcuno nel suo scompartimento cominci a parlare dicendo che in presenza di non fumatori si deve rinunciare al fumo, Lei converserebbe volentieri con questa persona o non darebbe alcuna importanza alla cosa?», ogni due interviste il passeggero difendeva invece il punto di vista che non si può pretendere che un fumatore rinunci al fumo perché in presenza di non fumatori. I risultati mostrano che in un ambiente ostile, o percepito tale, chi è in minoranza tende a cadere nel silenzio. Solo il 37% dei non fumatori senza un sostegno sociale dichiararono che avrebbero partecipato alla conversazione, contro il 51% che non avrebbe partecipato. Lo stesso per i fumatori in un ambiente aggressivo nei loro confronti: solo il 23% avrebbe preso parte alla conversazione, mentre il 63% non sarebbe intervenuto.

 

 

Come dobbiamo rapportarci con l’opinione pubblica per non venire sopraffatti ed evitare l’isolamento? Secondo Noelle-Neumann la soluzione più efficace, e forse l’unica che evita la riduzione a silenzio, è il conformismo. Quest’ultimo non è un atteggiamento da biasimare e, anzi, è parte del nostro patrimonio di pratiche in quanto animali sociali. Per sostenere ciò, l’autrice riporta il famoso esperimento delle righe di Solomon Asch degli anni ’40-’50: «il compito dei soggetti in questo esperimento consisteva nel valutare la lunghezza di diverse linee in rapporto a una linea di confronto. […] Ogni volta otto o nove persone partecipavano all’esperimento che si svolgeva in questo modo: appena le linee di confronto venivano appese accanto alla linea tipo, ogni persona in ordine da sinistra a destra doveva dire quale delle tre linee a suo parere corrispondeva al modello. […] Fu sperimentato cosa succedeva, dopo che nelle prime due ripetizioni tutti i partecipanti avevano riconosciuto all’unanimità la linea giusta, cambiando la situazione: i complici dello sperimentatore […] scelsero tutti una linea troppo corta rispetto al modello. Venne così osservato un soggetto ingenuo, l’unico ignaro, che sedeva in fondo alla fila». Quali sono stati i risultati ottenuti? «Su dieci soggetti messi alla prova, […] sei dichiararono più volte come propria l’opinione evidentemente sbagliata della maggioranza». Questo esperimento è stato ripetuto in paesi ritenuti individualisti (come USA o Francia) e in paesi in cui viene supposta una spiccata solidarietà sociale (come la Norvegia): i risultati sono che nei paesi più solidali, addirittura l’80% dei soggetti si conforma alla maggioranza.

 

Questi risultati, contrariamente a farci cadere nello sconforto, devono produrre in noi una domanda: si può modificare l’opinione pubblica? La risposta è, ancora una volta, affermativa. Come sappiamo bene, i giornalisti che lavorano nei mass media svolgono egregiamente questo compito: addirittura sono capaci di modificare il clima d’opinione pur essendo una fetta estremamente minoritaria della popolazione (vedi ibid., capp. 20-23). Ma vi sono anche altre categorie che riescono in questa impresa secondo Noelle-Neumann: gli eretici, gli avanguardisti e gli outsiders. Cosa accomuna queste ultime tipologie? Il fatto che non si curano degli effetti dell’opinione pubblica, proprio come il bambino della fiaba di Andersen che, additando l’imperatore nudo, rompe la magica cappa di conformismo che si era creata per lodare i suoi “nuovi inesistenti abiti”. L’autrice cita Platone a riguardo: «si può cambiare l’opinione pubblica solo se iniziano a farlo personaggi eminenti […]. Poi naturalmente devono seguirli molti altri. La loro voce deve essere così forte che la nuova opinione venga scambiata per opinione di maggioranza o ad ogni modo per l’opinione che ben presto avrà dalla sua la maggioranza».

 

Quali sono i consigli che ne possiamo trarre per chi vuole esprimersi controcorrente in un clima di opinione ostile? È necessario imparare a non curarsi degli effetti dell’opinione pubblica, ma non per superbia o per ignoranza, ma proprio perché li si conosce. Bisogna assecondare il flusso e farsi trovare pronti ad alzare la propria voce quando la nostra pelle sociale, il nostro organo quasi-statistico, ci consiglierà di farlo. Farsi travolgere dalla marea per diventare un martire non ha sempre successo: spesso l’acqua defluisce e nessun segno della nostra presenza rimane. Se si vuole agire efficacemente a livello sociale, meglio essere conformisti per un tempo limitato che muti per sempre.

 

 4 aprile 2022