Lavoro ed esistenza

 

Il presente articolo ha l’obiettivo di portare alla luce alcuni aspetti problematici dell’odierna condizione lavorativa, penetrando i quali si osserva l’emersione di questioni che trascendono la sola organizzazione attuale del lavoro.

 

di Tito F. Tapulestra

 

C. Monet, "Impressione, levar del sole" (1872)

 

La riflessione che segue prende le mosse dall’esperienza vissuta dell’autore: non si vuole proporre come una generale e generalizzante presentazione di una problematica supportata da attente analisi e indagini statistiche, che si conclude con una qualche semplicistica ed inutile proposta di soluzione; al contrario, vuole essere la constatazione fenomenologica di una realtà effettiva. 

 

È opinione dell’autore che, in certi contesti e ambiti, affinché la filosofia possa aspirare ad essere qualcosa in più rispetto ad un mero flatus vocis, essa debba abbandonare la tanto scientifica quanto insapore generalità. Questa è, di fatto, l’ambito della scienza e delle scienze, comprese quelle umanistiche: risultante da procedimenti induttivi, raccoglie le singolarità, le individualità, semplicemente assommandole in entità composte omogenee, che essenzialmente richiedono lo sbiadirsi di ciò che caratterizza le varie singolarità in quanto tali. Solo così si possono formulare proposizioni valide in generale. Ebbene, la filosofia, se vuole assurgere a divenire ciò che è (sembrerà banale), non può limitarsi alla generalità, appiattendosi su criteri metodologici ed epistemologici di per sé arbitrari e potenzialmente sempre discutibili, finendo per abdicare alle istanze che le sono più proprie. È sua destinazione (è, cioè, compimento del suo destino) giungere all’universalità. Questa, a differenza della generalità di cui poc’anzi si è parlato, non è il risultato di una somma integrante che per definizione dimentica l’individualità. Non prescinde dalla singolarità: la attraversa. Ciò, molto sinteticamente e semplicemente (perché l’argomento potrebbe essere oggetto di un altro articolo), significa che l’universalità non rispetta i rigidi criteri di oggettività e distacco richiesti dalla scienza, perché muove da e agisce sempre sull’esistenza singolare, attraversandola per parlare del e all’esistenza in quanto tale. Una filosofia che perde questa dimensione esistenziale ha rinnegato sé stessa e si priva della propria specificità

 

Fatta questa tanto breve quanto dovuta premessa, il presente articolo ha l’obiettivo di portare alla luce alcuni aspetti problematici dell’odierna condizione lavorativa (muovendo dal contesto di un’azienda italiana di medio-grandi dimensioni che si occupa di ristorazione), penetrando i quali si osserva l’emersione di questioni che trascendono la sola organizzazione attuale del lavoro.

 

Il primo aspetto problematico di cui si vuole parlare è definibile come il mito del datore di lavoro.  In questo caso l’utilizzo dei termini è estremamente rilevante e lascia intravedere un preciso mutamento concettuale: il proprietario dell’azienda non è più proprietario, ma è datore di lavoro. Di conseguenza, la relazione che lo lega ai dipendenti non appare più come, nel migliore dei casi, di reciproca utilità, e, nel peggiore, di puro sfruttamento. L’apparenza, quale che sia la reale sostanzialità di tale relazione, è inequivocabilmente che si instauri un rapporto fra creditore e debitore, dove il creditore magnanimamente condona il debito. Il datore di lavoro, per definizione, dà lavoro, dona gratuitamente, elargisce filantropicamente, posti di lavoro; il proprietario, al contrario, possiede i mezzi di produzione e necessita della forza lavoro perché possano essere messi in funzione. Se il proprietario rimane proprietario, i dipendenti sono tali perché ne sono materialmente dipendenti; se il proprietario diviene datore di lavoro, i dipendenti sono integralmente dipendenti: tanto materialmente, quanto emotivamente, poiché devono la propria possibilità occupazionale ad un regalo.

 

Si è parlato di mito del datore di lavoro perché la narrazione acquisisce chiaramente le caratteristiche di quella mitologica: il datore di lavoro è figura quasi divina che crea ex nihilo posti di lavoro che poi amorevolmente dona agli uomini, i quali gli devono totale ed eterna gratitudine e venerazione.

Tra le caratteristiche mitiche acquisite vi è anche quella di essere una spiegazione fantasiosa della realtà. In questo caso particolare, si è di fronte ad un coacervo di fandonie. Dovrebbe essere evidente che il proprietario rimane proprietario: la creazione di posti di lavori non è che una conseguenza contingente, peraltro dannosa (in quanto a bilancio è una spesa), del tentativo di ingrassare un già pingue portafoglio. L’uso del condizionale è d’obbligo: la convinta adesione alla narrazione mitologica è quasi totale. E ciò pare essere non solamente la dimostrazione della scarsa capacità di comprensione del reale di una parte sostanziosa della popolazione, bensì anche e soprattutto sintomo di una profonda crisi esistenziale: il mito (da sempre, e questo caso non costituisce eccezione) dà senso. Il bisogno di condurre un’esistenza orientata, e non semplicemente una pluridirezionale monotonia reiterativa, è soddisfatto dalla responsabilità di cui il debito emotivo investe: il lavoro, che altrimenti apparirebbe esclusivamente come finalizzato alla propria sussistenza e all’arricchimento di qualcun altro, assume i colori del dovere, per poter affermare a sé stessi di aver ben corrisposto alla fiducia data nel momento del dono. L’ovvio problema è che si sta abbracciando una menzogna. 

 

Il secondo aspetto di cui si vuole trattare si può definire come la retorica dell’unità. Se il proprietario rimane ad una discreta distanza, la quale sola consente il prodursi dell’aurea di mistica divinità attorno alla sua figura di cui poco sopra, la sua presenza si prolunga fino ai vertici delle mansioni operative, attraverso il più tradizionale dei metodi: il legame di parentela. Ciò significa che persone che vi sono imparentate più o meno direttamente ricoprono ruoli sì dirigenziali, ma completamente all’interno della realtà lavorativa particolare. Ed è così che inizia la retorica dell’unità, che si traduce, in pochissime parole, nella completa assenza di coscienza di classe. Per quanto, infatti, tali parenti possano essere vicini ai dipendenti nella quotidianità, rimarrà pur sempre un’abissale distanza a separarli: i dipendenti sono dipendenti, loro sono parte dei proprietari. Distanza che è costantemente nascosta dietro a tendaggi tessuti di discorsi sullo spirito di squadra, su quanto sia l’unione a fare la forza, su quanto ognuno sia imprescindibile. Distanza che quando viene intravista viene manipolata affinché assuma caratteri sacrali: il parente diviene sacerdote del culto del proprietario, e come tale propaggine della divinità stessa; sì che appare necessario prodigarsi in offerte votive e favori, per mostrare la propria devozione. E se tale comportamento è facilmente prevedibile nei più stretti collaboratori del sacerdote, in cui l’oblio della propria condizione di semplici stipendiati è promosso da costanti lusinghe finalizzate al far apparire appetibili ruoli con importanti responsabilità e monte orario al di là di ogni legalità (senza che ciò corrisponda ad un adeguato ritorno economico, ovviamente), in verità pervade ogni grado della gerarchia. Si propaga così un senso di appartenenza, si costruisce così un’unità: attraverso il nutrire il desiderio di mostrarsi fedeli degni della grazia concessa di un posto di lavoro. Più tale senso di appartenenza dilaga, più l’unità si struttura, più si perde consapevolezza della propria condizione. Ed è chiaramente una dinamica che si autoalimenta: a minor consapevolezza consegue un maggior desiderio di appartenenza all’unità sacrale. Incrinare questo perfetto meccanismo di asservimento è pressoché impossibile: come ogni realtà di gruppo, esclude efficientemente qualsiasi elemento dissonante. 

 

G. Pellizza, "Il quarto stato" (1901)

 

La problematica che si è voluto ora far emergere non è tanto quella del perdere di vista i propri avversari: non si vuole qui asserire che vi sia la necessità di una lotta di classe, che dipendenti e proprietari siano essenzialmente antagonisti e destinati allo scontro. Ciò su cui si vuole puntare il faro dell’attenzione è la totale assenza di una corretta autoconsapevolezza di sé e del proprio ruolo. È proprio questa assenza che riempie di terrore, perché, per quanto potenzialmente non eversiva, la coscienza di classe è necessaria: alla società, perché possa avviarsi verso un futuro di maggiore equità e giustizia; ma soprattutto al singolo poiché solo nel travaglio della comprensione di sé si può avviare una propria progettualità esistenziale. E se al timido tentativo di risvegliare l’autocoscienza dormiente corrisponde immediatamente l’essere additati come apostati e sobillatori, emerge prepotente il desiderio di lasciar che le cose siano come siano, e mal che vada cercare una nuova occupazione. Eppure, quando negli sguardi di sdegno e nella distanza che si devono ad un paria si coglie il tremolio di un’autocoscienza che sbraita il panico dell’accettare il peso del sé al sé, non si può fare a meno di chiedersi se non sia necessario un sacrificio all’altare dell’Io per smascherare il falso idolo attorno al quale si è raccolti. 

 

L’ultimo aspetto di cui ci si vuole in questa sede occupare si può definire alienazione e divertimento. È, in un certo senso, il sostrato che rende possibile l’attuarsi di tutto quanto fino a qui visto.

L’alienazione si struttura su più livelli: il lavoro è alienato, il lavorare è alienante, il lavoratore è alienantesi.

Con l’essere alienato del lavoro si intende, molto semplicemente e in accordo con una certa tradizione, che l’oggetto di tale lavoro non è di proprietà di colui del quale rappresenta la cristallizzazione della forza-lavoro; ed esso è già sempre alienato: non è oggetto di una qualche forma di scambio, bensì preventivamente inconsciamente ceduto nella pacata accettazione dello stato di cose.

Se il lavoro è già da sempre alienato, il lavorare è alienante nei confronti del lavoratore, il quale vive un continuo processo in cui si aliena. Il caratterizzarsi del lavorare come l’applicazione di una serie di procedure rigidamente stabilite a prescindere dal soggetto lavorante comporta essenzialmente l’impossibilità dell’azione di ri-volgersi a colui che ne è l’autore. In altre parole, il lavoratore (che è individuo, singolo, persona) non incontra mai sé stesso nel lavorare: il lavoratore, nel lavorare, non solo non possiede il proprio lavoro, ma è nella situazione di non possedere neanche sé medesimo. A differenza del lavoro, però, il quale è già alienato, il lavoratore, in quanto persona, è alienantesi nell’atto del lavorare, che è perciò stesso alienante. 

 

M.C. Escher, "Mano con sfera riflettente" (1935)

 

Ora, se il sé non si incontra nel lavorare (aspetto già di per sé enormemente problematico, considerato il tempo che si trascorre compiendo tale azione), esso è guidato ad evitarsi anche nei momenti che ne sono avulsi. Fautore di ciò è il divertimento. Questo termine non va inteso qui nel suo senso usuale, bensì in quello etimologico: nel divertimento il sé de-verte da sé, si volge altrove. Rientrano nelle forme che il divertimento può assumere (e che di fatto assume) tutte quelle possibilità che l’azienda propone come atte alla costruzione dei propri dipendenti come persone (che ironia), alcune delle quali paiono essere davvero virtuose: convenzioni con palestre, scuole di lingua, cinema e teatri, et similia. In verità, qualsiasi forma di divertimento, per quanto nobile, è un de-vertere del sé da sé. 

 

Ritorna, allora, nella sua disturbante immediatezza, la questione, di cui si è già in parte parlato, della coscienza di sé, declinata ora in senso puramente singolare. Alienazione e divertimento svolgono un ruolo cruciale nel cedere del sé alla tentazione, che gli è costitutiva, di evitare l’immane difficoltà di scegliersi, optando per un’esistenza che si alterna fra la reiterazione di movimenti appresi e ripetuti, resa sopportabile dal mito del proprietario e dalla retorica dell’unità, e l’assunzione della forma reale del soma fantascientifico immaginato da Huxley. 

 

24 marzo 2022

 



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