La progressività del funzionare e la fenomenologia dello scomparire

 

"Sono un insegnante, sono un operaio, sono un medico, sono un avvocato. Io sono, a mia insaputa, l’etichetta dell’apparato. Vivo, respiro, ogni giorno ciò che mi viene imposto, senza saperlo. Un senso di angoscia mi pervade dal didentro, mi mangia, logora, quale ne sia l’origine rimane per me un’incognita, eppure il mio vivere questo offre. Allora cerco di muovermi, perché solo agendo, abbracciando il frenetico, abdico al pensare. Se dovessi concedere spazio alla riflessione cadrei in un oblio, dal quale temo sia impossibile intraveder via d’ uscita".

 

di Tobia Nereo Torelli

 

R. Magritte, "Il falso specchio"
R. Magritte, "Il falso specchio"

 

«Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo egli stesso, un mostro. E se tu scruterai a lungo l’abisso, anche l’abisso scruterà in te». Così, Friederich Wilhelm Nietzsche nel 1886 scrive nell’ opera Al di là del bene e del male. Quando pronuncia queste parole è ben consapevole dell’inattualità della sua figura e del suo pensiero. Il problema è che, nonostante le sue parole riguardino l’attualità, ad oggi, l’uomo è tutt’altro che pronto ad impugnarle con consapevolezza. Testimonianza di ciò è il tramonto della domanda fondamentale: “Chi sono al di là dell’organismo che abito?” 

 

Émile Durkheim nella seconda metà del 1800 descrive la struttura del sociale nei termini di un grande organismo, il cui funzionare è nullo senza i singoli che lo abitano. Tenendo conto di tale premessa capiamo bene che, come ogni organismo, anche la società può ammalarsi. Più che una possibilità, ad oggi, questo è l’evidente, che però sfugge allo sguardo consapevole. Il sociale è ammalato, ma non sa di esserlo. La malattia, da sempre, porta con sé sintomi e segni, ma l’eccesso di focalizzazione su questi spesso porta a dimenticare facilmente, troppo facilmente, che l’atto di ammalarsi è esso stesso un indicatore di altro. 

 

Il sociale è ammalato ma non sa di esserlo, il suo cervello non auto riflette, perché immerso in uno stato d’apnea costante. Infatti, i singoli che lo costituiscono sono sepolti dalle macerie dell’apparato. Non è certo una novità questa, già Heidegger, dopo aver visto le foto della terra scattate dalla luna, si preoccupa e non poco, evidenziando ciò che già in atto: un funzionare, che porta inevitabilmente verso un continuo funzionare, avendo come unico sbocco possibile lo sradicamento dell’uomo dalla terra. Egli ormai non abita più la terra, bensì la tecnica. La “ragion tecnica”, cui la scienza è sempre più piegata, si presenta come un manto permeante a tutto tondo il sociale, si può parlare quindi, in questo senso, di una “configurazione totalitaria”, che si impone con forza. La formula "Sei quello che fai" ha, ormai, assunto le sembianze di un dogma e come tale il suo compito è quello di farsi accettare universalmente come verità. 

 

Émile Durkheim
Émile Durkheim

 

Si ricordi il detto dell’Oracolo di Delfi: “gnōthi seautón”, ma ancora più importante è l’atto di non osare oltrepassere il proprio limite. La massima: “conosci te stesso e nulla di più”, più o meno indirettamente, si trasfigura e la formula precedente viene sostituita con: “non osare sporgere la tua coscienza al di là del ruolo ricoperto”. 

 

La civiltà latina, per prima, ospita il concetto di ruolo, inscrivendolo nella necessità narrativa. All’interno della commedia, oltreché nella tragedia, il ruolo nasce con la funzione di guida per l’attore, quasi salvifica nell’accompagnarlo per tutta la durata dello spettacolo. A questo va ricordato anche l’uso di maschere, per impersonare ciò che è altro da sé, in particolare il ruolo di queste è duplice: nascondere ciò che esiste e, al contempo, rendere reale ciò che non esiste. Questi due principi sono sopravvissuti al divenire e nell’attualità, la loro conoscenza, drammaticamente superficiale, è ben nota. Non deve esistere conoscenza al di là del compito, della posizione lavorativa, con gli annessi dettagli regolatori, tutto condensato in ciò che è noto come contratto. 

 

L’uomo è l’unico animale che per vivere ha bisogno di stipulare contratti, unici mezzi per evitare, o disinnescare conflitti, laddove già in atto. Come evidente, i contratti non si stipulano mai da soli, almeno due sono le parti coinvolte, da ciò il necessario discernere che l’esistenza del ruolo è nulla senza un suo simile che lo osserva, che lo scruta e che lo riconosce come tale. Proprio il riconoscimento è la scintilla che mantiene in vita l’essere del ruolo, che poi non è altro se non un avere. Del resto, il ruolo sopravvive nella misura in cui ha su di sé le aspettative che il prossimo, specchio del suo apparire, ripone in lui. Più il funzionare è soddisfatto e più la montagna delle aspettative cresce. Per quanto la ricerca cognitivista abbia evidenziato analogie tra i computer e il cervello umano, quest’ ultimo non può dirsi di certo al pari del primo, per quanto si sforzi, una riproduzione identica a quella del giorno precedente è impossibile. Tuttavia, se l’errore, a livello fisiologico, è contemplato, l’evidenza quotidiana attesta la sua impossibilità ad esserlo sul piano socio-tecnico. 

 

 

Più che di parlare della “Volontà di Vivere” schopenhaueriana, ad oggi, forse dovremmo parlare di una “Volontà del Funzionare”, il cui unico scopo è quello di continuare a funzionare e nulla di più. Laddove le sue manifestazioni, cioè i lavoratori, cessano di esserne l’esatto rispecchiamento, allora si fa legittima la loro esclusione dall’apparato stesso. Così, quei singoli, che in prima istanza cercano di tenersi lontani dall’ orizzonte della liquidità, adesso, vi si avvicinano, spinti da una corrente fuori dal loro controllo. Il ruolo, per sua natura, non può che essere connesso con la valutazione e questa, a sua volta, decide della vita e della morte, non tanto del ruolo in sé, bensì dell’essere associato della persona ad esso, sulla base di risultati e vincoli, che, se garantiti, assicurano la prima, altrimenti determinano inesorabilmente la seconda. Procedendo al di là della definizione di un qualsiasi dizionario, il termine "ruolo" può intendersi come un territorio che, quando viene, per un motivo o per un altro, abbandonato dal singolo, viene occupato da un altro, cioè un sostituto che la “Volontà del Funzionare”, appellandosi all’ efficienza che le è intrinseca, ha trovato.

 

Eccolo lì, adesso, quel singolo, quell’uomo qualsiasi, che nel cercare un punto fermo in ciò che superficialmente chiama “mondo”, si è perso. Ma, più che dall’ “astuzia della tecnica”, egli è stato tradito dal meccanismo interno alla sua psiche, ciò che gli psicologi chiamano identificazione. Essa è figlia del desiderio, e questo, a sua volta, origina dalla mancanza. Il bambino desidera identificarsi in ciò che non è, ovvero nei genitori, capisaldi del suo mondo, e quando lo sviluppo della sua mente creatrice gliene dà la possibilità, allora inaugura assieme ai suoi simili, giochi in cui riveste un ruolo, appunto della mamma o del babbo, con i rispettivi modi di agire che è riuscito ad assimilare attraverso quello che Bandura chiama: “apprendimento osservativo”. Il bambino, pur non sapendolo, sta portando avanti due attività, soddisfacendo, due bisogni fondamentali: il giocare e l’avviare il processo di costruzione identitario. 

 

Se il ruolo è dato e può essere inteso (oltreché come territorio) come un abito cui si può essere adatti o meno, pertanto “finito”, l’identità, al contrario, è costruita, ed anzi, in continua fase di costruzione e decostruzione, dunque, in questo senso, potremmo dire “infinita”. Rimanendo fedeli all’esempio visto, emerge l’impossibilità di un’esclusione della dimensione identificativa dal percorso di sviluppo identitario: il bambino non può diventare adulto senza punti di riferimento, se estraniato dalla società, non può apprendere nemmeno il linguaggio umano. 

 

La spontaneità del ruolo viene, però, meno quando l’identificazione è forzata dall’ esterno. Allora non ci si identifica più per desiderio, bensì, per obbligo, per soddisfare una necessità, che nulla ha a che spartire con l’identità. Allora, l’essere tramonta in favore dell’avere. Se per persona si intende: l’integrazione tra il “Se reale” (come sono), il “Se ideale” (come vorrei essere) e il “Se normativo” (come gli altri si aspettano che sia) allora, quello che ci si pone difronte è un surrogato di ciò che è noto con tale nominativo. Nel tecnicismo del tempo, l’ombra è incapace di guardare sé stessa, cammina nel mondo smarrita e, all’infuori della progressività del funzionare, non riesce più a guardare alla sua essenza, probabilmente perché la crede smarrita per sempre. Concepisce il suo vagabondare solo nell’orizzonte che l’apparato le impone.

 

Il quadro sociale viene dipinto con le pennellate di una cessazione della ricerca di sé, in favore dell’accumulazione di ruoli, con anche un annessa modificazione nel linguaggio, riflesso di un pensiero corrotto: "Sono un insegnante, sono un operaio, sono un medico, sono un avvocato". L’abituazione ad un possesso fragile del ruolo cancella la sua funzionalità umana, cioè il suo essere asservito all’identità. Ecco allora che le parole nietzschiane, se intimamente ascoltate, tornano a smuovere la piattezza degli animi, con una forza quanto mai dirompente. L’abisso è sempre pronto a restituire lo sguardo che gli rivolgiamo, del resto le relazioni, all’ infuori del mondo fantastico, non sono mai unilaterali e la forza devastante delle risposte dell’interlocutore cresce in misura direttamente proporzionale al sentimento dell’inaspettato provato dal soggetto.

 

F. Nietzsche
F. Nietzsche

 

La perdita della finalità intima del ruolo (si tenga sempre a mente l’esempio del bambino) avviene nel momento in cui la forma prevarica sulla sua essenza, assumendo connotati mostruosi. Non allora il ruolo, bensì il mostro, asservito all’apparato, è fonte del malessere, che nell’immediato pare come “l’inspiegabile”. Tanto più la sua affermazione cresce, quanto più la domanda iniziale tramonta e, così, l’ombra vaga da un funzionare ad un altro, con l’unica compagna in cui può fedelmente rispecchiarsi: l’angoscia

 

Cosa ci può esser di peggio di un’identità che non sa più che fare di sé stessa e la cui scomparsa è fenomeno evidente?

 

21 agosto 2023

 









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