Scienza e metafisica: la crociata del Circolo di Vienna

 

La scienza è radicalmente opposta alla metafisica? Può la chiarezza matematica della logica illuminare e salvare una filosofia ormai smarrita negli oscuri abissi della vanità e dell’ignoto? Il Circolo di Vienna fu un importante tentativo di rispondere positivamente a entrambe queste due grandi questioni filosofiche divenute così urgenti in un mondo che stava diventando sempre più complesso e problematico.

 

di Matteo Gabaglio

 

E.L. Kirchner, "Lottatori in un circo", 1909
E.L. Kirchner, "Lottatori in un circo", 1909

 

La querelle intorno alla multiforme nozione di metafisica stava assumendo per l’intellighenzia europea dei primi decenni del ‘900 sempre maggior centralità: la frenetica angoscia dipinta da Kirchner, il mistero kafkiano di un mondo a noi così estraneo e l’indagine filosofica di Heidegger sul niente ben riflettono l’atmosfera inquieta e bisognosa di regolarità propria di un’Europa flagellata dalla guerra, pervasa dall’incertezza e ossessionata dalla domanda sul senso della vita a cui la scienza naturale, nonostante i suoi enormi progressi, non poteva dare una risposta esaustiva. Il dilemma etico, conoscitivo e teleologico sulla vita, infatti, logorava le coscienze tanto delle masse quanto delle élite europee, e l’avanzamento della ragione pareva così annichilirsi al cospetto della cattiva infinità del «vuoto balbettio della metafisica» – come scriverà Karl Popper nel suo Poscritto alla logica della scoperta scientifica a proposito della concezione negativa della metafisica secondo Carnap e l’intero Circolo di Vienna (e di Berlino), pur non abbracciandola in toto, come vedremo.

 

In reazione a questo clima, il brillante e ferreo programma logicista, chiave di volta tanto dell’impianto strutturale del Tractatus dell’austriaco Ludwig Wittgenstein quanto di un intero nuovo modo di intendere la filosofia, aprirà le porte alla crociata neopositivista del Circolo di cui si fecero portavoce Hans Reichenbach e soprattutto Rudolph Carnap. Delegittimando costoro il linguaggio troppo astratto della metafisica a un insieme confuso e insensato di pseudo-proposizioni insolubili poiché «la forma di espressione della metafisica è ingannevole, in quanto crea l’illusione di un contenuto che essa non ha» (R. Carnap, Il superamento della metafisica), la vecchia “filosofia prima” risulterà così essere solamente una disciplina artistica priva di qualsiasi significato epistemologico che non esprime né verità né falsità logico-fattuali, un «poetico sentimento della vita» (ivi.) al pari dell’arte – ma più imperfetta. Per tali pensatori, dunque, la moderna metafisica (in particolare l’idealismo tedesco post-kantiano e l’esistenzialismo heideggeriano) era una filosofia degenerata e il suo decisivo superamento in nome di una rifondazione della conoscenza su basi puramente logico-empiriche e non aprioristiche era pertanto vivamente auspicabile, anzi, doveroso.

 

Ma perché il già citato Tractatus logicus-philosophicus (1921) ha influenzato così profondamente questa concezione della conoscenza scientifica e del ruolo della filosofia elaborata dal Circolo di Vienna? In tale opera Wittgenstein, sulle orme delle ricerche logico-linguistiche di Frege e di Russell (conosciuto a Cambridge e a lui legato da grande amicizia), è giunto infatti ad elaborare un primo criterio di demarcazione tra scienza e metafisica in nome di una teoria del significato fondata sulla nozione logica di proposizione elementare o atomica: se da un lato la scienza ha per oggetto ciò che può essere espresso (gesagt) attraverso il legame di più proposizioni atomiche, cioè attraverso proposizioni molecolari verificabili in quanto inerenti questo mondo qui inteso come totalità dei fatti; dall’altro invece la filosofia metafisica, poiché trascende questo mondo e questo linguaggio, ha per oggetto solo ciò che può essere indicato (gezeigt) attraverso pseudo-proposizioni insensate che non asseriscono alcuno stato di cose e non hanno pertanto alcuna possibilità di verifica e soluzione. Solo gli asserti derivati dall’esperienza diretta hanno valore conoscitivo. Scrive infatti Wittgenstein al paragrafo 4.003: «Il più delle proposizioni e questioni che sono state scritte su cose filosofiche è non falso ma insensato». Tuttavia bisogna però dire che il Tractatus (e in particolare la seconda metà) è intrinsecamente più complesso di quanto si rivela sulla carta: esso riflette l’inquietudine e il turbamento di un intellettuale vittima del suo genio, figlio disilluso della cultura del suo tempo, la cui saggezza quasi dionisiaca (la finale intuizione del “Mistico”) scopre delle grosse crepe nel palazzo del dogmatismo della logica eretto dalla corrente neopositivista del Circolo. La lucentezza del more geometrico del Tractatus non è stata infatti in grado di rischiarare gli abissi dello spirito umano con i suoi limiti e le sue ardenti passioni che tendono inevitabilmente a disturbare la fredda quiete di un mondo che si vorrebbe senza trascendenza, sicché lo slancio metafisico risulta in ultima istanza connaturato all’uomo. Consapevole dunque dei limiti del soggetto e del dicibile (ma non del pensabile), la rigorosa coerenza dell’intero sistema logico di Wittgenstein non può che condurre alla fine a «gettar via la scala dopo esser asceso su di essa», (paragrafo 6.54) cioè a riconoscere come insensate molte delle riflessioni ontologiche e semantiche che compongono lo stesso Tractatus in quanto anch’esse tentano di descrivere i tratti necessari del mondo e del linguaggio, proprio al pari dello slancio dottrinale degli enunciati metafisici invalidati. D’altronde «la risoluzione del problema della vita si scorge [solo] allo scomparire di esso» (paragrafo 6.521). A questa paralisi, a queste grandi e misteriose aporie che sono l’uomo e il mondo, allora, non si può far altro che accostarsi con un atteggiamento di stoica ineffabilità: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere» (paragrafo 7).

 

L. Wittgenstein (1899-1951)
L. Wittgenstein (1899-1951)

Ma, sviluppando la domanda iniziale che ci eravamo posti nel precedente paragrafo, possiamo dire che l’interpretazione tanto logicista quanto tendenziosa e parziale del Tractatus wittgensteiniano da parte del Circolo di Vienna aveva dunque come obiettivo quello di elevare l’ebbra filosofia alla nobile sobrietà tecnica della scienza, rinunciando così definitivamente a speculare circa l’essenza di anima, mondo e Dio. L’errore intrinseco e irrimediabile della metafisica incentrata su tali questioni era proprio quello di lasciarsi ingannare dalla grammatica superficiale del linguaggio e tentare vanamente di dire ciò che non può essere detto in un irrazionale delirio onirico. Infatti, secondo Rudolph Carnap, come scrisse nel suo articolo Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio (1932), la metafisica innanzitutto confonde gli oggetti con le proprietà ipostatizzando indebitamente queste ultime (ecco perché Heidegger farnetica che “il nulla nulleggia”) e, in secondo luogo, non rispetta il criterio empirico di significanza, cioè il criterio di verificabilità formulato da Moritz Schlick (seguendo la via tracciata da Wittgenstein) funzionale a demarcare il territorio della scienza pura da indebite intrusioni: per Schlick la scienza si compone di proposizioni in linea di principio verificabili empiricamente, al contrario alle tesi di “filosofia prima”, delle quali, riguardando la trascendenza o immanenza del mondo rispetto all’atto di conoscenza del soggetto, non si possono mai indicare le condizioni di possibilità che renderebbero verificabile l’una o l’altra tesi. Squalificare la metafisica con tutte le sue chimere è dunque essenziale all’empirismo logico del Circolo, forte delle nuove acquisizioni nella fisica relativistica (Einstein) e quantistica (Planck) che smentiscono il rigido determinismo causale newtoniano e, con esso, anche la fondazione kantiana della scienza sulla base dei giudizi sintetici a priori. Crollato il precedente sistema di riferimento, ecco che crolla inevitabilmente anche la filosofia che lo giustificava, cioè la metafisica tradizionale e moderna. Il Circolo di Vienna si era caricato sulle sue spalle d’Atlantide l’onere e l’onore di formulare con precisione e correttezza le fondamenta teoriche e strutturali del nuovo sistema scientifico di riferimento.

 

Punto cardine di questo ambizioso programma era dunque il criterio empirico di significanza (e di demarcazione) chiamato verificazionismo. Mentre Schlick, il suo inventore, attribuendo centralità alla conferma empirica derivata dall’esperienza diretta del soggetto, sosteneva che tale criterio andasse perciò inteso come fenomenismo, Carnap invece, influenzato dalle teorizzazioni del collega Otto Neurath, parlava di verificazionismo fisicalisista ponendo l’accento solo sulle asserzioni della fisica come matrici della conoscenza. Il berlinese Reichenbach infine, particolarmente interessato alle rivoluzionarie scoperte di Schrödinger, Dirac e Heisenberg  sul principio di indeterminazione, preferì abbracciare l’inedita e più oculata prospettiva del probabilismo ontologico: verificare una determinata proposizione significa solo assegnarle un certo grado di probabilità poiché, come dimostra la nuova meccanica quantistica, non è possibile determinare simultaneamente una coppia di variabili riferite a una particella subatomica. Pertanto al “se-allora sempre” della logica causale deve sostituirsi il “se-allora in una certa percentuale” della nuova logica probabilistica. Nella sua opera conclusiva La nascita della filosofia scientifica (1951), Reichenbach, alla rigida fissità del Deus sive Natura di Spinoza (il suo grande avversario teorico), contrappone dunque la dinamica vivacità di un mondo microscopico in grado di abbattere ogni presunta certezza macroscopica, aprendo le porte a nuove prospettive ancora da approfondire o addirittura da scoprire.

 

K. Popper (1902-1994)
K. Popper (1902-1994)

Se già Reichenbach, con quanto appena mostrato, si era parzialmente discostato dall’originale criterio di verificabilità di Wittgenstein-Schlick, sarà tuttavia con Karl Popper che esso subirà un decisivo scacco. Nella sua opera Congetture e confutazioni (1963) costui, nonostante la sua formazione a stretto contatto con le dottrine del Circolo, si rese conto che in realtà il verificazionismo «non esclude gli asserti metafisici ovvi», cioè gli asserti esistenziali della religione o dell’occulto, e tuttavia «esclude invece i più importanti e interessanti asserti scientifici», cioè quelli riguardanti le leggi universali della natura. Pertanto un valido e corretto criterio di demarcazione tra sistemi scientifici e sistemi metafisici non può che essere il falsificazionismo – non il verificazionismo. Popper riteneva che non fosse per nulla importante il fatto che esistano empiricamente degli eventuali esempi confermanti la verità di un enunciato universale, poiché ne basta solo uno contrario per mostrarne la falsità. Per esempio, infatti, l’asserzione “il diavolo esiste” non è verificabile, ma è invece falsificabile. La differenza è tanto sottile quanto fondamentale e si radica nella ripresa da parte di Popper della svalutazione già teorizzata da Hume del procedimento induttivo. Obiettivo della scienza è dunque mettersi continuamente in discussione poiché è solo ricercando assiduamente quell’esempio falsificante che la conoscenza potrà fare progressi: non trovarlo significa infatti che una determinata teoria è corretta e scientifica. Ritenendo ciò e convergendo inoltre con il pensiero di Pierre Duhem, Popper si è pertanto fatto protagonista di una riabilitazione della metafisica contro le indiscriminate sentenze di condanna del Circolo: un coscienzioso esercizio della “filosofia prima” (come, ad esempio, è stato l’atomismo democriteo) può avere un ruolo positivo ed euristico per l’avanzamento della conoscenza. Metaphysica ancilla scientiae (e non viceversa).

 

C’è però un ulteriore e altrettanto fondamentale argomento che permette di comprendere meglio la nostra indagine sulla crociata di membri del Circolo di Vienna contro la filosofia metafisica impersonata in particolare dal pensatore tedesco Martin Heidegger, loro contemporaneo. Non bisogna infatti dimenticare che ogni filosofo è pur sempre un uomo inserito in un contesto storico e sociale ben preciso che ne condiziona profondamente la weltanschauung. Alle motivazioni di carattere prettamente teoretico e gnoseologico bisogna dunque affiancare anche motivazioni di carattere politico-culturale: ad eccezione dell’individualismo apolitico di Schlick, per i cosmopoliti di sinistra del Circolo, infatti, combattere la dottrina metafisica e la sua relativa «strumentalizzazione anti-proletaria» (Neurath, Protokollsätze) significava combattere in prima linea la sempre più diffusa destra autoritaria pangermanista e nazionalista che si ispirava all’idealismo romantico e aveva come dottrina fondante l’affermazione decisa dello “spirito del popolo germanofono” (volksgeist) come rivalsa conseguente all’umiliazione subita nella prima guerra mondiale, un’astrazione metafisica giudicata dai membri del Circolo insensata e pericolosa - come di fatto si rivelerà nel 1939. Dunque, alla fiducia di Heidegger nell’«intrinseca verità e grandezza del movimento nazionalsocialista» tedesco (Introduzione alla metafisica, 1935), considerato l’ultimo baluardo di difesa per l’intero Occidente europeo contro il comunismo russo e la democrazia tecnologica americana, si opponevano il neomarxismo impegnato e convinto di Neurath e la «neu sachlichkeit» (nuova oggettività) internazionalista e anti-individualista sostenuta da Carnap nella sua prefazione alla Costruzione logica del mondo.

 

Alla luce di quanto mostrato finora, la crociata del Circolo di Vienna è dunque da ritenersi una fase fondamentale per la storia della filosofia e della stessa metafisica poiché il mettere in questione la valenza e lo statuto di una certa teoria è un grande stimolo al progresso interno della medesima e, più in generale, al dialogo interdisciplinare, tanto apologeta quanto accusatorio, permettendo così alla filosofia e alla conoscenza tutta di non arenarsi in un’inconsistente erudizione. Tuttavia, per quanto interessante e stimolante, la prospettiva anti-metafisica del neoempirismo logico presenta però, a mio avviso, due grossi limiti: in primo luogo, una filosofia che si rifiuta di indagare a fondo anche le grandi questioni etiche ed estetiche non può che essere una filosofia solo parziale, tradendo così l’ambizione a una scienza unificata, sistematica e senza ombre. In secondo luogo, il neopositivismo si macchia costantemente di quel tanto criticato atteggiamento dogmatico che starebbe a fondamento di ogni infausto sistema aprioristico e dunque metafisico: reificando infatti la “logica” e trattandola come un’entità suprema e a sé stante alla quale tutto sottomettere, i membri del Circolo hanno compiuto la stessa problematica operazione che accusavano ai pensatori loro avversari, i quali parlavano piuttosto di “spirito”, “natura,” “volontà”, “essere” o “nulla”. Aveva allora ragione Wittgenstein quando considerava il pensiero metafisico come connaturato all’uomo fin dalle sue origini: ogni tentativo di far quadrare il cerchio della filosofia con la logica, dunque, corre il rischio di degenerare proprio in ciò che ha scatenato la crociata neopositivista – il dogmatismo, appunto. «Chi cerca la verità non deve appagare la propria ansia indulgendo alla narcosi della credenza» (Reichenbach, La nascita della filosofia scientifica).

 

 

26 aprile 2023

 









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