Guarire dall'amor proprio. Il tetrafarmaco di Blaise Pascal

 

Nel pensiero di Blaise Pascal è possibile intravedere una filosofia dell’esercizio. Sebbene il filosofo francese prenda le distanze dalle filosofie ellenistiche, nei Pensieri offre una lucida analisi dei mali che affliggono l’animo umano e fornisce a un tempo importanti strumenti per “convertire lo sguardo”, per cambiare in modo radicale il nostro atteggiamento nei confronti dell’esistenza. Nella scia di un importante filone storiografico che tra i suoi esponenti principali ha studiosi come Pierre Hadot e Martha Nussbaum, il presente contributo si propone di individuare i logoi terapeutici della riflessione pascaliana. 

 

C.D. Friedrich, "Due uomini davanti alla luna"
C.D. Friedrich, "Due uomini davanti alla luna"

 

La filosofia di Blaise Pascal si presta a una lettura in chiave terapeutica. Nei Pensieri il filosofo francese fornisce una lucida analisi della condizione dell’esistenza umana e dei mali che la affliggono. Allo stesso tempo fornisce una terapia che induce la “conversione dello sguardo”, ossia un cambiamento radicale dell’“atteggiamento nei confronti dell’esistenza”. Utilizzo volutamente espressioni che richiamano quanto Pierre Hadot ha sostenuto rispetto alle filosofie ellenistiche. Secondo lo studioso, almeno a partire da Socrate, la filosofia antica assume una valenza pratica. Filosofia e bios diventano inseparabili, e il filosofo è considerato in prima istanza colui che aderisce a un certo stile di vita. D’altra parte lo stesso Hadot e, dopo di lui, molti altri ritengono che lo stretto legame tra filosofia e cura dell’anima attraversi l’intera storia della filosofia, perfino le età moderna e contemporanea. Di recente questa tesi è stata argomentata dal tedesco Wilhelm Schmid ne La filosofia dell’arte di vivere. In Italia va segnalato il saggio di Simone D’Agostino Esercizi spirituali e filosofia moderna. Bacon, Descartes, Spinoza, che estende a pensatori dell’età moderna il concetto hadotiano di “esercizi spirituali”. Last but not least è doveroso ricordare il grande lavoro svolto da Luca Mori che, oltre ad aver ripreso in modo originale l’idea hadotiana della filosofia come terapia dell’anima, ha coinvolto diversi ricercatori in un ampio progetto per le edizioni ETS con la fondazione della collana Filosofie dell’esercizio

 

L’esperimento che segue non è quindi anodino, perché si inserisce in una tradizione storiografica che crede nella possibilità di una lettura “altra” della storia della filosofia dove le questioni terapeutiche e non teoretiche siano centrali. È evidente che il discorso andrebbe ampliato per mettere in risalto le analogie e le differenze tra gli approcci terapeutici filosofici e quelli dei maggiori orientamenti della psicologia contemporanea. Ma questa riflessione ci allontanerebbe troppo dall’obiettivo ben più limitato del presente contributo. 

 

L’idea è quella di offrire una breve lettura del pensiero pascaliano seguendo uno schema medico classico: sintomatologia, diagnosi, terapia. Si vuole, in altre parole, attraversare la riflessione di Pascal come un paziente alla ricerca dei rimedi ai propri problemi esistenziali

 

 

Sintomatologia e diagnosi 

Per rendere più coinvolgente l’esperimento vorrei seguire l’esempio di Martha Nussbaum in Terapia del desiderio. La filosofa americana invita il lettore a immaginare una giovane donna, Nikidion (“piccola vittoria”), che inizia a frequentare le maggiori scuole filosofiche del suo tempo (la peripatetica, l’epicurea, la scettica e la stoica) per vincere se stessa, ovvero per trovare la strada che possa guarirla dai suoi turbamenti. Anche se Pascal non ha fondato alcuna scuola filosofica, né si è mai proposto come medico dell’anima, fingiamo a nostra volta che un giovane e tormentato gentiluomo del Seicento di nome Claude Bouillon si rechi un giorno dal filosofo in piena crisi esistenziale. Come Nussbaum per Nikidion non ho scelto un nome casuale. “Bouillon” significa infatti “brodo”, e l’esistenza del giovane ribolle di passioni come un brodo caldo. Nella sua anima si avvicendano sentimenti e desideri contrastanti. Un giorno vorrebbe essere un grande giurista, un altro diventare sindaco di Clermont-Ferrand. A volte si lascia prendere da fantasie “di arme e di cavalieri”. Si vede combattere a Creta al fianco dei veneziani contro i turchi o, in maniera più prosaica, partecipare alla Fronda, anche se non sa se ha da guadagnare di più schierandosi con il re o con i nobili ribelli. Data l’età – ipotizziamo che abbia intorno ai 25 anni – non mancano neanche le rêverie amorose: fantastica di una principessa che si innamori perdutamente di lui e che tutti lo invidino per questo. 

 

Il nostro Bouillon è ambizioso, sempre affaccendato a elaborare un progetto, a partecipare a un evento mondano. Vuole diventare famoso, desidera che tutti lo amino e lo acclamino. 

 

 

Ben gli si addice la seguente considerazione di Pascal:   

 

« Siamo così presuntuosi che vorremmo essere conosciuti dal mondo intero, e anche dalla gente che verrà quando noi non ci saremo più. E siamo così vani che la stima di cinque o sei persone ci diverte e ci contenta ». (Pascal, Pensieri)

 

Bouillon parla sempre di sé. È difficile trovare un suo discorso che non cominci con il pronome “Io”. Si vanta senza sosta di quello che fa e soprattutto di quello che “non fa”, vale a dire dei suoi progetti e delle sue infinite aspirazioni. Poiché di buona famiglia, si può permettere di viaggiare spesso. Solo che non viaggia per conoscere nuove culture, ma per raccontare dei suoi viaggi. 

Direbbe Pascal: 

 

« non si viaggerebbe per mare se fosse per non dirne mai nulla e per il solo piacere di vedere, senza speranza di comunicarlo mai ». 

 

Anche se non ha gli strumenti di oggi e non può postare centinaia di foto sui social dei luoghi visitati, Bouillon racconta a chiunque gli capiti sotto tiro i viaggi compiuti. Scende nei minimi dettagli; presenta come grandi avventure gli aneddoti più insignificanti. Non si accorge che i destinatari dei suoi racconti interminabili spesso si annoiano e che non vedono l’ora di trovare una scusa educata per andarsene

 

Nonostante il suo affaccendarsi continuo, vi sono momenti della vita del nostro gentiluomo in cui si ritrova solo, drammaticamente a riposo. Le parole di Pascal ci aiutano a descrivere lo stato d’animo che assale il giovane in queste pause stranianti: 

 

« Niente è così insopportabile all’uomo come essere in completo riposo, senza passioni, senza affari, senza distrazione, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo stato d’abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente usciranno dal fondo della sua anima la noia, la depressione, la tristezza, il dolore, la rabbia, la disperazione ».

 

Ecco i sentimenti che prova Bouillon quando si ferma: noia, depressione, tristezza, dolore, rabbia, disperazione. Finite le distrazioni, comincia ad essere assalito da un profondo senso di vuoto. Le cose si sottraggono alla sua presa e gli appaiano prive di significato; anche i suoi progetti e i suoi sogni sembrano in quei momenti effimeri e vani. Ha la sensazione angosciante che il tempo gli stia fuggendo tra le mani. Non ne ha la piena consapevolezza, ma in cuor suo avverte di correre spensierato nel baratro dopo essersi messo davanti qualcosa per impedirsi di vederlo – l’espressione è ripresa da Pascal: «corriamo spensierati nel baratro dopo esserci messi davanti qualcosa per impedirci di vederlo»

 

Bouillon commette l’errore della maggioranza degli uomini: 

 

« Ognuno esamini i propri pensieri, li troverà tutti occupati dal passato o dall’avvenire. Noi non pensiamo quasi affatto al presente e, se ci pensiamo, è solo per averne luce circa le disposizioni per l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine. Il passato e il presente sono per noi dei mezzi, solo l’avvenire è nostro fine. Così non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e mentre ci disponiamo sempre a essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai ».

 

Il giovane tende a proiettarsi continuamente nel futuro. Il presente non ha interesse per lui, e il motivo principale è che lo teme. Poiché quando «si lascia vivere» (Henri Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza), e si immerge nel presente della coscienza, sente le contraddizioni del suo io più profondo. Abbiamo individuato già diversi sintomi della malattia che affligge il nostro personaggio: l’irrequietezza, il senso di vuoto, l’incapacità di fermarsi e di gioire del presente

 

Ma accanto a questi se ne aggiunge un altro che semina ancora più dubbi nella sua mente. Il gentiluomo ha l’impressione che le relazioni con gli altri siano segnate dalla menzogna, dall’ipocrisia e dalla simulazione. Si chiede se «non siamo che menzogna, doppiezza, contraddizione» (Pascal, Pensieri). Si dissimula a sé e agli altri; e quell’io immaginario, che si è costruito per essere amato e lodato, si è trasformato col tempo in una zavorra. Per lavorare ad abbellire l’immaginario il nostro ha trascurato quello vero. Invece di "scolpire la sua statua interiore" (come ci insegna Plotino in Enneadi) eliminando il superfluo, Bouillon passa sempre più tempo a ornare con mille inutili fronzoli l’io superficiale, che sta diventando una crosta soffocante. Del resto, l’incessante attività di “allestimento” dell’io immaginario non è solo voluta, ma anche subita. L’immagine falsa di sé genera aspettative; e se Bouillon vuole mostrarsi coerente, deve spesso conformarsi a quanto attendono gli altri. Quest’ultimo sintomo, il senso di inautenticità, getta ancora più nello sconforto il giovane. L’immagine perfetta di sé che vuole dare per brillare è diventata una presenza ingombrante. 

 

Ipotizziamo che Bouillon, stanco di questo malessere così diffuso, decida di confidarsi con una persona intelligente, acuta e di grande sapienza. A Clermont-Ferrand – fingiamo di trovarci intorno al 1652 – Pascal è acclamato e riconosciuto come una delle menti più brillanti del tempo. Grazie alle sue conoscenze e all’elevata condizione sociale, Bouillon riesce a strappare un invito. Finalmente può parlare con uno che ne sa molto più di lui degli abissi dell’animo umano. 

 

Ascoltato con attenzione e gentilezza le angosce del giovane, Pascal non ha dubbi. Il nostro soffre in forma acuta di un male molto comune: l’amor proprio. Leggiamo il referto: 

 

« La natura dell’amor proprio e dell’io umano è di amare solo sé e non considerare che se stesso. Ma che potrà fare? Non potrà impedire che l’oggetto del suo amore sia pieno di difetti e di miseria; vuol essere grande, e si vede piccolo; vuol essere felice, e si vede miserabile; vuol essere perfetto, e si vede pieno d’imperfezioni: vuol essere oggetto dell’amore e della stima degli uomini, e vede che i suoi difetti non meritano altro che avversione e disprezzo ». 

 

La diagnosi è chiara. Bouillon ha un amore infinito di sé; ma l’oggetto di questo amore non è proporzionato al sentimento che prova. Vorrebbe essere grande, «e si vede piccolo»; vorrebbe essere pieno di virtù, e si scopre pieno di vizi; vorrebbe essere perfetto, «e si vede pieno di imperfezioni». Non merita l’amore che desidera dagli altri. 

 

A causa dell’amor proprio e dell’incapacità di riconoscere la propria condizione di miseria, Bouillon si è costruito un io immaginario. Ha nascosto le parti più autentiche di sé dietro un’armatura scintillante di ipocrisia. Nello stesso tempo ha cercato in tutti i modi di riempire le sue giornate di attività per non ritrovarsi mai solo con se stesso. Ma così non ha fatto altro che fuggire, distrarsi, divertirsi, conducendo una vita de-centrata. La distrazione è diventata la sua consolazione e la sua più grande miseria

 

« La sola cosa che ci consola dalle nostre miserie è la distrazione, e tuttavia non c’è miseria più grande. Perché è il massimo impedimento a pensare a noi stessi, e insensibilmente provoca la nostra perdita. Senza, saremmo nella noia, e la noia ci spingerebbe a cercare un mezzo più solido di uscirne, ma la distrazione ci divaga e ci fa giungere insensibilmente alla morte ».

 

 

Abbiamo insomma trovato il male che affligge Bouillon. Mi immagino il suo scoramento nell’ascoltare le parole di Pascal. Di sicuro il filosofo avrebbe usato una buona dose di esprit de finesse per non attivare le resistenze del giovane interlocutore. Tuttavia, la consapevolezza del male è solo il primo passo. Occorre adesso fornire una terapia. 

 

La terapia 

 

A differenza delle scuole ellenistiche Pascal non si propone di far raggiungere al suo paziente l’atarassia e l’aponia. Non ha da consigliare degli esercizi spirituali di tipo stoico. «Ciò che propongono gli stoici è così difficile e così vano», dice il filosofo. Questo però non significa che non abbia nessun logos terapeutico. Anzi, il primo invito di Pascal è quello di effettuare una conversione radicale dello sguardo. Bouillon deve accettare la propria condizione di miseria. Pascal lo fa riflettere su questa sconvolgente verità: 

 

« La grandezza dell’uomo è grande in quanto egli si conosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile ».

 

Bouillon deve riconoscere la propria imperfezione, le proprie fragilità e debolezze. Deve ammettere che, per quanto si sforzi, non potrà mai corrispondere all’io ideale che vorrebbe essere. Tale consapevolezza può generare all’inizio una profonda disperazione. Ma è qui che occorre convertire lo sguardo: il riconoscimento della condizione di miseria è l’autentica grandezza dell’uomo. Non è grande il re, il condottiero, lo scienziato geniale, ma l’uomo che sa di essere misero. E se questa verità genera in prima istanza un’acuta sofferenza, è perché si è ancora troppo di-vertiti, ancora fermi su una delle innumerevoli strade che portano lontani da sé. Si è nella fase in cui la forza centrifuga del divertissement si oppone a quella centripeta dalla consapevolezza. Come nella raffigurazione di Paolo Veronese di Un giovane tra virtù e vizio, lo sguardo si è convertito, guarda nella direzione giusta. Il corpo però fa fatica a volgersi verso quel centro da cui per così tanto tempo si è fuggiti. 

 

Paolo Veronese, "Un giovane tra virtù e vizio"
Paolo Veronese, "Un giovane tra virtù e vizio"

 

Bouillon ha compreso che se vuole uscire dal suo stato di dispersione, se non vuole essere più preda delle passioni, deve guardarsi per quello che è. Ingenuamente, si illude che questo lo porterà alla scoperta del suo vero io. Tuttavia Pascal lo stupisce nuovamente: 

 

« Che cos’è l’io? […] se uno ama qualcuno a causa della sua bellezza, l’ama? No, perché il vaiolo, che ucciderà la bellezza senza uccidere la persona, farà sì che non l’amerà più. E se mi si ama per il mio giudizio, per la mia memoria, si ama me? No, perché posso perdere queste qualità senza perdere me stesso. Dov’è dunque questo io, se non è né nel corpo, né nell’anima? E come amare il corpo o l’anima se non per queste qualità, che non sono affatto ciò che costituisce l’io, visto che sono periture? Si potrebbe forse amare astrattamente la sostanza dell’anima di una persona, quali che siano le sue qualità? Non si può e sarebbe ingiusto. Non si ama dunque mai nessuno, ma solo delle qualità ».

 

L’analisi di Pascal è spiazzante: cos’è l’io se non un insieme di qualità? Si può amare una persona al di là delle sue doti? La bellezza non appartiene a un solo individuo, così come l’intelligenza, la memoria o lo spirito. Il discorso allora si complica. Sembra che sia impossibile accedere a un “io” durevole, a un io-sostanza. Quello che chiamiamo “vero io” è in ultima istanza una realtà dinamica, inafferrabile. I contrasti, le contraddizioni fanno parte dell’essere in divenire che noi siamo. Ma a questo punto come bisogna relazionarsi in modo autentico a sé e agli altri se è impossibile cogliere l’essenza dell’io? Non ci troviamo forse in un’impasse? Da una parte, Pascal invita a non essere schiavi dell’io immaginario, dall’altra nega l’esistenza di un io-sostanza che potrebbe dare stabilità e coerenza all’agire. Il consiglio di Pascal è di continuare a conoscere se stessi, ma in una prospettiva più “regolativa” che ontologica: 

 

« Bisogna conoscere se stessi – dice Pascal. Quand’anche ciò non servisse a trovare il vero, almeno serve a regolare la propria vita. E non c’è niente di più giusto ».

 

La conoscenza di se stessi deve assumere un valore soprattutto pratico. «Bisogna conoscere se stessi» per condurci bene, per agire da honnête homme. Arriviamo così a un nuovo logos terapeutico. L’espressione è quasi intraducibile in italiano e sarebbe riduttivo renderla con “uomo onesto”. Nel Seicento assume più significati che oscillano tra la postura del moralista e quella del cortigiano. Ad esempio, l’honnête homme è spesso inteso come il galantuomo, l’uomo delle buone maniere che si sa comportare in società. È evidente che per Pascal non può assumere solo queste accezioni; sarebbe un clamoroso passo indietro rispetto agli atteggiamenti che condanna. Leggiamo allora la descrizione che ne fornisce:

 

« Bisogna che non si possa dire di lui né: è matematico, né predicatore, né eloquente, ma: è uomo dabbene. Questa qualità universale è l’unica che mi piace. Quando, nel vedere un uomo, ci si ricorda del suo libro, è brutto segno. Vorrei che non ci si accorgesse di alcuna qualità se non all’occorrenza e quando si presenta l’occasione di metterla in opera, NE QUID NIMIS [nulla di troppo], per timore che una qualità s’imponga sulle altre, e porti a dare un nome. Che non si pensi che parla bene, se non quando si tratta di parlare bene. E allora sì, che ci si pensi ».

 

L’honnête homme è la persona che si imprime nella memoria per come agisce e non per le sue “qualità” o per il lavoro che svolge. Pascal fa un bell’esempio. L’honnête homme non è chi parla bene, ma chi sa parlare bene quando bisogna parlare bene; non la persona eloquente, che tiene bei discorsi per attirare l’attenzione e magari manipolare l’uditorio, ma chi usa le parole giuste al momento giusto. Agire in questa maniera non è semplice: richiede un costante esercizio di ascolto di sé e degli altri e il saper leggere la complessità delle situazioni in cui si vive.

 

Abbiamo quasi concluso la “seduta terapeutica” del giovane gentiluomo. Bouillon ha compreso che per dare una svolta alla sua esistenza deve accettare la sua condizione di miseria, conoscere se stesso e agire da honnête homme. Tuttavia manca ancora qualcosa. Seguire questi consigli non porterà il nostro al raggiungimento dell’atarassia o a un equilibrio stabile. Continuerà a vivere con un senso di precarietà. Certo, dalla condizione di miseria non si può uscire, ma allora è tutto qui? Bouillon dovrà semplicemente condurre la propria esistenza rinunciando a un qualsiasi punto di riferimento? Pascal non sta forse chiedendo troppo?

 

È noto come per Pascal la filosofia non basti a guarire i mali dell’anima. La riflessione filosofica può aiutare a cambiare il proprio stile di vita; non potrà però mai appagare il bisogno di senso. Questo può avvenire solo scommettendo su Dio, vivendo una vita all’insegna del vangelo secondo l’ordine della carità. Per Pascal è l’ulteriore conversione religiosa a poter condurre lì dove non riesce la conversione filosofica. 

 

D’altro canto, il nostro Bouillon potrebbe restare insoddisfatto dall’esito finale della sua discussione con il filosofo. Ipotizziamo che il giovane non sia un uomo molto religioso, che per educazione possa difficilmente abbracciare la fede. Pascal non avrebbe null’altro da dirgli? Sebbene il nostro sia solo un esperimento mentale, credo che Pascal avrebbe potuto suggerirgli comunque di scommettere sull’infinito: 

 

« dovunque vi sia l’infinito e non vi siano infinite probabilità di perdita contro quella del guadagno, non c’è da tergiversare, bisogna dare tutto ». 

 

Scegliere l’infinito non necessariamente significa convertirsi alla vita cristiana. Scommettiamo sull’infinito ogni qualvolta davanti a una scelta in cui ne va del nostro essere, del senso più profondo della nostra esistenza non ci uniformiamo alla massa, al “si”, direbbe Heidegger, ma ci mettiamo in gioco assumendo il peso della nostra libertà.

 

Si sceglie l’infinito quando si lotta per ideali più elevati (ad esempio la giustizia, l’uguaglianza), quando si continua a credere con impegno attivo in un’umanità migliore. Scommettiamo sull’infinito quando siamo fermamente convinti della possibilità di potere cambiare la realtà in cui viviamo. Non è allora solo il cristiano o l’uomo di fede a scommettere sull’infinito.  

 

Conclusione 

 

Bouillon lascia il filosofo con la prescrizione di una sorta di tetrafarmaco pascaliano: accetta la tua condizione di miseria, conosci te stesso, vivi come un honnête homme, scommetti sull’infinito. Questa massime non sono come quelle epicuree: se Bouillon le mette in pratica, raggiungerà al massimo un equilibrio dinamico. Non diventerà inoltre immune dall’esperienza del dolore. In compenso la sofferenza sarà inserita in un orizzonte di senso più ampio; verrà letta come possibilità di cambiamento positivo della propria esistenza. Bouillon continuerà infine ad essere ambizioso. Le sue ambizioni non saranno però quelle dell’uomo dall’ego smisurato che vuole apparire ad ogni costo, che desidera primeggiare e imporsi sugli altri. La sua unica grande ambizione sarà quella di migliorare se stesso e il mondo in cui vive. Quella di Bouillon non sarà allora una vita senza passione. Resterà un “brodo” che ribolle di passioni. Ma le passioni non saranno subite, diventeranno piuttosto il motore e il nutrimento della sua vita. Come la Nikidion di Nussbaum anche Bouillon ha trovato un modo per vincere se stesso. 

 

22 maggio 2024

 









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