Il capitalismo e il valore dello sciopero

 

Quanto più il capitalismo si sviluppa, quanto più rapidamente aumentano le grandi fabbriche e officine, quanto più energicamente i piccoli capitalisti vengono eliminati dai grandi, tanto più urgente diventa per gli operai la necessità di resistere uniti, perché tanto più grave diviene la disoccupazione, tanto più forte diventa la concorrenza tra i capitalisti, che tendono a produrre le merci il più a buon mercato possibile (e per farlo bisogna pagare gli operai il meno possibile), tanto più forti sono le oscillazioni nell'industria e le crisi.

 

di Vladimir Lenin

 

 

Il capitalismo è quella struttura della società in cui la terra, le fabbriche, gli strumenti, ecc. appartengono a un piccolo numero di proprietari terrieri e di capitalisti, mentre la massa del popolo non possiede, o quasi, alcuna proprietà e deve perciò lavorare a salario. I proprietari terrieri e i fabbricanti assumono gli operai e li costringono a produrre questi o quei prodotti, che essi vendono poi sul mercato. In pari tempo i fabbricanti pagano agli operai soltanto un salario con il quale essi e le loro famiglie possono appena vivere; e tutto ciò che l'operaio produce in più della quantità di prodotti che gli occorre per vivere, se lo intasca il fabbricante: ciò costituisce il suo profitto. Nell'economia capitalistica, quindi, la massa del popolo lavora a salario presso altre persone, lavora non per sé, ma per i padroni in cambio di un salario. È comprensibile che i padroni cerchino sempre di abbassare il salario: quanto meno daranno agli operai tanto più profitto rimarrà loro. Gli operai invece cercano di ottenere il salario più alto possibile, per poter nutrire la loro famiglia con cibo sufficiente e sano, per poter abitare in una buona casa, vestire non come miserabili, ma come vestono tutti. Fra i padroni e gli operai si svolge, quindi, una continua lotta per il salario: il padrone è libero di assumere l'operaio che crede, e perciò cerca quello più a buon mercato. L'operaio è libero di andare a lavorare presso il padrone che crede, e cerca il migliore, quello che lo paga meglio. Sia che lavori in campagna o in città, sia che si faccia assumere da un grande proprietario fondiario, da un contadino ricco, da un appaltatore o da un fabbricante, l'operaio mercanteggia sempre con il padrone, lotta contro di lui per il salario.

 

Ma può un operaio condurre questa lotta isolato? Gli operai diventano sempre più numerosi: i contadini vanno in rovina e fuggono dai villaggi nelle città e nelle fabbriche. I grandi proprietari fondiari e i fabbricanti introducono nelle loro aziende macchine che tolgono lavoro agli operai. Nelle città vi sono sempre più disoccupati, nelle campagne sempre più poveri, la popolazione affamata fa abbassare i salari sempre di più. Per l'operaio diviene impossibile lottare da solo contro il padrone. Se l'operaio esige un buon salario o non acconsente ad una diminuzione, il padrone gli risponde: vattene, alla porta ci sono molti affamati; essi sono contenti di lavorare anche per un salario basso.

 

Quando l'immiserimento del popolo giunge a un punto tale che nelle città e nei villaggi esistono costantemente masse di popolo senza lavoro, quando i fabbricanti accumulano ricchezze immense e i piccoli padroni vengono eliminati dai milionari, allora l'operaio isolato diviene assolutamente impotente di fronte al capitalista. Il capitalista ottiene la possibilità di schiacciare l'operaio completamente, di costringerlo a una fatica mortale in un lavoro da galeotto, e per di più non lui solo, ma anche sua moglie e i suoi figli. E infatti, se date uno sguardo alle industrie nelle quali gli operai non sono ancora riusciti a farsi difendere dalla legge e in cui non possono opporre resistenza ai capitalisti, vedrete una giornata lavorativa smisuratamente lunga, che giunge fino alle 17-19 ore, vedrete dei bambini di 5-6 anni che si sfiancano sul lavoro, vedrete una generazione di operai costantemente affamati e che muoiono lentamente di fame. Un esempio: gli operai che lavorano a domicilio per i capitalisti; e ogni operaio ricorderà ancora moltissimi altri esempi! Nemmeno con la schiavitù e con la servitù della gleba vi fu mai un'oppressione cosi terribile del popolo lavoratore quale quella cui giungono i capitalisti, se gli operai non riescono ad opporre loro resistenza, a conquistarsi delle leggi che limitino l'arbitrio dei padroni. 

Ed ecco che, per non lasciarsi sospingere a una tale condizione estrema, gli operai iniziano una lotta accanita. Vedendo che ognuno di essi, se isolato, è assolutamente impotente e minacciato dal pericolo di perire sotto il giogo del capitale, gli operai incominciano a insorgere insieme contro i loro padroni. Hanno inizio gli scioperi di operai. Dapprincipio gli operai spesso non sanno nemmeno che cosa vogliono ottenere, non hanno coscienza della ragione che li spinge a far ciò: rompono semplicemente le macchine, distruggono le fabbriche. Vogliono soltanto far sentire ai fabbricanti la loro indignazione, mettono alla prova le loro forze unite allo scopo di uscire dalla loro insopportabile situazione, pur non sapendo ancora perché mai la loro condizione è così disperata e a che cosa essi devono tendere. [...]

 

Koheler, "The strike" (1886)
Koheler, "The strike" (1886)

 

Quale significato hanno dunque gli scioperi (o astensioni dal lavoro) nella lotta della classe operaia? Per rispondere a questa domanda dovremo dapprima soffermarci in modo un po' più particolareggiato sugli scioperi. Se il salario dell'operaio viene stabilito – come abbiamo visto – con un contratto fra il padrone e l'operaio, se l'operaio isolato risulta, all'atto di questo contratto, completamente impotente, è chiaro che gli operai dovranno necessariamente difendere le loro richieste insieme, dovranno necessariamente organizzare scioperi, se vorranno impedire al padrone di abbassare i salari, o ottenere una paga più elevata. E infatti non vi è un solo paese a struttura capitalistica nel quale non ci siano scioperi di operai. In tutti gli Stati europei e in America gli operai si sentono impotenti se isolati, e possono resistere ai padroni soltanto uniti, organizzando scioperi oppure minacciando lo sciopero. E quanto più il capitalismo si sviluppa, quanto più rapidamente aumentano le grandi fabbriche e officine, quanto più energicamente i piccoli capitalisti vengono eliminati dai grandi, tanto più urgente diventa per gli operai la necessità di resistere uniti, perché tanto più grave diviene la disoccupazione, tanto più forte diventa la concorrenza tra i capitalisti, che tendono a produrre le merci il più a buon mercato possibile (e per farlo bisogna pagare gli operai il meno possibile), tanto più forti sono le oscillazioni nell'industria e le crisi. Quando l'industria prospera, i fabbricanti ricavano grandi profitti e non pensano affatto a farne parte agli operai; durante la crisi, invece, essi cercano di far ricadere le perdite sulle spalle degli operai. [...]

 

Quando di fronte ai ricchi capitalisti stanno degli operai nullatenenti, isolati, questi non possono che essere completamente asserviti. Quando però questi operai nullatenenti si uniscono, le cose cambiano. Nessuna ricchezza può recare vantaggio ai capitalisti se non trovano degli operai disposti ad applicare il loro lavoro agli strumenti e ai materiali che essi posseggono e a produrre nuove ricchezze. Quando gli operai sono isolati gli uni dagli altri di fronte ai padroni, rimangono degli autentici schiavi e lavorano eternamente per un tozzo di pane per conto di un uomo a loro estraneo, rimangono eternamente dei salariati docili e muti. Ma quando gli operai proclamano insieme le loro rivendicazioni e rifiutano di sottomettersi a colui che ha il portafoglio gonfio, allora essi cessano di essere degli schiavi, diventano degli uomini, cominciano ad esigere che il loro lavoro non serva soltanto ad arricchire un pugno di parassiti, ma dia la possibilità a coloro che lavorano di vivere da uomini.

 

V. Lenin, Sugli scioperi (1899)