Ricchezza e conoscenza

 

“Ora, dunque, poiché a te sembra che si possa insegnare e che sia l'unica cosa a rendere felice e fortunato l'uomo, potresti dire altro se non che è necessario filosofare? E tu stesso hai in mente di farlo?” “Certamente, Socrate”, rispose.

 

di Platone

 

 

“Ebbene: se uno possedesse ricchezza e tutti i beni di cui parlavamo poco fa, ma non li usasse, sarebbe felice per il possesso di questi beni?” “No di certo, Socrate.” “Bisogna quindi”, dissi, “a quanto pare, che chi vuole essere felice non solo possieda tali beni, ma li usi anche: altrimenti non gli deriva nessuna utilità dal possesso.” “Dici il vero.” “Perciò, Clinia, per rendere felice qualcuno, è sufficiente possedere i beni e servirsene?” “A me sembra di sì.” “Forse”, chiesi, “se uno se ne serve rettamente, oppure anche se non se ne serve rettamente?” “Se se ne serve rettamente.” “Dici bene”, risposi. “Infatti è peggio, credo, se qualcuno si serve di una cosa qualsiasi non rettamente che se la trascura: il primo caso è un male, l'altro, invece, non è né un male né un bene. O non diciamo così?.” Ne convenne. […] “Allora”, proseguii io, “anche riguardo all'uso dei beni di cui parlavamo prima, ricchezza, salute, bellezza, l'uso corretto di tutti questi era una scienza che guidava e dirigeva l'azione o qualcos'altro?” “Era una scienza”, rispose. «Dunque, come sembra, la scienza procura agli uomini non solo buona fortuna, ma anche buon uso in ogni possesso e azione.” Fu d'accordo. “Deh, per Zeus”, dissi, “c'è forse qualche utilità nel possedere altri beni, senza intelligenza e sapienza? Trarrebbe forse profitto un uomo dal possedere molte ricchezze e compiere molte azioni, senza avere intelligenza, o piuttosto dal possedere poche ricchezze e compiere poche azioni con intelligenza? Rifletti così: agendo meno non sbaglierebbe meno, e sbagliando meno non starebbe meno male, e stando meno male non sarebbe meno infelice?” “Certo”, rispose. “Si potrebbe, dunque, agire meno da povero o da ricco?” “Da povero”, rispose. “Da debole o da forte?” “Da debole.” “Da persona che gode di onori o che non ne gode?” “Da persona che non ne gode.” “Si potrebbe agire meno da coraggioso e saggio o da vile?” “Da vile”. “Allora anche da inoperoso piuttosto che da attivo?” Ne convenne. “E da lento piuttosto che da veloce e con la vista e l'udito deboli piuttosto che acuti?” Su tutto questo ci trovammo d'accordo. “Insomma”, dissi, “Clinia, è probabile che di tutte le cose che prima dicevamo essere beni, in merito, non si possa dire che siano beni in sé per natura, ma, come sembra, la cosa sta così: se le guida l'ignoranza sono mali maggiori dei loro contrari, quanto più sono capaci di prestare servizio alla loro cattiva guida, se, invece, le guidano l'intelligenza e la sapienza sono beni maggiori, ma in sé nessuna di esse vale qualcosa.” “Sembra, a quanto pare, così come tu affermi”, rispose. “Che cosa deriva allora per noi da quanto è stato detto? Deriva qualcos'altro se non che nessuna delle altre realtà è buona o cattiva, ma di queste due la sapienza è un bene, mentre l'ignoranza è un male?” Fu d'accordo. “Consideriamo ancora il resto”, dissi. “Poiché tutti desideriamo essere felici, ma è risultato che diveniamo tali per l'uso delle cose e per l'uso corretto, ed era la scienza quella che forniva la correttezza e la buona fortuna, bisogna, quindi, come sembra, che ogni uomo procuri in ogni modo di essere il più sapiente possibile, o no?” “Sì”, rispose. [...] “Ora, dunque, poiché a te sembra che si possa insegnare e che sia l'unica cosa a rendere felice e fortunato l'uomo, potresti dire altro se non che è necessario filosofare? E tu stesso hai in mente di farlo?” “Certamente, Socrate”, rispose.