La riflessione per ritrovarsi

 

Il temperamento che caratterizza l’adolescenza si espande negli anni, si ha sempre meno tempo, si è sempre più impegnati e l’angoscia, che caratterizza questo postmoderno, rende le persone sempre più tristi. Forse qualcosa è stato dimenticato: fermarsi e riflettere.  

 

Caspar David Friedrich, "Viandante sul mare di nebbia"
Caspar David Friedrich, "Viandante sul mare di nebbia"

 

Alcuni hanno vite assai complicate, a volte perché se la sono cercata, altre, più spesso, per cattivi incontri e brutte esperienze: amicizie fuorvianti o genitori come castighi. Quando si è giovani  è normale testare la propria personalità: l’adolescenza è una ricerca della propria identità, quindi è funzionale toccare gli estremi di una vita per meglio chiarire la propria. Come in una stanza buia quando si cerca la porta di uscita: a volte si arriva alla finestra, a volte si inciampa su un paio di scarpe lasciato per terra da qualcun altro, altre volte si urta il mignolo contro l’angolo del comodino, poi si trova finalmente l’interruttore della luce. La giovinezza è un po’ come la stanza buia, è bellissima perché si può immaginare, essere o vedere, di tutto, si hanno energie per non demoralizzarsi e ritentare da un’altra parte, verso un altro estremo. Così c’è chi prova a trovare la “luce nella stanza”. Alcuni, purtroppo, la trovano nelle droghe, in una sessualità promiscua o nella devianza delinquenziale, altri, forse più fortunati, nella dedizione totale allo sport, alla suola o nell’apprendere un lavoro. Tutto serve per capire chi si è, per trovare un sé soddisfacente e orientarsi nella stanza buia. Tuttavia, a volte, la ricerca dell’interruttore che illumini le stanze segrete della mente, dura troppo tempo, o, anche, alcuni traumi avuti durante il percorso, non vengono superati. Soprattutto andando “ai 300km/h”, come si è abituati da giovani, si perde di vista il paesaggio, si affrontano curve pericolose senza essere esperti, si rischia di picchiare troppo forte contro quel comodino e rimetterci l’intero piede.

  

La classica giornata di chi ancora non ha trovato se stesso? È quella che caratterizza

 

« gli appassionati promulgatori del successo »

 

come li conia Nicolás Gómez Dávila nei sui Escolios. Sveglia intelligente al polso, yoga al mattino, poi si vola a scuola/lavoro con i minuti contati, si mangia un totale di calorie in un piatto tutto controllato da una dieta completamente precisa, si contano i bicchieri di acqua bevuti – sempre con l’orologio intelligente da polso che ci controlla 24 ore su 24 – poi si va in palestra con la scheda e il cardio-frequenzimentro, poi a casa si studia oppure si svolgono i “lavori” e i “doveri” affettivi famigliari e alla sera si esce, per non stare soli, per non ascoltare la tristezza, il trauma, la vita. Per non pensare. Per non “sentire” il pensiero. Essi, continua Nicolás Gómez Dávila:

 

« contribuiscono meno a migliorare il mondo che a celebrare la caducità, la fugacità, la mutabilità delle cose. »

 

L’adolescenza dunque si espande negli anni, diventati sempre troppo pochi, le giornate si accorciano, non si riesce mai a fare tutto quello che si vorrebbe, eppure si è super impegnati, ci si infligge un controllo a tutto tondo dalle tecnologie, sempre presi e persi nel tempo che manca, i contenuti delle 24 ore sono calcolati in base ad una qualità che ha un gusto mercificato, economico, temporale, prestazionale; le emozioni? Dimenticate. L’amore? Una vulnerabilissima utopia. Ma l’emotività non si scorda di esistere: essa influenza la forma del sé e informa gli altri – si è fatti in maniera “terribilmente meravigliosa”: potremo credere di mettere in disparte la soluzione a certi problemi, ma questi continuano a lavorare da sotto, a condizionare il vissuto, il percepito e quindi anche il rapporto con l’alterità. Sempre più persone, per non sentire la sofferenza del e nel pensiero, si inventano qualsiasi cosa: iniziano 1000 avventure amorose, viaggiano tutto l’anno, escono ogni sera per anestetizzare le proprie frustrazioni con sorsi alcolici. Le droghe "di una volta" si sono coperte, nascondendo il loro "essere lupo" in un travestimento da pecora: l’effetto dell’eroina viene ricercato nello sport, lo sballo e la confusione degli acidi in un ipnotizzante e tecnologico schermo di un dispositivo, l’euforia della cocaina nella “spunta” di whatsapp, il godimento che trascende l’anima del sentimento nel sesso sfrenato, in compere folli su Amazon. Soli. Pragmaticamente scevri da un contatto che dovrebbe essere legato non solo alla prestazione, ma anche a quella parte emotiva che caratterizza l'essenza umana.

 

Questa strategia non farà altro che ritardare lo sviluppo, la conoscenza di sé, per portarsi i traumi anche in relazioni sane che poi diventeranno malate; finirà per non curare davvero il virus dentro il proprio cervello, per assumere farmaci palliativi senza estirpare il tumore. Si vagherà per la stanza buia della mente senza aver chiaro dove si procede, sbattendo come in un flipper estremo tra un’esperienza e l’altra, con l’angoscia di quello che è successo. Il noi più profondo, il ragionamento inconcludente che ci si porta appresso da anni non si risolverà. Ci si potrebbe imbattere nel principe azzurro o nella ragazza perfetta, ma se non ci si conosce, se si sono costruiti un’impalcatura e dei ponti sbagliati, abiti comportamentali fallimentari, se si rimane vaganti con la testa bassa a scrutare l’immediatezza delle azioni senza considerare cosa è realmente davanti a sé, non si incontreranno mai. Il principe o la principessa passeranno vicino, magari osserveranno una persona, di zombesche sembianze, che passa veloce senza guardare, e andranno oltre anche loro. Si continuerà a vagare per questo mondo ponendosi le stesse domande: “Dove stiamo andando?”; “Chi siamo?”; “Perché gli altri sono così stronzi?”. Le risposte saranno sempre le stesse: “Nessuno mi comprende”; “Io da solo posso tutto”; “Non allaccio nessuna relazione seria e mi godo tante piccole inette situazioni”; “Le emozioni fanno schifo!”.

 

Ecco il problema. Un vero che non si vede più. Un bene che non esiste più. Poiché si è persa la voglia di ragionare, si vive in un contesto postmoderno – capitalistico e relativistico ­­–, in cui il tempo è un denaro che le emozioni non forniscono; anzi rappresentano un ostacolo. Rallentare per riflettere, in un sistema in cui tutto sembra che proceda alla velocità della luce attorno a noi, è inutile per l’umanità postmoderna. Riappropriarsi di un sé significa fermarsi dentro la stanza, ragionare su dove si abbia sbattuto, sulle direzioni sbagliate intraprese e riprovare verso un nuovo percorso, sicuramente migliore del precedente, perché coltivato attraverso l’unico atto puro dell’individuo, che lo totalizza con le sue dimensione affettive: la riflessione.

 

29 dicembre 2017 (pubblicato la prima volta il 13 settembre 2016)