Le festività e il ritmo del tempo sociale

 

Le celebrazioni e le festività, susseguendosi di anno in anno, traducono il tempo fisico in tempo sociale, regolano l’esperienza dello scambio tra l’individuo e la comunità. Ma come sono giunte ad essere ciò che sono, e che strada seguire per farle divenire ciò che si vuole che siano?

 

di Simone Basso

 

Pieter Bruegel il Vecchio, “Lotta tra Carnevale e Quaresima”, 1559
Pieter Bruegel il Vecchio, “Lotta tra Carnevale e Quaresima”, 1559

 

Kant definiva il tempo, insieme allo spazio, come una categoria a priori, e più specificamente come la «condizione formale dell’intuizione interna» (Critica alla ragion pura), un elemento quindi necessario alla comprensione della conoscenza da parte di ogni soggetto. Se lo scorrere del tempo, grazie alle ultime scoperte in ambito fisico, non viene più identificato come unico stato comune ad ogni cosa, l’individuale percezione di esso rimane legata all’insieme dei movimenti degli atomi e delle azioni di ciascuno; per approfondire si legga L’ordine del tempo (Rovelli C.). A livello del singolo l’affaccendarsi di ogni giorno fa percepire ad ognuno lo svolgersi della propria esistenza. Un gruppo, che se sufficientemente ampio e organizzato può essere considerato come società, tende a sviluppare dei legami al suo interno che si rinsaldano grazie alla condivisione tra i diversi membri di tempo, emozioni, pensieri. Ogni “gruppo”, così come ogni individuo, approfondisce la conoscenza della realtà che lo circonda e mira nel tempo ad ampliarla sempre maggiormente; gli esseri umani, nella storia, iniziando a stringere legami con altri simili e ad ampliare la rete di rapporti che li circondavano, diedero vita alle prime comunità o tribù. I membri di questi gruppi, ancora oggi, approfondiscono la ricerca del senso della propria esistenza e, approcciandosi alla conoscenza del mondo e condividendo tra loro le scoperte, sviluppano un insieme di interpretazioni e principi che raffinandosi ed ampliandosi diventano il segno caratterizzante di ogni comunità, la differenza tra una e l’altra. La necessità di mantenere in vita le scoperte fatte e trasmettere le nuove conoscenze apprese di generazione in generazione ha fatto sì che ogni gruppo sviluppasse dei rituali formali in grado di socializzare i nuovi membri; questi rituali continuano ad essere ripetuti, e vengono solitamente indicati come celebrazioni o festività. Raggiungendo un’ampia diffusione molte di queste sono state nei secoli istituzionalizzate e fatte proprie da dottrine mitologiche, religiose o credenze più o meno organizzate, divenendo sapere condiviso e venendo talvolta identificato come senso comune. Lo stringersi attorno a determinati valori da parte dei gruppi è necessario sia alla costruzione di una relazione solida tra i suoi membri, sia a fornire delle basi e dei criteri con cui poi ogni individuo potrà approcciarsi all’incontro con l’alterità esterna al gruppo. Questa ricerca e manifestazione di tali valori, sotto forma di festività, è presente in ogni civiltà, in ogni parte del mondo. Molto interessante sarebbe approfondire come nei luoghi tra loro più lontani e diversi del mondo, molte culture siano giunte a elaborare credenze e ritualità talvolta molto simili tra loro. Ma il punto che qui si vuole affrontare è un altro.

 

Perché ripetere ogni anno le celebrazioni, di cui il significato si ritiene già conosciuto e posseduto? Oltre a quella di trasmettere ai più giovani il significato, fino ad allora compreso, c’è un’altra fondamentale funzione che rende le celebrazioni così importanti: mostrare a tutti gli appartenenti ad un certo gruppo, vecchi e giovani, le problematiche e il percorso che è stato affrontato per arrivare al traguardo, che quelle festività rappresentano; perché è proprio tale percorso ad aver reso quell’insieme di conoscenze sul mondo così vero.

 

Pur, a prima vista, ripetendosi in maniera sempre uguale, infatti, le commemorazioni si alimentano di tutte le esperienze vissute durante l’anno, nelle quali si è riusciti ad affermare il significato che in esse viene celebrato. Di conseguenza il valore di ogni celebrazione si potenzia grazie a tutti i momenti in cui lo si è concretizzato, ovvero lo si è messo in relazione con le diverse situazioni della vita quotidiana. È come se le conquiste e gli insegnamenti tramandatisi dalle generazioni precedenti, fossero messi alla prova nel corso dell’anno. Giorno dopo giorno, le scelte che si prendono tendono ad esprimere un valore, in maniera consapevole o meno, che ci è stato trasmesso da coloro che sono riusciti a farcelo riconoscere, ovvero che ce l’hanno “insegnato”, direttamente o indirettamente. Quest’ultimo per essere riconfermato e accrescere la propria forza, necessita di ampliarsi; tanto più frequenti saranno i momenti in cui riuscirà ad emergere e verrà realizzato nelle vite di ognuno, tanto più si ingrandirà e sarà maggiore il grado in cui lo si avrà compreso. Non passa giorno quindi che non sia valida l’affermazione del valore in cui si crede. Perché una data allora? Il giorno della sua celebrazione acquista un significato particolare in quanto, il valore festeggiato insieme a tutte le nuove relazioni che l’hanno arricchito nel corso dell’anno, viene condiviso e diffuso al resto della comunità. Ogni suo membro che è riuscito a concretizzarlo, nei più svariati ambiti delle proprie esperienze, apporta infatti, essendo il solo ad aver vissuto la propria vita, un contributo unico e irripetibile, che andrà ad aggregarsi agli altri contributi di coloro che a loro volta l’hanno esperito, realizzandolo. Nella celebrazione condivisa tra tutti, quindi, l’individuo arricchisce e viene arricchito contemporaneamente, dona e riceve. Si instaura così uno scambio reciproco, tra la comunità e il singolo. Tale reciprocità si solidifica nel rituale, il quale ha come obiettivo l’esaltazione del contenuto di ciò che essi intendono valorizzare. Ad essere più precisi, esaltarlo o mortificarlo a seconda di come viene affermato ciò che si va a celebrare. Le festività e i modi in cui vengono trascorse, sono l’espressione di quanto gli uomini sono riusciti a riconoscere il valore che con esse vogliono ricordare. Nel caso dei festeggiamenti cristiani, un pranzo di Pasqua o Natale, che si limita ad essere un’abbuffata a più non posso, altro non celebra che i vizi di un gruppo incapace di riconoscere ciò che si illudono di voler affermare, il senso del sacrificio e il significato della rinascita. Così, allo stesso modo, un compleanno che diventa una mera sfilata di regali altro non constata che un invecchiamento, fisico e spirituale, del festeggiato, piuttosto che dimostrare una sua maturazione. Ogni celebrazione che non voglia essere un festeggiamento tautologico, fine a sé stesso, deve contenere un significato, che, non limitandosi ad un’affermazione della propria validità solamente rispetto a un “qui ed ora”, miri, attraverso quel determinato qui ed ora ad essere per sempre.

 

Se vissute nella consapevolezza del processo di rafforzamento dei loro significati appena descritto, tali celebrazioni si possono avvalere di un ulteriore punto di forza: la costanza della loro ripetizione. Il ripetersi periodico e costante scandisce un ritmo che di anno in anno si sedimenta nel cuore di ogni comunità. Sopravvivono quelle conoscenze che, tramandate e valutate nelle diverse esperienze e generazioni, non vengono falsificate, ovvero continuano a rimanere le più valide. Ed ogni volta che vengono riconfermate, le loro radici si solidificano.

 

Da ciò bisogna trarne due ammonimenti: il primo, di non rinunciare a mettere alla prova, cadendo nell’errore di prendere immediatamente per vero, il valore proveniente dalle tradizioni, sedimentatosi nei secoli e nelle moltitudini, il quale conferma la propria veridicità solo quando concretizzato e relazionato nelle esperienze di ogni individuo; il secondo, di stare in guardia da qualsiasi nuova o millantatrice “interpretazione” che si fa vanto di poter spazzare con facilità secoli di memorie e conquiste.

 

11 dicembre 2017

 

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