Il bambino padre dell'uomo

 

In una situazione di reale disagio psichico dilagante all’interno della società contemporanea risulta necessaria un’autentica attività educativa, colla quale il bambino sia coinvolto sin dalla nascita e venga concepito come attivo costruttore del mondo di domani.

 

di Alessandra Zen

 

Ivana Kobilca, "Summer"
Ivana Kobilca, "Summer"

 

Il XX secolo è stato attraversato da un importante “progresso”, se tale si può definire, tecnologico e scientifico le cui conseguenze vengono evidentemente percepite anche all’interno della società contemporanea. L’invenzione e il massivo utilizzo di macchinari e strumenti volti a sostituire la presenza umana, non più solo all’interno del contesto lavorativo, bensì anche in quello più strettamente sociale, hanno condotto a una situazione diffusa di deviazione psichica che caratterizza l’uomo del mondo d’oggi. Costui, totalmente scevro della capacità di esercitare un controllo su se stesso, vive in balìa degli eventi cosiddetti “esterni” (che poi, a dir la verità, tanto esterni non sono in quanto possiedono necessariamente una relazione con il soggetto) che lo trascinano inesorabilmente verso mete estranee e sconosciute.

Si evince, conseguentemente, come una tale situazione debba essere inevitabilmente modificata prima che qualsiasi tentativo di cambiamento diventi vano. “Educazione” è la parola chiave che emerge quando ci si interroga sulle soluzioni da adottare per la risoluzione delle problematiche che riguardano la società. E fin qui, però, la discussione continua a porsi sul vago, sull’indefinito, perché il vero significato del termine “educazione” può essere compreso solo nell’attività e nella pratica consapevole. Ogni uomo, infatti, costantemente educa l’Altro attraverso il suo comportamento che funge da esempio; fino a quando, però, la pratica educativa rimane per lo più inconsapevole, pochi saranno i benefici apportati ai singoli e alla comunità intera.

Le energie che devono assolutamente essere spese, per evitare che la condizione umana raggiunga livelli di totale alienazione, dovranno riguardare le modalità educative da mettere in pratica. Non basta fornire fondi economici alle scuole, in quanto la vera educazione si realizza nell’autentica relazione con l’Altro, relazione che deve basarsi su principi e valori condivisi.

Ecco, quindi, che la proposta educativa di Maria Montessori (1870-1952) palesa la sua attuale validità, in quanto nata dalla consapevolezza di quella dissincronia fra sviluppo morale e tecnologico venutasi a creare in seguito alla nascita di nuove e pervasive strumentazioni.

  

Maria Montessori (1870-1952)
Maria Montessori (1870-1952)

Nell’opera Educazione e Pace la studiosa asserisce:

 

« Manca alla società odierna la preparazione adeguata dell’uomo allo stato presente della vita civile, l’“organizzazione morale” delle masse. Nell’umanità gli uomini sono educati a considerare se stessi come individui isolati, aventi i loro interessi immediati, da soddisfare, in concorrenza con altri individui. Sarebbe necessaria una “organizzazione” poderosa per comprendere ed organizzare gli avvenimenti sociali, per proporsi e perseguire dei fini collettivi, e così ordinare il progresso della civiltà. »

 

Si evince come sia un’educazione alla socialità  che fa da sfondo alla proposta montessoriana. Non a caso, le attività formative proposte dalla studiosa, risultano improntate allo sviluppo di quelle facoltà necessarie all’interno di una società democratica, quali la responsabilità individuale, la libertà e la capacità di autoeducazione. A tal proposito la Montessori dichiara apertamente un’idea di bambino come possessore di alte qualità, tentando di sradicare la convinzione diffusa all’epoca per cui l’infanzia fosse un periodo caratterizzato da debolezza e dalla necessità di  dipendenza intellettuale dall’adulto.

L’autrice, in Come educare il potenziale umano ribadisce:

 

« La natura agisce in modo perfettamente logico nel suscitare ora nel bambino non soltanto una fame di sapere, ma un bisogno di indipendenza mentale, un desiderio di distinguere il bene dal male con le proprie forze e un risentimento contro ogni pretesa di imporgli dei limiti con un’autorità arbitraria. Nel campo della morale il bambino sente ora la necessità della propria luce interiore. »

 

Il ruolo che l’insegnante assume all’interno di una scuola montessoriana  non prevede l’imposizione di attività al discente o l’obbligo di apprendere in forma mnemonica inutili e vuote nozioni, bensì quello di fornire gli strumenti adatti a esperire autonomamente la realtà circostante, sia naturale, che sociale, affinché il bambino possa sviluppare appieno le facoltà che lo caratterizzano, come la creatività e il senso di avventura, e apprendere direttamente i comportamenti corretti o meno da attuare. La continua e costante relazione con la realtà dei fenomeni quotidiani garantisce l’autenticità dell’educazione fornita. Come può risultare utile un apprendimento di concetti “astratti” (dal lat. abstractus, distaccato), ovvero privi di relazione (distaccati, per l’appunto) con il contesto sociale e naturale nel quale ognuno vive? La scuola, per citare un’intuizione dell’americano John Dewey (1859-1952), non deve essere concepita come “propedeutica” alla vita, bensì come vita essa stessa. Conseguentemente l’educazione arriva a possedere la finalità di aiutare il discente a comprendere la realtà in cui vive e ad agire correttamente all’interno di essa. Tutto ciò consente al soggetto di riflettere sul comportamento da lui attuato nelle diverse situazioni in cui si trova ad agire e, quindi, a migliorarlo. Maria Montessori, infatti, crede pienamente nel processo di autocorrezione del proprio comportamento, processo che può avvenire solo in seguito al conferimento di libertà e autonomia al discente.

 

 

Risulta doveroso ricordare che la libertà di cui l’autrice parla non deve concepirsi come “assoluta”, ossia priva di regole, bensì realizzantesi solo per e con le norme. L’uomo può raggiungere una condizione di autonomia e libertà solo nel momento in cui comprende le ragioni profonde della bontà o meno di una data azione.

L’idea che si palesa dalle parole di Maria Montessori risulta quella che la vera efficacia dell’educazione possa realizzarsi solo a partire dal pieno sviluppo delle facoltà insite negli alunni. Si assiste a una nuova concezione del bambino, concepito come “padre dell’uomo”; in questa prospettiva è l’adulto che deve imparare dal fanciullo quei valori quali l’entusiasmo e l’interesse per il sapere che potrebbero capovolgere le sorti dell’umanità atrofizzata di oggi.  Auspicio, questo, non ancora totalmente recepito nel contesto italiano, in quanto la reale pratica del metodo montessoriano si assesta a livelli inferiori rispetto a quelli ravvisati in altri Paesi. Questo aspetto risulta fortemente connesso alle condizioni storiche dell’Italia. Il metodo montessoriano fu rifiutato da Mussolini durante il regime fascista proprio per il suo obiettivo di sviluppare un’indipendenza intellettuale nei discenti. Questa tipologia di educazione nuoceva, quindi, all’intenzione di esercitare un totale controllo sulle coscienze dei cittadini.

Al contrario, nei Paesi orientali, tra cui l’India, dove l’autrice visse per circa dieci anni, il metodo montessoriano ha conosciuto un’ampia diffusione, per i principi propugnati che si conformavano a quelli buddisti, tra cui l’amore e la pace, valori che implicano necessariamente la dimensione della collettività.

 

17 novembre 2017