La malattia umanistica: grande ignoranza sotto falsa umiltà

 

Come si può pensare di portare una buona ragione, se ciò che ripetutamente fuoriesce dalla bocca di un professore accademico sono dei “so di non sapere”, “la mia è solo un’opinione, ma non voglio affermare nessuna verità”, “ognuno poi la pensi come vuole”?

I.K. Aivazovsky, "Una notte al chiaro di luna al mare"
I.K. Aivazovsky, "Una notte al chiaro di luna al mare"

 

Il mondo umanistico è da decenni sotto forte attacco. Non poche persone – fra cui anche autorità, almeno così riconosciute, nel campo del sapere – ne hanno affermato l’inutilità, la mancanza di senso che esso ha nell’era contemporanea. Come se si stesse parlando di un sapere superato, che non ha più senso chiamare in causa, dati i progressi ultimi. Al di là di quanto tale concezione sia sbagliata – basta inoltrarsi fra i vari articoli di questa gazzetta per avere anche solo una minima idea di quanto ci sia di umanistico ancora da capire –, ciò su cui bisogna concentrarsi non è solo il modo in cui le materie di tale campo sono denigrate, ma anche come gli stessi umanisti si presentino al mondo. Con l’amara consapevolezza che, in parte, se ci sono tutte queste critiche, la colpa è anche loro.

 

Come mai? per il semplice fatto che non basta affermare “sì, io voglio promuovere tale campo di studi”, ma bisogna soprattutto portare buone ragioni per avallare la propria tesi. E come si può pensare di portare una buona ragione, se ciò che ripetutamente fuoriesce dalla bocca di un professore accademico sono dei “so di non sapere”, “la mia è solo un’opinione, ma non voglio affermare nessuna verità”, “ognuno poi la pensi come vuole”? Qualcuno obietterà che questa non è assolutamente una brutta cosa, anzi è il fondamento di materie come filosofia, pedagogia, psicologia ecc. Ma si può veramente pensare che una materia si basi sull’ignoranza? Qualcuno è veramente interessato a perdere ore del suo tempo in un’aula per sentirsi dire che quanto detto è soggettivo?

 

E. Munch, "Melanconia" (1893)
E. Munch, "Melanconia" (1893)

L’enorme errore che sta in questa concezione è la confusione fra umiltà e ignoranza. Se un professore ammette che quel che dice può essere sbagliato, non c’è nulla di male. Anzi, è un buon motivo per aprire al dialogo e controllare se i suoi argomenti sono fondati o fallaci. Ma quando da ciò si passa a dire che il proprio argomentare è soggettivo – arbitrario –, allora il senso della lezione crolla in toto. Il fondamento di ogni scienza, qualsiasi sia il suo campo di appartenenza, è di portare una verità con sé. Il che non vuol esprimere la sicurezza di aver trovato la verità definitiva, ma sostenere che ciò che si afferma sia creduto come vero. Ciò sulla base di una serie di argomentazioni ritenute vere. E l’umiltà sta nell’aprirsi al confronto, confrontarsi dialetticamente, così da vedere se i propri pensieri siano fondati o meno. Solo così si potrà progredire nel sapere. Se invece la base continua a essere un ritenere che i propri discorsi siano soggettivi – senza fondamento –, perché mai insegnarli a qualcun altro? Perché mai confrontarsi? Se tutto è soggettivo, tanto vale pensarla come si vuole, fregandosene di cosa dica l’altro. Con la conseguenza poi di avere un infausto risultato, cioè la mancanza di confronto, ergo la povertà della propria conoscenza.

 

Il problema è che non pochi professori dell’ambito umanistico dimenticano la buona umiltà e sguazzano nella pericolosa ignoranza. Ne escono così lezioni al limite del paradossale, dove prima si tenta di definire qualcosa – qualche discorso si è pur costretti a farlo, stando alla cattedra – e poi si incappa nel non saperlo spiegare o dire che gli studenti possano pensarla diversamente. Che cos’è la pittura? La capacità – afferma il professore – di esprimere dipingendo opere che creino diletto artistico. Poi però afferma che il termine “opere” non è facile definirlo e che il concetto di “artistico” è troppo complicato per essere esplicato e lui, sinceramente, non lo sa molto bene. Ma allora cosa fa questi in cattedra, se l’unica cosa che sa dire sono parole vuote? Se sa solo dare definizioni che poi non sa sostenere? Una situazione alquanto imbarazzante.

 

Sarebbe ora di rialzarsi dal fango postmoderno in cui l’accademia – salvo rare eccezioni – continua a sguazzare. Tendere l’ascolto verso un passato misconosciuto, pieno di pensatori in attesa di essere ritrovati. Gli unici che potrebbero darci in mano quel sapere sviluppato e accumulato per secoli, in attesa di essere portato verso vette teoretiche sempre più alte. Tanto per ricordare uno dei grandi, giusto il secolo scorso Nicolás Gómez Dávila affermava:

La prima approfondita opera italiana sul filosofo colombiano
La prima approfondita opera italiana sul filosofo colombiano

 

 

 

« Lo scetticismo è l’umiltà dell’intelligenza. » (Escolios a un texto implícito, I)

 

Quando con scetticismo non intendeva assolutamente il negare l’esistenza di una verità, bensì, come magistralmente spiegano Gabriele Zuppa e Antonio Lombardi in Nicolás Gómez Dávila e la modernità:

 

« […] essere costantemente nella situazione di trovare giustificazioni a posizioni e condotte che, altrimenti, sarebbero inconsapevoli e vuote e, perciò, prive di valore. » 

 

 

 

E non bisogna dimenticare il suolo italiano, abitato, specie negli ultimi secoli, da pensatori che raggiunsero inaspettate vette teoretiche, eppure sono lasciati all’oblio. Fra i tanti, lo stesso Giovanni Gentile. In uno dei suoi passi ci ricorda che:

 

« Il libro contiene né più né meno di quello che vi troviamo, e sappiamo trovarvi. Certo, non tutti sanno trovare lo stesso: ma, è ovvio, per ognuno il libro non contiene se non quello che egli vi trova; e per poter dire a uno che nel libro ci sia più di quel che vi legge lui, bisogna che un altro sappia trovarvi questo di più; e che contenga di più potrà dirlo lui, e chi ve lo trovi dopo di lui. Dante aspettò secoli che sorgesse un De Sanctis a dimostrare che cosa facesse Francesca. » (La riforma dell’educazione)

 

Cosa vuole dirci qui? Che se vogliamo comprendere il sapere che il passato ci lascia con le sue opere, dobbiamo saper leggere gli autori antichi. Dobbiamo cioè ragionare sul testo, così da comprendere ciò che, in mancanza di uno studio adeguato, non riusciremmo a capire. A questo servirebbero i professori: sviscerare i significati profondi del passato, così da poterli sviluppare verso comprensioni sempre maggiori. Ma possiamo seriamente farlo, quando partiamo dal presupposto che una “comprensione maggiore” – ergo, una verità migliore di quella attuale – non vi sia?

 

La necessità di uscire dal letargo umanistico è sempre più necessaria. Senza con ciò voler sostenere che gli altri campi del sapere non siano pieni di problemi – ce ne sono eccome, per quanto non sia questa l’occasione per approfondirli –, ma senza neppure trascurare che, se non si cambia direzione, le critiche verso l’umanistico saranno sempre più forti. Colpa di uno pseudo insegnamento che non mostra ciò che realmente ha valore nella propria materia.

 

25 novembre 2017