Cosa si cela dietro ad una violenza a sfondo sessuale?

 

Lo stupro e la violenza rappresentano un mezzo per ripristinare o ribadire un potere, ossia quella cosa attraverso la quale è possibile imporre il proprio controllo su chi ci circonda.

 

di Diletta Badaile

 

Vasilij Kandinskij, “Improvvisazione”
Vasilij Kandinskij, “Improvvisazione”

 

Al giorno d’oggi gli esseri umani dispongono di migliaia di metodi e strumenti per compiere una violenza, ognuno dei quali può essere più o meno dannoso, ma, indipendentemente da ciò, tutti ugualmente deplorevoli. Stupri, abusi e molestie sono solo alcuni degli esempi, facenti parte di questo barbaro sistema, che possiamo classificare con il nome di “violenze a sfondo sessuale”. Contrariamente a quanto si è comunemente portati a pensare è errato ritenere e considerare che al mondo esistano solamente le violenze contro le donne, poiché anche un uomo, aldilà di tutti quegli stereotipi che lo dipingono come un essere forte e coraggioso, può esserne vittima. Al giorno d’oggi sappiamo, grazie alle numerose ricerche che sono state condotte in tutto il mondo, come quella dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che il 35% delle donne hanno subito nel corso della loro vita qualche forma di violenza, che può essere avvenuta in ambito domestico, lavorativo, pubblico e/o online; quello che però non sappiamo è quanti siano gli uomini che si ritrovano nella loro stessa situazione, questo perché da un lato tutti gli studi relativi a tal proposito sono stati intrapresi solo di recente, dall’altro perché non in tutti i paesi è per loro possibile denunciare gli abusi, in quanto molto spesso la legge tutela per questi crimini solamente le donne. Abbattendo, quindi, i muri di questa falsa dicotomia che si ostina a dividere la società in donne-vittime e uomini-carnefici, puntiamo i riflettori su un problema che, come abbiamo visto, riguarda tutta la collettività, nessuno escluso, cercando di scovare le cause che lo determinano. Cosa spinge un essere umano a usare violenza contro un altro? Molto semplicemente lo stupro e la violenza rappresentano sempre un mezzo per ripristinare o ribadire un potere, ossia quella cosa attraverso la quale è possibile imporre il proprio controllo su chi ci circonda. Chi attua questo subdolo espediente non è quindi disposto a confrontarsi con la parte chiamata in causa per ricercare il bene comune ad entrambi, ma, convinto che la sua sia la sola ed unica opinione vera e giusta, la impone all’altro, ricorrendo così a questo umiliante tipo di violenza affinché questa sia rispettata. È questo quindi il meccanismo che trasforma un atto in un’azione ingiusta, ma il problema sta nel fatto che, proprio come sottolinea Platone, in Repubblica, II:

 

« Il massimo dell’ingiustizia consiste nel sembrare giusto senza esserlo. »

 

Vincent van Gogh, "Campo di grano con volo di corvi"
Vincent van Gogh, "Campo di grano con volo di corvi"

 

Uno dei tanti impieghi, che dimostrano come gli abusi siano una manifestazione del potere, è proprio quello in ambito di guerra: ne sono un esempio tutti gli uomini e le donne violentati durante la guerra in Vietnam, o in quella della Repubblica Democratica del Congo o, ancora, nel conflitto armato in ex-Jugoslavia. Tutti questi sono solo alcuni degli eclatanti casi in cui lo stupro è stato trasformato in un’arma letale per piegare e sottomettere la volontà del proprio nemico e, quindi, per dimostrare chi, in quella situazione, era il più forte; sempre per il medesimo motivo si riscontrano casi di violenza sessuale all’interno delle carceri, ossia per l’intento da parte dei detenuti di stabilire una gerarchia e, quindi, ancora una volta, per ribadire chi, dietro le sbarre, comanda; lo stesso meccanismo, poi, si verifica anche nei casi di violenza domestica e, in quelli che possiamo definire, nei tipici stupri in cui vittima e aggressore non si conoscono: di nuovo, infatti, ritroviamo la volontà di affermare la supremazia di uno dei due sessi a discapito dell’altro. Indipendentemente, però, dalle circostanze che hanno portato una persona a subire violenza, ciò che accomuna tutte le vittime sono le ripercussioni di quello che è loro successo: vulnerabilità, isolamento, depressione, ansia, disturbo da stress post traumatico, insonnia, paura degli spazi aperti e/o degli spazi chiusi. Di questa lunga lista fa, poi, anche parte il contorto processo di auto-colpevolizzazione: nella violenza a sfondo sessuale, infatti, le responsabilità tendono sempre a ricadere non sull’aggressore, bensì sulla vittima, la quale, per dare una spiegazione logica a ciò che le è accaduto, ricerca la colpa in un suo qualche atteggiamento che potrebbe essere stato sbagliato o provocatorio. È proprio quest’inverosimile reazione che, unita alla vergogna, all’imbarazzo e, molte volte, anche alla paura, porta la vittima, molto spesso, a non denunciare gli abusi e a rimanere in silenzio. Celare, però, un’esperienza così drammatica e dolorosa richiede uno sforzo continuo per non contraddirsi, ossia il riuscire a reprimere e, di conseguenza, a negare, in ogni singolo istante di vita, in ogni singola azione e decisione, quel ricordo che, assolutamente, non deve emergere. Il paradosso è che più si cerca di seppellire un pensiero, più il cervello deve occuparsene, ritornando quello a galla con maggior forza di prima. Proprio da qui deriva l’importanza di denunciare, e non solo perché questo gesto è profondamente liberatorio, ma, cosa molto più importante, perché la vittima ha la possibilità di dimostrare che la violenza subita non è riuscita a domare la sua volontà. Il compiere, quindi, questo gesto è prova di un grandissimo coraggio, ossia quella capacità che ci permette, anche in situazioni difficili, di non rinunciare a tutto quel sistema di nobili valori a cui siamo legati.   

 

« A parer mio il coraggio è una certa capacità di conservazione del criterio, generato in noi dall’educazione, delle cose che si devono temere, della loro natura e del loro carattere. E ribadisco quanto dicevo: “conservazione di questo criterio in ogni condizione”, in quanto lo si deve tener saldo, sia quando si è nei dolori, sia quando si è nei piaceri o in preda alla paura, né va mai rigettato. » (Platone, Repubblica, IV, 429c) 

 

Johann Heinrich Füssli, “Il silenzio”
Johann Heinrich Füssli, “Il silenzio”

 

A giocare, poi, un ruolo chiave in tutte queste vicende è anche l’istruzione. Secondo i dati raccolti dall’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, sebbene una formazione culturale comporti una superiore esposizione alla violenza di genere, poiché per lavoro si frequentano in misura maggiore luoghi pubblici, al contrario si è soggetti ad una minore vulnerabilità. Concentrandosi, poi, in particolare, alla violenza domestica, è emerso che le persone istruite hanno una probabilità inferiore di subire violenza e una maggiore di lasciare il proprio partner qualora ciò avvenisse. La scuola però, non dovrebbe essere solo un potente mezzo di difesa per tutti coloro che possono essere potenziali vittime, ma, soprattutto dovrebbe rappresentare, assieme ad una buona educazione, il metodo vitale per estirpare la violenza all’interno della società. Risulta pertanto doveroso mettere al corrente la collettività, affinché tutte queste atrocità non passino inosservate e, soprattutto, non siano taciute, anche qualora abbiano come protagonisti individui dal sesso maschile, al fine di sfuggire il pericolo che queste penetrino all’interno della quotidianità di ognuno, trasformandosi in una mera consuetudine.

 

1 luglio 2018

 

 

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