Fra l’astratto universalismo e l’immotivato relativismo: il problema dell’arte

 

La riflessione artistica, nel corso della storia, non è stata esente da difficoltà – ancora irrisolte – nel tentativo di definire se stessa tramite i suoi concetti cardine, in primis quello di bello. L’idea che questa ricerca implichi necessariamente una conclusione relativistica non è tuttavia così motivata.

 

di Francesco Pietrobelli

 

Caspar David Friedrich, "Monaco in riva al mare" (1809-1810)
Caspar David Friedrich, "Monaco in riva al mare" (1809-1810)

 

Pittura, scultura, graffiti, musica, teatro, letteratura: queste e molte altre sono state le forme con cui l’arte si è fatta conoscere nella vita dell’umanità. Uno sviluppo più che ricco e variegato, base di un futuro ancora sconosciuto, di sicuro portatore di riflessioni fino ad ora inedite. In questo incessante procedere – quasi connaturato allo stesso svolgersi della vita umana, non separabile da questa –, si sono tuttavia presentate abbastanza ripetutamente alcune questioni cardine. In particolare, nodo fondamentale fu in varie epoche – ed è tuttora – la domanda sul senso e la definizione del gesto artistico. Cos’è l’arte? Qual è il suo senso? Il mezzo con cui si esprime è arbitrario o ha una certa motivazione?

 

Fra le migliaia di risposte date, una delle più famose è l’idea per cui l’arte è “espressione del bello”. Ma cosa sarebbe questo bello? Un altro grattacapo diffuso ormai da secoli, che vede fra i suoi più famosi precursori nientemeno che Platone (si pensi all’Ippia Maggiore, dove la questione viene posta problematicamente, senza giungere ad una risposta definitiva). Come in questo caso, anche altre definizioni dell’arte, all’inizio superficialmente semplicistiche, hanno richiesto un successivo approfondimento per svelare quanto una sbrigativa definizione potesse affermare – l’arte come espressione del bello, come proporzione e armonia dei rapporti, come specchio dell’animo umano ecc.

 

G.W.F. Hegel (1770-1831)
G.W.F. Hegel (1770-1831)

Come è capitato per ogni concetto sviluppatosi nel pensiero umano, la questione dell’arte è stata considerata conclusa da più di un pensatore, salvo poi scoprire criticità o punti non risolti in quel determinato pensiero. Si pensi a Hegel, uno dei più famosi filosofi sistematici del pensiero occidentale: nelle sue Lezioni di estetica, teorizza un corso dell’arte che abbia il suo culmine nel periodo classico e che, col cominciare del periodo romantico, mostri il suo progressivo declinare; al punto da preconizzare il sopraggiungere della morte dell’arte. Essa, infatti, non sarebbe più stata un’espressione adeguata dello spirito del tempo, di ciò a cui era giunto il pensiero dell’uomo in quel momento; di conseguenza, l’umanità si sarebbe mossa verso mezzi d’espressione più attinenti al proprio livello, da ultimo quello concettuale e discorsivo. 

 

Ma non si potrebbe rispondere piuttosto che l’arte romantica, anziché essere inferiore a quella classica, non abbia mostrato, rispetto a questa, persino un passo in avanti? Lo sviluppo dell’arte astratta non è forse stato un avanzamento nell’uso delle forme, un’apertura alla sperimentazione più ampia possibile, per cercare le forme migliori per un dato contenuto? Insomma, un essere il più lontani possibili dalla semplicistica assunzione “bello è ciò che è realistico”, dando all’arte ogni mezzo espressivo di cui avesse bisogno?

Per fare un esempio: un Guernica di Picasso o un Monaco in riva al mare di Friedrich non hanno un’enorme forza d’espressione concettuale? Non riescono a mostrare pensieri e sentimenti dell’animo umano come mai prima d’allora, anziché essere inadeguati a compiere il loro scopo?

 

Pablo Picasso, "Guernica" (1937)
Pablo Picasso, "Guernica" (1937)

 

Insomma, la storia del pensiero estetico ha avuto sviluppi tortuosi, supposti approdi definitivi e successivi abbattimenti di strutture concettuali considerate salde. Nel suo procedere, s’è sempre cercato di unificare l’esperienza artistica – dare quella definizione che desse un senso alla molteplicità delle opere, le canalizzasse secondo un significato – e, in questo tentativo, nessun pensatore è stato esente da contraddizioni e difficoltà. Questa, in fondo, è la storia della filosofia, del pensiero umano stesso: le risposte che si danno non saranno mai definitive, ma passibili di revisione, in vista di soluzioni meno contraddittorie. L’astratto universalismo è un problema connaturato all’animo umano: si può e si deve combatterlo, consapevoli che mai si riuscirà a estirparlo definitivamente.

 

Ma per quale motivo, di fronte alle difficoltà che sempre si presentano, si dovrebbe giungere al relativismo? Il fatto che nessuno abbia una risposta definitiva legittima la conclusione secondo cui l’arte è relativa e il bello un concetto storico e che varia in base ai gusti personali?

Asserire tale idea solo perché mai si ha raggiunto una soluzione definitiva, o perché non tutti sono d’accordo ugualmente sulla definizione dell’arte, sarebbe alquanto problematico: la molteplicità delle opinioni non è espressione di una relatività del vero; il salto logico sarebbe immotivato, al punto da ottenere un immotivato relativismo. Semmai, potrebbe essere espressione di una povertà concettuale di alcuni rispetto ad altri.

 

In secondo luogo, è anche vero che affermare che l’arte è relativa è un pensiero universale: indicherebbe comunque un elemento unificante di tutte le opere d’arte: che esse dipendono dall’epoca e dai gusti del singolo. Ma, proprio come ogni altra affermazione sull’arte, va sostenuta e motivata secondo argomentazioni che tentano di evitare la contraddittorietà. Nella consapevolezza che, per far ciò, sarebbe necessario studiare seriamente i pensieri del passato e comprenderne il loro progresso, così da non dare risposte ingenue o infondate.

 

Gustav Klimt, "Inno alla gioia", parte del "Fregio di Beethoven" (1902)
Gustav Klimt, "Inno alla gioia", parte del "Fregio di Beethoven" (1902)

 

In conclusione, si ristudi la storia dell’arte, ci si domandi assieme ai Grandi del passato che cosa essa sia. E poi si cerchi di superarli, di capire cosa essi sbagliavano. Il tutto per aggiungere un tassello alla risposta sul senso dell’arte. Senza tale sforzo, il gesto artistico rischia solo di smarrirsi, incapace di trovare un significato che lo direzioni, che gli indichi un’identità.

 

19 marzo 2018