La scuola della distruzione

 

Della crisi della scuola si parla manifestamente, ma quasi in nessuna occasione lo si fa mettendola totalmente in discussione. Eppure sono molteplici i segni che suggeriscono la concreta insensatezza della scuola nella forma in cui oggi è organizzata.

 

di Yassemine Zitouni

 

 

Della crisi della scuola si parla manifestamente, ma quasi in nessuna occasione lo si fa mettendola totalmente in discussione. Oggigiorno, gran parte dei ragazzi in età di obbligo scolastico si reputano costretti a frequentare la scuola; d’altro canto i genitori mandano i loro figli nei diversi istituti con le migliori intenzioni, credendo che è ciò di cui hanno bisogno per diventare adulti solerti e felici e temendo, nel caso rifiutassero di far questo, di essere unanimemente ritenuti dei pessimi genitori.

 

Tuttavia, la nostra società ha ancora una fiducia sconfinata nella scuola. I segnali della crisi sui quali si indugia sono quelli che consentono di pervenire a soluzioni in fin dei conti confortanti. Se la scuola manifesta la sua situazione critica perché – come con insistenza si sottolinea – gli studenti eseguono atti di bullismo, riprendono le loro imprese poco valorose e le pubblicano sui social media, allora la soluzione pare piuttosto semplice per chi la prende: maggiore “supremazia” autoritaria o una sonora insufficienza in condotta. Ma è questa l’effettiva ragione di tale crisi – ingenuità e inconsapevolezza da relegare alla sfera privata – o v'è qualcosa di più profondo da rilevare? Il malessere dei bambini e degli adolescenti non può essere considerato un segnale? E la loro aggressività e l'insofferenza degli insegnanti? La risposta a queste domande non può che essere affermativa, nonostante questi sintomi vengano sbrigativamente liquidati per lo più come un problema ora individuale ora della società.  

 

 

I dati sul suicidio giovanile sono alquanto sconcertanti: infatti, come viene riportato dalle ultime indagini condotte dall’Istat risalenti al 2012, esso è diventato la seconda causa delle morti adolescenziali in Italia. Non concernono la scuola? Ebbene, è noto che svariati bambini soffrono di problemi psichici congiunti al disagio scolastico.

 

Questi segni mostrano la concreta insensatezza della scuola nella forma in cui oggi è organizzata. Si potrebbe cominciare a polemizzare sugli ambienti e sui tempi. Le aule scolastiche, per la maggior parte asettiche e decrepite, sono predisposte in funzione della semplice trasmissione di informazioni e nozioni dall’insegnante agli studenti, oltre che dell’esigenza di sorveglianza che vanno a limitare l’opportunità di avere un autentico confronto. L’assetto spaziale è letteralmente inadeguato. La medesima rigidità contraddistingue i tempi scolastici, che organizzano la vita studentesca secondo logiche che rispondono a bisogni organizzativi, più che alle necessità degli alunni. Ancor più greve è la rigidità mentale che la scuola crea negli studenti. Pare che il sapere, genericamente parlando, venga scisso e rimodellato secondo dei criteri razionalistici, dalle caratteristiche lineari, che in un certo senso semplificano al massimo, astraendolo. Si potrebbe a tal punto parlare di una conoscenza sintetizzata e già predisposta nei manuali scolastici che questi offrono agli studenti una visione del mondo già imballata e a cui devono semplicemente adattarsi: o ci si riesce e dunque ci si adegua in qualche modo, oppure si è condannati inevitabilmente all’insuccesso (in termini scolastici). Tutto ciò è un male e, come tutti i mali, va curato.  

 

In situazioni come queste solitamente si va a riguardare un altro fattore che è fondamentale soprattutto in ambito educativo, ossia il metodo d’insegnamento. Su questa linea Immanuel Kant ipotizzò, nella Critica della ragion pura, che la conoscenza sia il risultato di un “contatto” tra il soggetto che apprende e l’oggetto che viene assimilato. Egli, nel farlo, ricorre ad una suggestiva comparazione:

 

« così come un liquido assume la forma del contenitore che lo contiene, il concetto assume la caratteristica di chi se lo sta costruendo. »  

 

Ciò che egli intendeva dimostrare è che a fronte di un mittente e di un messaggio, ognuno è costretto, a causa della sua stessa natura umana, a interpretare tale comunicato. Il destinatario non riceve l’autentico messaggio dell’emittente, ma lo interpreta, lo personalizza. Detto in altri termini, ciascuno impara alla propria maniera, sulla base della sua personalità, della sua esperienza. Dunque, se in aula sono presenti diversi studenti, il loro apprendimento non sarà di certo univoco, non si identificherà con quel che l’insegnante ha detto o ha fatto fare, ma ogni comprensione individuale sarà il risultato di una interpretazione del messaggio preliminare. Pertanto, l’idea di un insegnamento univoco, dell’uso di una sola tecnica di educazione è in se stessa un errore educativo. È veramente impensabile un fatto del genere.

 

Altro fattore strettamente legato alla metodologia educativa è il contenuto di ciò che si intende trasmettere agli alunni. Entrambi gli aspetti sono inscindibili in quanto ai fini dell’insegnamento non solo il metodo condiziona la comprensione di un concetto, ma ne costituisce persino l’oggetto di apprendimento, implicitamente. Il metodo, inoltre, pretende di diventare esso stesso un contenuto di apprendimento poiché costituisce una sorta di possibilità nell’acquisizione di nuovi concetti.

 

 

Gli esercizi didattici risentono dell’esigenza di astratta razionalità che segna di sé l’intera istituzione. È in tal modo che la lettura, che è uno dei piaceri della vita, diventa la suddivisione intransigente del testo scolastico, inseguendo la comprensione totale che distrugge quel particolare approccio al testo che costituisce di gran lunga il piacere della lettura. La scrittura, invece, si riduce a quell’esercitazione che è il tema in classe, una riflessione rivolta a nessuno, su un argomento obbligato, un’attività il cui unico significato ineluttabilmente sarà quello di ottenere un buon voto, mentre molte altre cose, più lungimiranti e costruttive, si potrebbero fare con le parole, interloquendo. È infatti il dialogo, il confronto tra gli interlocutori, la miglior forma di insegnamento: la didattica socratica consisteva proprio in questo. Socrate non si mostrò mai come un insegnante nel consueto significato del termine. Egli si definiva piuttosto un mediatore, un “interlocutore scomodo”. Come tutti i sofisti, Socrate condensò il suo interesse sull'uomo, ma egli, nella fattispecie, a differenza di questi ultimi, prestò la sua attenzione sulla vita interiore dei suoi discepoli: egli tendeva dunque ad avvalorare le capacità interiori, la creatività di chi seguiva i suoi insegnamenti. Le sue discussioni erano volte a portare l'uomo alla cognizione che la vera conoscenza sta nella consapevolezza di non sapere. Questa sua posizione motiva anche la ragione della scelta di una metodologia che tendeva ad infondere dubbi, perplessità, discussioni, anziché fornire concetti, idee e teorie.

 

 

 

Una ulteriore causa della crisi scolastica è il suo fine. Albert Einstein diceva:

 

 

« Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido. »  

 

Il sistema scolastico odierno tende a “robotizzare” le persone, facendole credere di essere come quel pesce descritto dallo scienziato tedesco, le quali, nuotando controcorrente nelle aule, non scovano mai il proprio talento, ritenendo di essere degli incompetenti e pesando di essere inutili. La scuola ha ucciso la creatività e l’individualità, divenendo intellettualmente dispotica. Essa per più di un secolo è rimasta immutata, malgrado le cose ordinariamente si trasformino nel tempo. Fin da sempre è stata concepita per creare lavoratori, operai produttivi, in grado di far fruttare le entrate delle aziende. Ciò è pienamente illogico e assurdo. Ancor più assurdo è il fatto che persino gli studenti credono sia questo il fine ultimo della scuola. Il mondo ora ha bisogno di uomini in grado di utilizzare un pensiero creativo, innovativo, critico.

 

 

Finché questa crisi perdurerà, finché la scuola continuerà a commettere questa sorta di violenza psicologica e fintantoché essa non si baserà sulla collaborazione e il confronto, tutto rimarrà inalterato.

 

13 giugno 2018

 

 

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