E tu, Occidente, ce l'hai un'anima? (I)

 

Il fenomeno dell’immigrazione ha comportato, in Italia e più in generale in Occidente, il riemergere di visioni politiche nazionaliste e, con esse, riportato in auge il valore dell’identità culturale declinata in ottica nazionale, europea ed occidentale tout court. Ma allora: questa identità esiste o è un mito? L'Occidente è in pericolo oppure è solo una paura inoculata ad arte? Le due visioni politiche antagoniste quanto sono solide al loro interno?

 

 

Per le destre nazionaliste del pianeta, le epocali ondate migratorie a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sono una vera e propria contro-colonizzazione, specificamente musulmana; l'Europa corre seriamente il rischio di veder dissolte le radici cristiane ed illuministe. Qualche tempo fa l’associazione “Generazione Identitaria” (composta per lo più da giovani francesi e con qualche collegamento ad analoghi gruppi in Italia, Germania, Inghilterra, Austria) ha tentato di impedire l’aiuto prestato dalle Ong alle imbarcazioni che trasportavano migranti. Per i protagonisti di questa vicenda, è tempo di dire basta al multiculturalismo e ai sensi di colpa nei confronti di quelle popolazioni: la storia ha già emesso le sue sentenze, anche morali, quindi occorre guardare il presente perché non possiamo sentirci responsabili di quello che è successo più di un secolo fa. 

 

Dall’altra parte del campo, vi è un orientamento filosofico-politico che mal digerisce le questioni identitarie: hanno un aspetto sinistro e sono anticaglie ideologiche che è meglio lasciare in soffitta. Nel 2017 è uscito per i tipi di Laterza L’ossessione identitaria in cui l’autore, nell’introduzione, dichiara esplicitamente che tale concetto è un mito, una parola avvelenata e che non è poi molto differente dal razzismo; da pochi giorni, inoltre, Christian Raimo ha annunciato l'imminente pubblicazione di un libro intitolato Contro l'identità italiana - l’invenzione dell'identità, edizioni Einaudi. Ad ogni modo, secondo molti sostenitori del cosiddetto multiculturalismo , dopo lo scempio che l’Occidente ha messo in atto con il colonialismo, l’accoglienza rappresenterebbe – oltre che un arricchimento- un doveroso segno di pentimento  mostrando davvero la volontà di tagliare i ponti col passato.

 

Questo, molto sinteticamente, lo stato dell’arte della questione. Ma se così stanno le cose, viene il sospetto che i due schieramenti antagonisti non abbiano colto il vero e proprio rovesciamento a cui va incontro la propria specifica posizione se spinta un po’ più a fondo. A stupire è l’impensato e il non-detto in entrambe le parti, le quali finiscono per patire una grande debolezza a causa del gigantesco implicito che le rode dall’interno.

 

Partiamo dalla posizione identitaria: gli immigrati vogliono cancellare la nostra identità. Questa posizione esprime, naturalmente, la convinzione che si dia un’identità culturale. Tale identità è quella che risulta dal continuum temporale-culturale che ci lega per esempio alla Grecia classica, alla Roma pagana e poi cristiana e a Carlo Magno. Insomma: è la storia che ci fornisce un’identità. Una prima conseguenza che i fautori dell’identità ‘dimenticano’ di evidenziare è che se esiste un’identità, e questa è data dalla continuità della memoria storica e dal nostro ricollegarci, attraverso essa, alle gesta fondatrici dei padri nobili dell’Europa, proprio per questo possiamo dirci colpevoli. Il non voler ritenersi responsabili del passato stride con il concetto di identità; se vi è identità vi è responsabilità. Il fatto che sia successo molto tempo fa non significa nulla, soprattutto se poi si ha l’ardire di ricollegarsi agevolmente a più di 2.500 anni fa. La colpa, forse, ci mette molto di meno ad estinguersi rispetto all’identità? E poi: questa colpa, alla fine, è niente di più che una serie di azioni (che riassumiamo nel concetto di "colonialismo") e, quindi, dovrebbe darsi il caso che queste siano azioni con uno status inferiore rispetto alle azioni che ci piace mettere nel nostro curriculum storico. Queste ultime hanno validità eterna, le prime meno di cento anni.

A questo punto, i molti che si riconoscono in questa posizione insorgeranno: sarà pur vero che siamo stati colpevoli ma è norma eterna di giustizia che le colpe dei padri non ricadano sui figli! Verissimo. Ma a questo punto dovremmo smettere di diffidare di tutti questi giovani immigrati musulmani; l’idea angosciata che ne abbiamo è dovuta, soprattutto, a quello che è successo dall’11 settembre in poi. Sono passati 18 anni e, se vale suddetta norma biblica, non c’è motivo di ritenere le nuove generazioni musulmane colpevoli di estremismo e odio anti-occidentale visto che la maggior parte di questi uomini e di queste donne, allora, erano poco più che bambini.

 

Se scendiamo un po’ più a fondo nel cuore della contrapposizione tra noi e loro, cioè nella questione religiosa, le cose non sembrano andare meglio: i valori fondanti della cristianità come carità e tolleranza sono puntualmente relativizzati dagli identitari che operano distinzioni e precisazioni spesso facendo violenza alla lettera e allo spirito della loro religione. Se poi diamo una rapida scorsa alla storia, la questione precipita: l’Europa cristiana è sì fatta dell’appello di Clermont, di Innocenzo III e delle Crociate; ma è fatta anche da S. Francesco e Federico II che invece di uccidere gli infedeli ci vanno a parlare. Se si tramanda la leggendaria e tipica ferocia del Saladino va anche raccontata la reazione stupefatta e attonita che quest’ultimo ebbe di fronte alla risposta di Corrado del Monferrato il quale, minacciatagli dal Saladino l’uccisione del proprio padre, rispose che tutto sommato suo padre aveva già vissuto abbastanza. Se I valori che brandiscono gli identitari sono quelli di Filippo II e della gloriosa battaglia/crociata contro i Turchi a Lepanto nel 1571, non va dimenticata la pace siglata subito dopo da Venezia che non vedeva di buon occhio le mire spagnole sull’Italia ed è disposta a tradire i valori cristiani per un tornaconto sostanzialmente economico. L’Occidente è il sicuro impero della ragione di Descartes contro i fanatismi religiosi dei musulmani?  Certo, ma nel ‘600 Giordano Bruno viene messo al rogo e poco prima assistiamo al divertito scetticismo degli Essais di Montaigne, oppure, successivamente, alla grande bestemmia panteistica di Spinoza. Gli esempi potrebbero continuare ad libitum, quindi meglio fermarsi.

 

Con i tempi moderni (il riferimento alla pellicola di Chaplin è voluto) le cose si complicano: in Occidente è in atto da più un secolo, parallelamente allo sviluppo tecnologico, un’inarrestabile laicizzazione di norme e costumi morali proprio in omaggio all’altra matrice dei valori occidentali, quella illuminista, e non certo per un complotto musulmano. I nostalgici potrebbero pensare che i veri difensori dell’Occidente avevano cercato di difendere questo declino con una ricetta molto semplice: Dio, Patria, Famiglia. Ma sappiamo com’è finita: Dio è deceduto più volte tra bombe atomiche, campi di sterminio e la vena mistico-pagana che ha percorso i nazifascismi; la Patria la si è indotta al suicidio e la famiglia era concepita su un disintegrante modello verticistico (che infatti ha poi causato la ribellione giovanile). 

 

La cosa paradossale, inoltre, è che questi valori sono tipici di ogni cultura e non certo appannaggio dell’Occidente; anzi, le civiltà e i popoli che più insistono su tali valori sono proprio quelle da cui gli identitari vogliono difendersi. Ciò cosa significa? I difensori dell’Occidente risponderebbero: che quel che conta è il contenuto dei valori, non la loro “etichetta”. Si potrebbe anche acconsentire se non fosse per l’argumentum della “nave di Teseo”. Infatti: se questa identità è storica, come facciamo con i valori che cambiano di segno? Se prendiamo la libertà, concetto sacro dell’Occidente, è palese che oggi sia intesa in un senso talmente diverso rispetto al passato che non ne è rimasto che un concetto generalissimo e, sostanzialmente, innocuo. Lo stesso si potrebbe fare per molti degli altri valori in cui ci riconosciamo, dunque: visto che tutti i contenuti dei nostri valori sono cambiati, come la nave di Teseo la quale durante il viaggio vede sostituiti tutti i suoi pezzi legittimando la spinosa questione filosofica se possa ancora dirsi la stessa nave, ugualmente chiediamo: si può ancora parlare di ‘Occidente’?

 

Se diciamo di sì, come dovrebbero fare gli identitari, è perché riteniamo che la sostituzione dei singoli pezzi non importi più di tanto perché conta la forma in senso aristotelico, l’essenza nel senso della funzione diciamo, in quel caso l’essere una nave e nel nostro caso l’Occidente preso nel senso della “punta più avanzata” della civiltà umana, il sinonimo stesso di progresso: solo che quello di “progresso” è un concetto vuoto per antonomasia, è il futuro aperto ad ogni direzione, anche quella sgradita agli identitari.

 

 13 aprile 2019

 




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