È vietato morire

 

Anche nella giornata dell’8 marzo, Festa Internazionale della Donna, abbiamo contato una serie  di femminicidi. Mentre in un giorno così importante folle si muovevano in piazza per ottenere la parità dei diritti e la parità di genere, altre donne venivano violentate e sottomesse da uomini che pensano di avere il potere sulla loro vita, al punto di decidere quando è il momento di farla finita.

 

di Giulia Contin

 

 

Ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa, e già dalla prima settimana del 2019 nel mondo si parla di anno record per i femminicidi. Le vittime, che precedentemente andavano da una fascia d'età compresa tra i 31-40, seguita da quella dei 41-50, sono oggi le giovanissime 18-31. I dati dimostrano anche che, nella maggior parte delle situazioni, non c'è un colpo deciso e mortale, ma un ripetersi di colpi pieni di rabbia da sfogare; a sottolinearlo è l’arma più utilizzata: armi da taglio comunemente presenti nelle cucine. Si tratta quindi di un vero e proprio scontro che accentua la forza brutale dell’uomo nei confronti della donna.

 

Il movente dei femminicidi è quasi sempre lo stesso: una insopportabile gelosia che acceca l’uomo e lo rende capace di tutto pur di fermare quel sentimento che prova; sono infatti i partner che commettono più omicidi, rispetto ad altri famigliari o parenti della vittima. Un’ulteriore dimostrazione a favore di ciò è un femminicidio avvenuto in Italia, proprio durante il giorno della Festa delle Donne: la giovane Alessandra Musarra, di 29 anni, è stata massacrata di botte dal fidanzato Cristian perché geloso della relazione di amicizia che c’era tra Alessandra e il suo ex fidanzato. 

 

C’è però da domandarsi se la gelosia sia davvero fondata o se sia solo frutto dell’immaginazione dell’omicida e del suo voler essere “padrone” della propria ragazza, per sentirsi potente e superiore, perché spesso quella “gelosia” è solo una maschera della sua possessività. Le parole più usate dagli assassini sembrano proprio essere: «O con me o con nessun altro».

 

 

Altro elemento da analizzare è il post-omicidio. Dopo aver ucciso la moglie, la compagna o, spesso e volentieri, la ex compagna (in questo caso per non riuscire ad accettare la fine della storia) – e talvolta anche i propri figli, vittime anch’esse di questo fenomeno assai diffuso – l’omicida decide di porre fine anche alla propria vita. Forse per vergogna, forse perché quella situazione stava andando oltre l’immaginabile e per lui era “giusto” mettere un punto, cercando di eliminare tutto ciò che gli risultava “fuori posto”.  

 

L’ultimo esempio è quello di Michele Castaldo che dopo aver ucciso Olga Matei – che frequentava da un mese e mezzo – nel 2016, è stato incarcerato con la sentenza di “tempesta emotiva”: preso infatti da un raptus di gelosia ha strangolato Olga fino ad ucciderla. È proprio in quel momento che ha pensato di suicidarsi, ma il tentativo, avvenuto il 4 marzo di quest’anno nella cella del carcere con un cocktail di farmaci, è fallito con l’intervento dei dottori che lo considerano ora fuori pericolo di vita. Le sue parole: «È venuto il momento di fare quello che volevo da molto tempo: raggiungere Olga».

 

Beatrice Brignoni scrive:

 

« La violenza sulle donne si nutre di disuguaglianza, di discriminazioni, dello smantellamento dello stato sociale, di omertà, di stereotipi, di solitudine, di indifferenza, di ignoranza, di sonno delle coscienze, di analfabetismo sentimentale. Servono gli strumenti sociali, economici e culturali per riconoscerla, prevenirla e sconfiggerla, fin da bambini. Ma prima di tutto serve uno Stato che prenda piena coscienza del fenomeno, invece di restare fermi alla retorica di “mamme, figlie e mogli”. E lanciafiamme. Smettiamo di chiederci cosa serve, iniziamo a metterlo in pratica. »

È allora necessario iniziare a muoversi concretamente per porre fine a questo fenomeno. E non partendo dall’insegnamento dell’autodifesa alle donne, ma dall’insegnamento del rispetto agli uomini fin da bambini, proprio come sottolinea Beatrice Brignoni.

 

Purtroppo, le campagne antiviolenza non bastano, forse anche perché lo Stato non ne garantisce i fondi necessari. E un altro grosso problema è la non risposta alle domande di aiuto: sono tante (ma non tutte) le donne che dopo aver subito una violenza denunciano l’accaduto, alle quali non viene dato loro l'ascolto necessario. 

 

Un cortometraggio che vuole sensibilizzare su questo argomento è Uccisa in attesa di giudizio di Andrea Costantini. Qui si vede infatti una donna che denuncia il proprio ex compagno, completamente ossessionato da lei al punto da stalkerarla, ma, ciononostante, i provvedimenti continuano a tardare e l’uomo finisce con l’ucciderla. Questo corto è stato promosso dalla fondazione Doppia Difesa, una Onlus creata dall’avvocato Giulia Bongiorno e da Michelle Hunziker per aiutare le donne che subiscono violenza; dall'iniziativa della Onlus nasce la proposta di legge Codice Rosso per dare priorità assoluta alle donne che si trovano in questa situazione.

 

Sembra allora chiaro l’obbiettivo da raggiungere, ma non bisogna ricordarsene solo nei pochi giorni successivi all’ennesimo caso di femminicidio, perché altrimenti non si finirà mai di piangere una vittima che poteva – e doveva! – essere salvata.

 

12 luglio 2019

 




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