La doppia faccia della solitudine

 

Durante la propria vita ogni uomo sperimenta la solitudine, ciascuno approcciandosi ad essa con pensieri ed emozioni totalmente diversi. Eppure all’interno dell’attuale società il tema riguardante questa condizione rimane controverso e aspramente dibattuto, avvolto da un velo di dubbi ed incertezze. Si può quindi trovare una soluzione per uscire da questa condizione così intrinseca nella mente umana?

 

di Isabella Zanella

 

Edward Hopper, "New York Movie" (1939)
Edward Hopper, "New York Movie" (1939)

 

Prima di tutto, per poter dare una risposta a tale quesito, bisogna saper determinare quando la solitudine si rivela come uno stato negativo oppure positivo. Difatti questo stato d’animo può rappresentare anche una condizione favorevole per un individuo ma perché questo sia possibile bisogna saper approfondire con più accuratezza le varie sfaccettature del termine. È necessario saper infatti scindere i due stati fondamentali che caratterizzano la solitudine, ossia: stare da soli e sentirsi soli.

 

È proprio nel fondere queste due espressioni opposte che si cade in errore. Stare da soli infatti è saper ritagliare per se stessi del tempo. Non solo questa condizione è positiva ma anche fortemente consigliata per gli adolescenti che, a contatto unicamente con la propria persona, possono analizzarsi al di fuori di un contesto prettamente sociale, favorendo così la crescita di indipendenza e autostima. Inoltre la solitudine viene anche ricercata ed abbracciata da alcune persone. È il caso questo di coloro che amano uno stile di vita fuori dalla caotica e frenetica ruota che gira intorno alla mondanità. La solitudine dunque in questo caso è una via di fuga per sentirsi a proprio agio e che genera una sensazione di benessere. Come acutamente osservato anche da Bruce Lee, «solo chi è autosufficiente può stare solo, la maggior parte delle persone segue la folla e procede per imitazioni». Di conseguenza solo chi ricerca con consapevolezza e desiderio la solitudine può trasformarla in qualcosa di positivo.

 

Quando allora la solitudine rivela il suo lato negativo? Questa accezione del termine si può comprendere attraverso l’espressione sentirsi solo. Per definizione la solitudine è l’esclusione volontaria da ogni tipo di rapporto, ma è anche una conseguenza dovuta a mancanze affettive. Ciò che diversifica stare da solo da sentirsi solo è proprio la sensazione che queste due situazioni provocano. Mentre nel primo caso, come prima trattato e spiegato, l’individuo è pervaso dal benessere nello stare solo con sé stesso, nel secondo caso invece, quando ci si sente soli predomina una condizione generale di malessere.

 

In questo caso avviene un procedimento ben diverso da quello precedente. Non è l’individuo a ricercare la solitudine ma si sente costretto ad essa, spinto dalle proprie relazioni interpersonali e molto frequentemente da esperienze passate. Duplice è la teoria attuale sulla solitudine: vi sono persone che la ritengono al pari di una malattia, altre uno stato d’animo negativo, tuttavia semplicemente passeggero. Gli individui che ne soffrono sono però più predisposti a malattie come la depressione, di cui la solitudine viene ritenuta l’anticamera o più semplicemente uno dei sintomi scatenanti.

 

Antonio Fontanesi, "La solitudine" (1875)
Antonio Fontanesi, "La solitudine" (1875)

 

Cosa succede allora agli individui che sperimentano la solitudine? Durante questo periodo della propria vita, in cui si sperimenta tale condizione, una sensazione di disagio pervade le persone che ne soffrono. Solitudine non è necessariamente essere soli a livello letterale e fisico, anzi, quando se ne soffre la maggior parte delle volte essa è una sensazione psicologica, dovuta all’età –la solitudine è particolarmente frequente in età adolescenziale – o alle esperienze vissute. Molte volte, infatti, rapporti incrinati o spezzati o l’allontanamento di persone care che hanno fatto parte della propria vita portano ad una condizione di chiusura verso altre relazioni. Questo perché ci si sente sbagliati e diversi. Sentirsi da soli anche quando si è in compagnia denota una fondamentale propensione all’isolamento, dovuta al disagio di trovarsi a contatto con altre persone. Ciò è provocato da un’altra sensazione caratteristica della solitudine: la convinzione di non poter essere capiti da nessuno. Ci si sente sbagliati ed inadatti e questo viene accentuato proprio dalle persone da cui si è circondati che sembrano apparentemente non provare le stesse sensazioni che si stanno provando. Si inizia a diffidare delle persone, a non desiderarle più al proprio fianco. Si finisce dunque col chiudersi in se stessi, a vedere la vita con occhi opacizzati da una nube di tristezza, a non vedere soluzione alla propria solitudine interiore.

 

Giorgio De Chirico, "L'enigma di una giornata" (1914)
Giorgio De Chirico, "L'enigma di una giornata" (1914)

 

Tuttavia questi individui, desiderano smodatamente sentirsi meglio, riuscire a trovare uno spiraglio per uscire dalla propria negatività. Ed è proprio nella sicurezza che nessuno possa riuscire a capire come ci si sente che si desidera ardentemente qualcuno che sia disposto ad ascoltare e capace di comprendere. Si vuole contemporaneamente qualcuno che ci aiuti ma allo stesso tempo non vi sia nessuno che sembri all’altezza o a cui si possa raccontare il proprio dolore. Si crea così una spirale senza fine in cui ci si preclude da sé proprio ciò di cui si avrebbe bisogno: il dialogo.

 

La comunicazione è un aspetto fondamentale nella vita e soprattutto nella crescita di una persona. Esso porta infatti al confronto, alla condivisione di idee e ad una conseguente crescita personale. Parlando ed esprimendosi con altre persone si possono assimilare e fare proprie opinioni, consigli e punti di vista che apportano modiche al proprio modo di affrontare e vedere la vita e i propri problemi. Per tale motivo il dialogo ricopre un ruolo fondamentale per il superamento del senso di solitudine. Psicologi e psicanalisti ne fanno il loro mestiere, proponendosi come valvola di sfogo proprio per coloro che non riescono a trovare nessuno a cui appoggiarsi e che si chiudono nel proprio silenzio. Chiudersi in se stessi significa amplificare il problema, rendersi inconsciamente ancora più soli con le proprie mani.

 

È dunque fondamentale che la società faccia un passo avanti sul fronte di questo tema. È essenziale essere più comprensivi nei confronti di una condizione che, in quanto umani, tutti hanno sperimentato. Essere più aperti e disposti al confronto porterà ad un progressivo miglioramento e ad una comprensione reciproca di cui la collettività ha sempre maggiore necessità.  

 

31 maggio 2019