La solitudine: il doppio volto di una dea misteriosa

 

I veri soli sono coloro i quali, vivendo nella parvenza di essere accettati e ben voluti da tutti, sono costretti a corrompere il loro animo per seguire la massa. Abitare in un corpo con molte anime, tutte incoerenti e contradditorie: da quale di esse si potrà trarre compagnia? 

 

C. D. Friedrich, "Montagne giganti" (1820)
C. D. Friedrich, "Montagne giganti" (1820)

 

Ogni volta che ci troviamo a compiere una scelta controcorrente, diversa dall’usuale, fuori dal senso comune, ci imbattiamo in un sentimento particolare che mi ha sempre affascinato: la solitudine. Il fascino, che deriva da questo sentimento, è stato coltivato grazie alla lettura e all’ascolto dei più grandi spiriti della storia umana: eroi, pensatori, politici, rivoluzionari nel compiere la loro missione si sono sempre sentiti, almeno in una piccola parte, soli. È un sentimento contradditorio e camaleontico: in base alla situazione che la persona vive, può risultare positivo o negativo. Sicuramente «ai soli non si addice il quieto vivere sereno», per citare Giorgio Gaber. 

 

Per compiere grandi imprese sono necessarie conoscenze che non tutti posseggono: nella ricerca dell’azione migliore, del pensiero più completo da esprimere, ogni grande uomo che si rispetti è coinvolto in un vortice che lo porta a volere sempre di più. Più conosci e più ti sembra di non sapere, ti accorgi di quanto insignificante sei e quanto immenso potresti essere. Quando qualcosa non va come previsto, i Grandi si chiedono sempre cosa hanno sbagliato. Sarebbe troppo facile per loro accusare gli altri di non essere all’altezza della situazione; è invece molto più difficile, ma allo stesso tempo realizzante, guardare al loro interno e capire come potevano comportarsi diversamente. In questo i Grandi soffrono particolarmente, non si sentono apposto con se stessi e si distruggono fino a trovare una soluzione che li appaga. Il cinema e la letteratura ci possono aiutare: è la classica storia di ogni eroe e supereroe che si rispetti: vuole cambiare le cose, ma non si sente mai all’altezza di farlo.

 

« Le nature grandiose soffrono diversamente da quello che si immaginano i loro ammiratori: nella maniera più dura esse soffrono per gli ingenerosi, meschini ribollimenti di certi momenti cattivi, insomma per il dubbio sulla loro grandezza  ̶  non già per i sacrifici e i martìri che il loro compito esige da loro. » (Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza)

 

Antonio Fontanesi, "Solitudine" (1875)
Antonio Fontanesi, "Solitudine" (1875)

Quando ti trovi a comunicare con gli altri, a condividere con loro le tue scoperte, a volerli coinvolgere in quella piccola, ma grandiosa novità, molto spesso non ricevi la comprensione che desideri e ti sembra di aver lavorato per niente. Particolarmente soli si sentono tutti coloro che sono impiegati nello studio e nella ricerca intellettuale. Capita loro di vedere la realtà in un modo diverso rispetto a come è sempre stata descritta, rivalutano ogni singola azione del quotidiano, e nel rapportarsi con gli altri si sentono completamente decorticati e immersi in un altro mondo. Molto spesso l’intellettuale si lamenta perché non viene capito, perché coloro con cui ha a che fare vivono in modo inconcepibile ai suoi occhi, seguono valori ritenuti inferiori e compiono gesti deprecabili. Subentra quindi il peso della scoperta, la possibilità di non essere capiti, gli occhi di chi lo “conosce” che lo guardano come se fosse un alieno, il sentimento di non sentirsi mai a casa propria.

 

« Ognuno ti guarda con occhi estranei e continua a maneggiare la sua bilancia, chiamando bene questo e male quest’altro; nessuno s’imporpora dalla vergogna, se gli fai notare che questi pesi non sono giusti, ciò non suscita pure indignazione contro di te: semmai si ride del tuo dubbio. […] I più non trovano disprezzabile credere questo o quello e vivere conformemente a questa credenza, senza essersi prima resi consapevoli delle ultime e più profonde ragioni a favore e contro, e senza nemmeno essersi data, più tardi, la pena di cercare siffatte ragioni. » (Ivi)

 

Di fronte al lamento di queste persone mi sorgono spontanee queste domande: che senso hanno tutte le scoperte, le imprese, le nuove conoscenze, se gli altri non possono capirle ed essere a loro utili? Non fa parte della stessa attività di scoperta il saperla comunicare agli altri? Ogni scoperta, dato che è grandiosa e allo scopritore permette di differenziare in meglio la sua vita rispetto a quella degli altri, dovrebbe essere capace di parlare da sé, se coerentemente vissuta e pensata. In altre parole: il valore di una determinata azione si dà nella coerenza con cui viene vissuta. Dunque, per affermarsi in modo efficace, ogni nostro sapere deve vivere del confronto con gli altri e trovare in essi la conferma. Quando ci si sente soli, forse è perché non si è riusciti veramente a vivere quello con cui si paventava di differenziarsi. 

 

In altri momenti, contrariamente a quanto appena detto, la solitudine è il miglior riscontro per capire che si sta agendo nel modo corretto. In questo i Grandi spiriti ci sanno fare: come degli abili nocchieri, si esaltano nel condurre la nave in tempesta. Certe imprese, che siano esse militari, politiche, intellettuali, necessitano di una coerenza che porta i loro autori a dover andare contro l’ordinamento vigente. Si possono scontrare contro istituzioni e persone che ritraggono un modo di pensare rigido e chiuso. Quando la situazione lo impone i Grandi si trovano a rompere con queste autorità e ad aprire una guerra contro tutti. È facile pensare che ad esempio Socrate si sentisse solo al momento della condanna a morte, perché nessuno riusciva a capire il motivo della sua mancata fuga, o che Dante fosse solo nel momento dell’esilio e delle invettive contro Firenze che riportò poi nella Commedia. A guardare meglio, credo invece che questi nostri padri non fossero veramente soli. Erano accompagnati dalla coerenza del loro agire, da una dignità che nessuno poteva loro scalfire e, anche se non avevano qualcuno che li supportasse nelle scelte, erano accompagnati, già allora, da tutti noi che ora cerchiamo di trarre spunto da loro. 

 

Statua Dante Alighieri
Statua Dante Alighieri

« Coscienza fusca

o de la propria o de l’altrui vergogna

pur sentirà la tua parola brusca.

 

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,

tutta tua vision fa manifesta;

e lascia pur grattar dov’è la rogna.

 

Ché se la voce tua sarà molesta

nel primo gusto, vital nodrimento

lascerà poi, quando sarà digesta.

 

Questo tuo grido farà come vento,

che le più alte cime più percuote;

e ciò non fa d’onor poco argomento. […] »

 

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Canto XVII)

 

Tutti coloro che sono impiegati nelle grandi imprese del quotidiano non dovrebbero scoraggiarsi di fronte agli insuccessi e alla poca considerazione delle persone. Certo, bisogna stare attenti a non concepire la propria attività come un modo per migliorare solo se stessi, ma essere consapevoli che quello che si fa è inevitabilmente in rapporto con l’altro e necessitante del suo confronto. Non è il caso di temere l’opinione degli altri, soprattutto di coloro i quali, confrontandosi, non hanno saputo far vedere di valere granché. Piuttosto, sulla scorta delle parole di Socrate, è necessario ascoltare la voce di quell’unico che se ne intende. Seguire la cosa che ci appare più giusta e portarla fino in fondo, è questo l’appello di Socrate in punto di morte.

 

« Riguardo cioè al giusto e all’ingiusto, al brutto e al bello, al buono e al cattivo, su cui ora dobbiamo decidere, dobbiamo seguire e temere l’opinione della gente o di quell’unico  ̶  se c’è  ̶  che se ne intende, che bisogna riverire e temere più che tutti quanti gli altri? E se non daremo retta a lui, finiremo per corrompere e guastare quella parte di noi che per opera di ciò che è giusto diventa migliore, e con l’ingiusto si deteriora. » (Platone, Critone)

 

« E ci sarebbe invece possibile vivere se fosse corrotta quella parte di noi che viene guastata dall’ingiusto, mentre dal giusto riceve giovamento? » (Ivi)

 

Antonio Canova, "Critone chiude gli occhi a Socrate" (1794)
Antonio Canova, "Critone chiude gli occhi a Socrate" (1794)

 

Forse i veri soli sono coloro i quali, vivendo nella parvenza di essere accettati e ben voluti da tutti, sono costretti a corrompere il loro animo per seguire la massa. Forse loro dovrebbero veramente preoccuparsi. Abitare in un corpo con molte anime, tutte incoerenti e contradditorie; da quale di esse si potrà trarre compagnia? 

 

Non abbatterti dunque se all’inizio la voce tua sarà molesta nel primo gusto, pensa invece a quel vital nodrimento che lascerà poi. 

 

 

13 maggio 2019