Il rapporto dialettico con l'altro: la storia dell'innominato

 

Tutto ciò che desiderava non era altro che un ordine interiore, che nel momento di massimo movimento gli si pose davanti: era l’aver presente l’altro dentro di sé, il considerare Lucia come parte della propria vita, il prendersi le proprie responsabilità, il tener conto dei sentimenti dell’altro per compiere le proprie scelte. 

 

 

Nella lettura dei Promessi Sposi del Manzoni, un personaggio che risulta particolarmente rilevante e ricco di significato è l’innominato. L’innominato fa della forza e del comando nei malaffari il suo tratto distintivo, è temuto da tutti e non sottostà a nessuna legge. Apparentemente è la figura del classico cattivo prepotente, che tiene sempre conto dei suoi interessi personali, che non si fa scrupolo dell’altro ed anzi è disposto ad usare la forza per sopraffarlo. Insomma il diavolo in terra, l’autorità incontrastata del territorio: una sorta di tiranno.

 

Il ritratto che ne fa il Manzoni, con l’evolversi della vicenda, ci fa capire che invece non siamo di fronte al classico villain; nelle azioni dell’innominato si nasconde una sorte di ordine personale che lo porta ad agire non solo aiutando i più forti, ma anche, in qualche occasione, i più deboli: traspare una sorta di ordine morale ricco di mistero che ci spinge ad andare avanti e voler sapere di più di questo personaggio. Attorno a lui si crea un’atmosfera ‒ e questo l’autore ce lo fa ben percepire ‒ di «qualcosa d’irresistibile, di strano, di favoloso» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi).

 

Nella lunga vicenda dei Promessi Sposi don Rodrigo, nel momento in cui si trovò di fronte alla necessità di risolvere l’affare di Lucia, si rivolse come interlocutore naturale a l’innominato, uomo stimato da tutti, a cui tutti, potenti e deboli, facevano riferimento per sistemare i propri problemi. Dopo aver stretto il patto con don Rodrigo, con il quale si prese l’incarico di risolvere il caso di Lucia, accadde qualcosa d’inaspettato: l’innominato che fino ad allora sembrava essere una persona tutta di un pezzo, una solida statua di marmo, risentì di una strana sensazione interiore. L’impegno preso di compiere l’ennesimo crimine nei confronti di una povera ragazza lo mise in difficoltà: è precoce dire che si fosse pentito, ma qualcosa nel suo animo non lo faceva star bene

 

« Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non nella sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere di un peso già incomodo. » (Ivi) 

 

Una “certa ripugnanza”, che aveva già provato all’inizio dei suoi delitti, si ripresentò con il farsi vicino della morte. Questo nemico che non riusciva a controllare e a respingere, come era solito fare con tutti i suoi avversari, si avvicinava ogni giorno sempre di più, un passo alla volta, e questo lo mise in enorme difficoltà. Ciò che lo disturbava era la possibilità che ci potesse essere un “ordine universale” che potesse rendere conto delle sue azioni. L’innominato cercò di sopprimere questo suo ribollio interiore e di relegarlo negli spazi più reconditi del suo animo, nascondendo, agli altri e a se stesso, le passioni che lo tormentavano. In questo modo pose un freno al cambiamento, all’inquietudine di quella che poteva essere una vita diversa da quella abitudinaria; cercò di chiudersi in una bolla, così da evitare qualsiasi pensiero derivante dal rapporto con qualcosa che lo poteva mettere in difficoltà.

 

L'innominato
L'innominato

 

Accadde così che venne ordinato agli sgherri, capeggiati dal Nibbio, di rapire Lucia e portarla al castello, per concludere il prima possibile il piano. La prima reazione dell’innominato nel vedere la carrozza arrivare al castello fu di ripugnanza: volle subito sbrigare l’affare e lavarsi le mani dall’ulteriore crimine che stava commettendo. Pensò che avrebbe dovuto inviare la carrozza, con dentro Lucia, subito al castello di don Rodrigo, così da essere coinvolto il meno possibile nel rapimento. Si capisce chiaramente che in quel momento qualcosa dentro l’animo dell’innominato si è mosso: egli inizia ad intravedere il legame che ha con Lucia, in quanto dispone della sua sorte, ma rifiuta di pensare di esserne coinvolto e rifugge questa relazione. In un secondo momento pensò però che fosse meglio tenere Lucia nel castello e la affidò ad una vecchia che viveva con lui. Si verificò un ulteriore passo in avanti nella relazione tra Lucia e l’innominato, relazione che per quel momento doveva ancora godere di un vero e proprio incontro: l’innominato piuttosto di affidare la giovane a don Rodrigo preferì prendere tempo ed ospitarla in una camera del suo castello.

 

Il Nibbio, nel dar relazione del rapimento, turbò ulteriormente l’animo già scombussolato dell’innominato, affermando di essere stato mosso da compassione a causa della sofferenza che traspariva dal volto di Lucia. A queste parole l’innominato pensò: “Non la voglio in casa costei. Sono stato una bestia a impegnarmi; ma ho promesso, ho promesso. Quando sarà lontana …”. Ancora una volta il nostro personaggio cerca di allontanarsi dal dovere che ha nei confronti di Lucia, non si sente più bene con se stesso e per questo cerca di rigettare via tutto ciò che lo turba. Dopo l’incontro con Lucia, che si era tenuto nella stanza dove ella avrebbe dovuto dormire la notte, l’innominato non riuscì a prendere sonno: era ancora sconvolto dall’incontro con la ragazza e dall’effetto che la sua vista aveva provocato. Come già col Nibbio il dolore di Lucia provocò un sentimento di compassione nell’animo del signore: è il momento in cui effettivamente i due opposti si incontrano; l’innominato, mosso da un certo sentimento, capisce che quell’affare è anche suo, che i suoi ordini hanno delle conseguenze e che tali conseguenze sono dolorose. È la goccia che fa traboccare il vaso: il quale era stato ripetutamente riempito, nel corso della sua vita, di crimini ed inganni.

 

Decise allora di liberare Lucia: sarebbe stata quella la prima azione che avrebbe fatto l’indomani, tutti gli affari che avrebbe dovuto compiere abitualmente non avevano più senso. Fu costretto a ripensare la sua vita di fronte allo sguardo di Lucia e tutto ciò che una volta era ordinario, ora appariva mostruoso.

 

« Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormento esaminator di sé stesso, per rendersi ragione di un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita.  Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da sentimenti che l’avevan fatta volere e commetter; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. » (Ivi)

 

L'incontro fra Lucia e l'innominato
L'incontro fra Lucia e l'innominato

Nel ripensare a tutta la sua vita, l’innominato scoprì che niente aveva senso, che tutto quello che faceva era profondamente ingiusto e per un momento pensò che il suicidio sarebbe stata la soluzione migliore. Poi però gli vennero in mente le parole che Lucia gli proferì poco prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” e trovò in queste un momento di sollievo e di ristoroGli si presentò davanti la possibilità di invertire la rotta, di porre rimedio a tutte quelle ingiustizie che aveva compiuto fino ad allora: doveva solo liberare Lucia e non rispettare il patto preso con don Rodrigo.

 

 

Alessandro Baldassoni, "La controversia dell’innominato"
Alessandro Baldassoni, "La controversia dell’innominato"

La possibilità di svolta nella sua vita si palesò il giorno seguente: al levarsi del sole arrivò in paese il cardinale Fedrigo, un uomo santo e stimato da tutti. L’innominato pensò così di andarci a parlare per sistemare la vicenda di Lucia; il cardinale informato della volontà dell’innominato lo ricevette immediatamente. Dopo aver accolto con affetto e premura il suo ospite, Fedrigo confessò all’innominato che Dio aveva compiuto una grazia toccandogli il cuore; a queste parole l’innominato rispose: «Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?» , ma la risposta di Fedrigo non si fece desiderare: 

 

«Voi me lo domandate? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?» (Ivi)

 

A queste parole l’innominato scoppiò in lacrime, quell’“ordine universale” che da qualche tempo andava cercando gli si presentò dentro di sé. Tutto ciò che desiderava non era altro che un ordine interiore, che nel momento di massimo movimento gli si pose davanti: è l’aver presente l’altro dentro di sé, il considerare Lucia come parte della propria vita, il prendersi le proprie responsabilità, il tener conto dei sentimenti dell’altro per compiere le proprie scelte e capire come comportarsi. 

 

25 luglio 2018

 




  • Canale Telegram: t.me/gazzettafilosofica