L'etica dell'intenzione di Abelardo

 

Con l’opera intellettuale di Abelardo, inizia a prendere piede una visione naturalistica dell’uomo, che andrà via via a imporsi sullo scenario filosofico medievale.

 

E. B. Leighton, "Abelardo e Eloisa"
E. B. Leighton, "Abelardo e Eloisa"

 

Pietro Abelardo (1079-1142) fu il più grande logico del suo tempo e, grazie alle sue opere, contribuì a far nascere l’idea della celebre rinascita del XII secolo. Noto per le sue travagliate vicende personali e per i suoi scontri, prima con i suoi maestri, poi con l’ala più conservatrice del pensiero teologico – eventi descritti in prima persona nella sua Historia calamitatum mearum – egli premeva per un’entrata della ragione (nei limiti della fede) nella teologia. Ciò gli valse l’avversità di varie ed eminenti figure dell’epoca, tra le quali ricordiamo Bernardo di Chiaravalle, Guglielmo di Saint-Thierry e Ildegarda di Bingen, mandanti della dura condanna alle sue teoria durante il Concilio di Sens del 1140. 

 

Una delle opere condannate fu l'Etica, scritta nel 1138 e conosciuta anche come Scite te ipsum. In questo scritto – a noi giunto incompleto – Abelardo descrive il suo innovativo pensiero morale e ci invita, appunto, a conoscere noi stessi. L’indagine psicologica di Abelardo inizia con la definizione di ciò che è morale: morali sono «quelle tendenze innate nell’animo umano che inducono l’uomo a compiere il male o il bene.»

 

Miniatura medievale dal Roman de la Rose raffigurante Abelardo
Miniatura medievale dal Roman de la Rose raffigurante Abelardo

La novità dell’Etica è la distinzione che Abelardo svolge fra le tre questioni di primaria importanza per la morale cristiana: vizio, peccato e azione malvagia. Abelardo descrive il vizio come una possibile inclinazione – costitutiva della natura dell’animo umano – ad acconsentire a ciò che è sconveniente per l’uomo (ad esempio: l’essere iracondi è una inclinazione all’ira). Il vizio non è quindi di per sé peccato, ma è una tendenza ad esso e contro cui l’uomo deve lottare per salvaguardare la propria integrità. Se l’uomo uscirà vittorioso da questa lotta, il vizio sarà stato addirittura un’occasione di merito. Il peccato, infatti, è il consenso a tale tendenza peccaminosa, ovvero è un’adesione volontaria al vizio. L’azione malvagia, invece, è un atto che può essere frutto tanto di un’intenzione maligna, quanto di una buona. 

 

Esemplificando quest’ultima tramite un’ipotesi elaborata dallo stesso Abelardo, potremmo immaginare una povera madre che, con l’intenzione di proteggere il piccolo figlio dal gelo, stringendolo troppo a sé, lo soffocasse, uccidendolo. In tal caso vi è sicuramente un’azione malvagia (infanticidio) ma in assenza di peccato, poiché l’intenzione della madre era di salvaguardare il figlio dal freddo invernale. In quest’ottica Abelardo giunge addirittura a scagionare i crocifissori di Cristo: essi non hanno peccato, poiché questo implicherebbe il disprezzo di Dio, intenzione che essi, ovviamente, non perseguivano. I crocifissori, quindi, seppur colpevoli di deicidio, non sono considerabili – per questo – peccatori. «Non si può in senso proprio definire peccato, che implica il disprezzo di Dio, l’azione che essi [i crocifissori di Cristo] commisero per ignoranza.»  Dunque, per Abelardo, al peccato corrisponde una piena consapevolezza. 

 

Scindendo quindi questi tre elementi fondamentali – vizio, peccato e azione malvagia – si può notare come essi siano, nella visione di Abelardo, slegati l’uno dall’altro. Il vero problema, il peccato, è quindi da individuare non nell’inclinazione umana, non nell’atto, ma nell’intenzione. È necessario dunque distinguere tra natura dell’intenzione e natura del risultato (dell’azione); tra essi vi è lo stesso rapporto individuabile in quello sussistente tra padre e figlio: come un padre cattivo può avere un figlio buono (o viceversa), così da un’intenzione cattiva può nascere un’azione buona (o viceversa). Le conseguenze potrebbero sembrare paradossali, poiché per Abelardo si può peccare senza commettere delle azioni malvagie e viceversa, in quanto il vero peccato è la decisione interiore di andare contro il volere di Dio. La vita morale si deve quindi leggere come una lotta interiore per il perseguimento dell’intenzione retta.  L’unico giudice di questa nostra lotta non potrà essere che Dio, poiché «Solamente Dio, il quale guarda non alle azioni che si fanno, quanto allo spirito con cui si fanno, può valutare secondo verità la colpevolezza nella nostra intenzione, e può esaminare la colpa con giudizio esatto.» Abelardo non ci sottrae dalle responsabilità davanti alle nostre azioni: all’uomo spetta infatti il compito di giudicare le azioni esteriori, punendo quelle malvagie.

 

Con l’opera intellettuale di Abelardo, inizia a prendere piede una visione naturalistica dell’uomo, che andrà via via a imporsi sullo scenario filosofico medievale.

 

2 marzo 2019