Liberi e angosciati

 

Interrogarsi sulla libertà vuol dire attestare di essere naufragati in un mare d’angoscia, che, dilatando l’esistenza, mostra quanto sia effimero aggrapparsi alla possibilità. Faremo risuonare le parole di Kierkegaard, immergendoci – senza una meta – in una delle questioni filosofiche più profonde, ossia quella della libertà. 

 

Se ci chiedessero cos’è la libertà, dapprima, probabilmente, calerebbe il silenzio, espressione di quella specifica sensazione, che tanto spesso colpisce gli uomini nel loro vivere quotidiano, ossia il sentirsi così calati in un concetto da non riuscire a renderne l’astrattezza. Successivamente, proveremmo a darci un tono e abbozzeremmo qualche frase del tipo: “la libertà è poter scegliere tra bene e male”, senza darci la pena di riflettere sulle profonde implicazioni filosofiche che questa connessione porta con sé. La libertà è dunque possibilità? Molti filosofi si sono fatti carico del peso di una riflessione sulla libertà, e certamente Kierkegaard è stato uno dei più celebri in questo campo. Egli, alla domanda posta in esordio, ha risposto: “la libertà è il bene”; allo stesso tempo, essa è il sito in cui si stabilisce la differenza tra bene e male. Ciò perché – in sottofondo si sente l’eco del discorrere di Socrate – « solo il bene è capace di distinguere tra bene e male. Chi sceglie il male lo fa dunque nella non-libertà; e nella non-libertà […] è impossibile cogliere la differenza tra bene e male » (E. Rocca, Kierkegaard). 

 

Tuttavia, da buon cristiano pensante, Kierkegaard non riesce ad accantonare la questione, accontentandosi delle briciole lasciate da una risposta netta: si chiede allora se la libertà faccia parte della natura umana e spalanca così la porta alla questione del peccato. Ciascun uomo è per il filosofo danese il nuovo Adamo e, quindi, il primo peccato di ciascuno è il peccato originale. Il passaggio dallo stato d’innocenza al peccato avviene mediante un salto qualitativo, che, tuttavia, resta inaccessibile a qualsiasi tentativo di spiegazione. Infatti, è proprio a causa di quest’inspiegabilità che Kierkegaard ritiene di poter sondare – attraverso la psicologia – soltanto il come del sorgere del peccato originale e non il perché. Pertanto, « la psicologia dà per scontata l’esistenza del peccato, non mettendo in questione il se del peccato, ma solo il come della sua possibilità » (E. Rocca, Kierkegaard). 

 

Søren Kierkegaard (1813-1855)
Søren Kierkegaard (1813-1855)

 

Da buon cristiano – ripetiamolo –, il nostro filosofo non aderisce alla concezione illuministica della libertà come autodeterminazione e proprietà dell’essere dell’uomo, poiché sostiene che liberi si diventa. Infatti, Adamo nasce nell’innocenza, e quest’ultima altro non è che ignoranza del bene, la quale non gli consente di comprendere la differenza tra bene e male. Nella sua ignoranza, Adamo percepisce il suo potere, ma in modo indeterminato; consequenzialmente, non potendo nulla di determinato, il suo potere è un nulla e ciò lo angoscia. L’angoscia è «realtà della libertà», nel senso che è libertà impossibilitata. 

 

« L’angoscia si può paragonare alla vertigine. Chi volge gli occhi al fondo di un abisso è preso dalla vertigine. Ma la causa non è meno nel suo occhio che nell’abisso: perché deve guardarvi. Così l’angoscia è la vertigine della libertà, che sorge mentre lo spirito sta per porre la sintesi e la libertà, guardando giù nella propria possibilità, afferra il finito per fermarsi in esso. In questa vertigine la libertà cade » (S. Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia). 

 

Il peccato c’è da quando ci sono storia e memoria e quindi non esiste da sempre; esso, inoltre, inaugura la sessualità. In quest’ottica, «la libertà non è all’inizio, bensì sempre qualcosa che deve venire» (E. Rocca, Kierkegaard).

 

A un certo punto, nello sviscerare il suo Concetto dell’angoscia, il filosofo descrive una condizione che dapprima ci lascia perplessi: «l’individuo è nel male e prova angoscia per il bene» (S. Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia). Il demoniaco è non-libertà, è angoscia del bene e vorrebbe rinchiudersi in se stesso; tuttavia, non è possibile che ciò avvenga fino in fondo, perché il peccato non può cancellare del tutto la possibilità della libertà. Il demoniaco viene così a configurarsi come lo stato dell’«involontariamente aperto» (E. Rocca, Kierkegaard). Infatti, per quanto esso sembri rifiutare qualsiasi comunicazione, negando qualsiasi continuità a vantaggio dell’improvviso, non potrà mai tacere assolutamente, perché ci sarà sempre un varco che sarà tenuto aperto dalla parola. L’angoscia, attraverso la parola con la sua continuità, è rivelatrice e perciò costituisce un primo passo verso la salvezza. 

 

Agli occhi di Kierkegaard, l’unica cosa che seriamente sembra caratterizzare la natura umana – distinguendola da quella degli animali – è l’angoscia. 

 

 

La libertà sorge, passando dalla possibilità alla realtà, attraverso l’istante. Quest’ultimo è descritto come un passaggio senza luogo e senza tempo: si tratta del salto mediante cui sorge il nuovo, ossia l’evento che costituisce la nascita della libertà. 

Il tempo non presenta gerarchie dentro di sé, i momenti trascorrono all’infinito, sono fatti per scomparire l’uno dopo l’altro, indistintamente. Il tempo è uno spazio nullo, senza dimensioni. L’eterno, invece, è il presente infinitamente pieno, è dappertutto senza mai essere vuoto. L’istante, penetrando l’eterno e tagliando il tempo, apre la storia fatta dal presente, passato e futuro. L’istante allarga il momento, fa spazio in esso al contenuto eterno. La pienezza del tempo è libertà che diviene realtà, il bene che accade. 

 

Nell’essere umano sembra risiedere una specie di contraddizione: la libertà in atto, luminosa, convive sempre con la propria ombra, ossia con possibilità. Il peccato è sempre accompagnato dall’angoscia, dall’ombra della libertà. Quest’ultima – come nel caso del demoniaco – può apparire annullata, ma non lo sarà mai fino in fondo, perché l’angoscia – la sua ombra – nonostante tutto, c’è sempre. Soltanto chi impara a essere angosciato nel modo giusto camminerà come danzando. L’angoscia insegna a fortificarsi attraverso la possibilità

 

« Colui ch’è formato dall’angoscia è formato mediante possibilità; e soltanto chi è formato dalla possibilità è formato secondo la sua infinità. Perciò la possibilità è la più pesante di tutte le categorie. […] Di solito la possibilità, di cui si dice ch’è così lieve, s’intende come possibilità di felicità, di fortuna, ecc. Ma questa non è affatto la possibilità; questa è un’invenzione fallace che gli uomini, nella loro corruzione, imbellettano per avere almeno un pretesto per lamentarsi della vita e della Provvidenza e per avere un’occasione di farsi importanti ai propri occhi. No, nella possibilità tutto è ugualmente possibile, e chi fu realmente educato mediante la possibilità ha compreso tanto il lato terribile quanto quello piacevole. Se un tale esce dalla scuola della possibilità sapendo […] ch’egli dalla vita non può pretendere assolutamente nulla e che il lato terribile, la perdizione, l’annientamento abitano con ogni uomo porta a porta, e se ha tratto profitto dall’esperienza che l’angoscia, di cui egli si angosciava, lo assalì nel momento seguente, allora darà alla realtà un’altra spiegazione; esalterà la realtà e, anche quando essa pesa grave sopra di lui, si ricorderà ch’essa è molto più leggera di quanto non fosse la possibilità » (S. Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia).

 

2 novembre 2019

 




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