La biosfera, con il coltello alla gola

 

La guerra intrapresa dagli esseri umani contro la biosfera si sta rivoltando contro gli umani stessi: il pianeta è sempre più inospitale, e sempre maggiore è il peso della responsabilità morale dei più vecchi nei confronti dei più giovani. Come spezzare la catena delle oppressioni per invertire la tendenza? La pace favorirà una Terra accogliente anche per chi l’ha sempre violentata. Ma non c’è molto tempo per avere la possibilità di fare qualcosa, per avere la possibilità di esserci ancora.

 

di Walter De Iulis

 

 

Si susseguono ormai da tempo le notizie di investigazioni nei luoghi di detenzione le cui condizioni sono contrarie alla natura ambientale e comportamentale degli animali studiate dall'etologia. Telegiornali e approfondimenti in TV, articoli e lunghi spazi su giornali e periodici di diverso orientamento politico ospitano i video degli inferni sulla Terra, quelli che chi non mai visto dovrebbe vedere e che chi ha già guardato dovrebbe evitare.

 

Per tutti, però, è necessario comprendere che ciò che fa così male agli occhi, al cuore e al cervello, non può fare bene né alla persona che compie, commissiona o favorisce la violenza, né alla biosfera, perché il coltello alla gola di uno è alla gola del pianeta.

 

Famosi i documentari più curati, da Earthlings (2005) e Cowspiracy (2014), fino a Dominion (2018). È noto da tempo che non si tratta di casi isolati di qualcuno che non ha rispettato le leggi: prigionia, torture e uccisioni nei posti peggiori del mondo, in tutto il mondo, lontani dalla vista e dai centri abitati, sono perfettamente legali e ordinari. Perché avviene tutto questo?

 

Il nostro apparato digerente, come risultato dell'evoluzione, è sì onnivoro, ma adatto più per i vegetali. Per milioni di anni la prevalenza è stata vegetale, per buona parte esclusiva. L'essere umano è senz'altro capace di digerire anche la carne, ma in modo poco performante e con conseguenti danni per la salute: il ferro eme, abbondante nelle carni rosse, è sempre cancerogeno; i grassi saturi animali sono superflui e dannosi; le proteine animali acidificano, aprendo la porta ad infiammazioni croniche, anticamera di ben più gravi patologie; per non contare l’impiego di farmaci e gli inquinanti bioaccumulati, molto più alti negli animali che nei vegetali.

 

Al contrario, una nutrizione basata su vegetali permette di vivere più sani e più a lungo, quanto più dal modello onnivoro ci si avvicini al modello interamente vegetale, passando per le varie forme latto, ovo e/o pesco-vegetariane, ma senza dimenticare la questione etica a monte, cui possano seguire comportamenti armonici e non contraddittori, in accordo con una visione globale e approfondita della realtà.  

 

Allora perché oggi che l’ambiente è ospitale (finché ancora resiste) abbiamo aumentato e non terminato la guerra contro innocenti, con 700 milioni di animali macellati ogni anno solo in Italia? Questa attività è cresciuta esponenzialmente, procedendo in un oceano di sangue smisurato nel tempo e nello spazio, fino al livello vertiginoso di oggi. A che punto siamo ora? In un vortice paradossale: immersi nella violenza devastiamo l’ambiente. La zootecnia è causa considerevole dei gas serra, includendo la deforestazione, la cui stragrande maggioranza avviene per i pascoli e i mangimi per animali, come si denuncia da tempo, come hanno fatto Robert Goodland e Jeff Anhang nel 2009 in un rapporto per il prestigioso WorldWatch Institute. E come si prodigano da anni la Fao, Centri di ricerca, Riviste scientifiche, ecc.

 

 

Come avere contezza di tutto questo? L’83% dei suoli coltivabili è destinato a mangimi, come documentato da J. Poore e T. Nemecek su Science. Uno studio pubblicato il 17 gennaio sul Lancet, a firma della EAT-Lancet Commission on Food, Planet, Health, che riunisce 37 esperti di agricoltura, nutrizione e cambiamenti climatici provenienti da tutto il mondo, ribadisce che per ottenere 1 kg di carne di manzo servono 15 kg di vegetali, e quando una bistecca arriva in tavola, 30 grammi finiscono in pattumiera come scarto. Da qui l'intento dello studio di creare un modello produttivo e di consumo più rispettoso delle risorse che abbiamo, e che preveda un dimezzamento degli sprechi di cibo, che sarebbe più che assicurato da una dieta 100% vegetale.

 

È per questo che molte persone – non acquistando parti di corpi e secreti, cioè carni e latticini – hanno scelto di affrancarsi dalla responsabilità sociale di questa ecatombe. Fra cibo, energia e trasporti, è il primo elemento ad essere il più significativo per salvare la biosfera. E dipende direttamente dalla scelta personale, senza mediazioni: ciascuno di noi può intervenire subito.

 

Le industrie alimentari proseguono inarrestabili, e la coscienza del politico, indifferente alla mattanza, legifera per favorire l'interesse di morte. Mentre il cittadino consumatore rappresenta la domanda crescente, e nel suo piccolo porta con sé la sua quota determinante di responsabilità sociale.

 

 

Lo specismo – la privazione arbitraria di diritti che spetterebbero anche alle altre specie, ma loro negati perché ritenute inferiori – è un anello forgiato nel sangue della catena delle oppressioni: patriarcato, schiavismo, razzismo, ecc. Siamo innanzi a uno scontro tra oppressione e conservazione contro il progresso culturale, una cultura della civiltà e dei diritti. O, se si vuole, più precisamente, il progresso culturale è stretto in una tenaglia che vede l’oppressione coadiuvata dal reazionarismo.

 

Il reazionarismo, violento e privo di contenuti, si riduce alla polemica: la sua strategia è fatta soprattutto di attacchi vuoti e formali, di domande retoriche e di espedienti iperbolici che trovano conferma nella massa del si è sempre fatto così. Un’altra strategia che usa quando si confronta è la diabolica separazione dei concetti, in modo che la realtà non si comprenda: ad esempio, separare la deforestazione dall’impatto della zootecnia; quando sono, invece, inscindibili. Un altro esempio è l’accusa di esagerazione ogni volta che l’ecatombe specista è confrontata nella similitudine con il nazismo. Ma il reazionarismo tralascia che non si intende dire che cose diverse sono uguali – come sostiene chi non può trovare altri argomenti –, ma che hanno fattori in comune. Anche una barca ed un continente sono diversi, ma entrambi galleggiano per l’identico principio di Archimede, anche se gli alberi dell’una e dell’altro non sono gli stessi.

 

I fattori comuni tra nazismo e specismo solo molteplici, come indicato nel 2003 da Charles Patterson in Un’eterna Treblinka: numeri enormi, anche se quelli del nazismo sono una parte infinitesima di quelli dello specismo, per ovvie ragioni di spazio, tempo e antropocentrismo; la presenza di un’ideologia negativa non dichiarata, cui seguono similmente lo scarto tra diritto naturale e positivo, nonché l'invenzione di un nuovo diritto naturale assurdo; la passiva accettazione sociale; l’oppressione del più forte sul più debole insieme all’uso di un vocabolario degradante per sostenere gli abusi; il genio luciferino dei pochi e la banalità del male dei molti; la castrazione e la manipolazione genetica.

 

Oltre le similitudini, ci sono anche significativi punti di contatto: nel Mein Kampf, Hitler esprime il suo odio per gli americani, ma elogia Henry Ford, coinvolto nella campagna per le sterilizzazioni umane, che non inventa la catena di montaggio, ma la copia dai macelli. È l’idea dell’inferno che gli europei portarono in America e che poi attraversò di nuovo l’Atlantico riproducendosi in un nuovo terribile mostro. Infine, molti gerarchi nazisti erano in affari nella macellazione.  

 

Insorgere contro il reazionarismo richiede che il pregiudizio antropocentrico, cementatosi nei secoli, sia superato. Forse lo spettacolo del fuoco scellerato delle foreste di mezzo mondo, oggi, potrà contribuire a smuoverlo. Forse la consapevolezza che ne segue, di un pianeta in pericolo, ci ricorderà il rispetto per chi è più giovane, per i propri figli. Che il fuoco delle foreste ci possa far vedere che la zootecnia è una tecnica senz'anima, una tecnica aberrante che sta distruggendo il pianeta, che è nostro e delle altre specie.

 

Se ci siamo persi, ritroviamoci. Smettiamo di mangiare, di vestirci, di lavarci, di vivere con la sofferenza di qualcun altro. Ricette infinite e mediterranee dall'antipasto al dolce ci sono, basta guardarsi un po' attorno e avere un po' di volontà per modificare le proprie abitudini. La posta in gioco è altissima, ne vale la pena, facciamolo. Smettiamo di essere complici: non si può lottare contro l’oppressione, opprimendo.  

 

12 settembre 2019