Il macello dell'anima. Considerazioni vegane

 

Essere vegani non è essere estremisti, se non nel senso che è fare il meglio a tavola. Se non ce la si fa, si provi comunque a fare il più possibile, in un costante tentativo di miglioramento. Poiché tra la situazione attuale e l'ideale vegano si misura il grado di salute del futuro.  

 

di Gabriele Zuppa

 

Salvador Dalì, “Testa dell’aurora di michelangelo” (1977)
Salvador Dalì, “Testa dell’aurora di michelangelo” (1977)

 

La banalità del male è servita, a tavola. Basta leggere gli ingredienti del menù seguente.

La FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), ovvero quell'agenzia dell'ONU specializzata sui temi del cibo e della nutrizione, celebra la Giornata mondiale dell'alimentazione ogni anno il 16 ottobre, giorno di nascita dell'Organizzazione nel 1945. È uno dei giorni più celebrati del calendario ONU, come ricorda anche il sito del MIUR, con celebrazioni in oltre 150 paesi in tutto il mondo. Questi eventi fanno opera di sensibilizzazione su tutti coloro che soffrono la fame e sulla necessità di garantire la sicurezza alimentare e diete nutrienti per tutti.

 

Ogni anno la FAO confeziona un opuscolo informativo che contiene dati terrificanti e indicazioni su come non essere complici del disastro drammatico che rende la nostra fortunata quotidianità un pianeta nel pianeta. Nel 2013, per esempio, ci ricorda che, nel mondo, un bambino su quattro di età inferiore ai cinque anni è rachitico: questo significa che 165 milioni di bambini sono così malnutriti che non riusciranno mai a raggiungere il loro pieno sviluppo fisico e cognitivo. Al mondo, circa due miliardi di persone sono prive di vitamine e minerali, essenziali per una buona salute. Circa 1,4 miliardi di persone sono sovrappeso, delle quali, circa un terzo è obeso e a rischio di malattia cardiaca coronarica, diabete o altre patologie. Serve commentare che tutto questo è semplicemente folle? Per mostrare – se ce ne fosse bisogno – ancora più l'assurdità di ciò che abbiamo creato, ci si immagini di avere un'analoga situazione in famiglia: qualcuno che si rimpinza senza ritegno a discapito e in faccia a chi vive di stenti. Quanto disprezzo non ci susciterebbe una tale immagine? Ecco, è la quotidianità del nostro pianeta. Solo che noi non vediamo quel che ci sta attorno e lo violentiamo con la coscienza pulita.

 

Con un balzo in avanti di tre anni, nel 2016, sempre la FAO ricorda quel che si va dicendo da anni e con insistenza negli ultimi: le nostre foreste stanno rapidamente scomparendo, con migliaia di alberi tagliati ogni anno per destinare il terreno all’agricoltura. Ma serve a cosa l'agricoltura? Finalmente a nutrire chi abbiamo condannato alla malnutrizione? Sia mai, l'agricoltura serve ad alimentare gli animali con i quali ci si ingozza. Nella sintesi si legge: «Il modo in cui gli agricoltori allevano gli animali (mucche, capre, pecore, maiali, asini e cammelli) contribuisce notevolmente all’emissione dei gas serra provenienti dall’agricoltura. Cambiare il modo in cui gli allevatori crescono questi animali è un passo importante per far sì che si producano gas meno nocivi. Questo è particolarmente importante, considerando che avremo bisogno di altri animali in futuro per alimentare la popolazione in crescita. Inoltre, le risorse naturali come l’acqua vengono usate maggiormente per produrre carne che per coltivare verdure o legumi (come lenticchie, fagioli, piselli e ceci)»

 

Il suggerimento che si aggiunge è molto significativo, perché dà la misura di quanto siano lontane queste persone ricche di grasso e povere di cervello: «Mangiare almeno un pasto senza carne ogni settimana costituisce sicuramente un contributo positivo». Pare insomma che molti nel mondo siano un tantino lontani dalla dieta mediterranea.

 

 

Ma il nostro cervello non si senta meritevole di nulla, noi fieri della dieta mediterranea. Studi che continuamente vengono sfornati da questa o quella Università, da questo o quel Ministero, ci danno indicazioni precise. Il PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America), una rivista scientifica statunitense, organo ufficiale della United States National Academy of Sciences, in un apposito studio ha prospettato quattro diversi scenari: uno di "business as usual" in cui si mantengono le attuali tendenze in termini di dieta, uno in cui si limita la carne a 300 grammi a settimana aumentando l’apporto di frutta e verdura, uno strettamente vegetariano e uno vegano. Risultato? Il maggior guadagno in termini di vite salvate, soprattutto per le minori malattie cardiovascolari ma anche per tumori e patologie legate all’obesità, verrebbe appunto dalla dieta vegana, seguita dalla vegetariana (7,4 milioni di morti risparmiate). Queste due permetterebbero anche i maggiori vantaggi in termini di riduzione delle emissioni, del 63% per la dieta vegetariana e del 70% per la vegana, mentre quella «moderatamente carnivora» le ridurrebbe del 30%.

 

Arriviamo ad oggi, con il recentissimo rapporto dell'IPCC su clima e suolo, come riportato anche da le Scienze. Hans-Otto Pörtner, ecologo e codirettore del gruppo di lavoro dell'IPCC su impatti, adattamento e vulnerabilità, richiama una volta di più all'ovvio:

 

« Ma sarebbe davvero utile, sia per il clima sia per la salute umana, se le persone di molti paesi ricchi consumassero meno carne e se i politici creassero incentivi adeguati in questo senso. »

 

Il rapporto spiega come sia una necessità per il pianeta preservare e ripristinare le foreste, indispensabili per assorbire il carbonio dall'aria. Vaste aree continuano ad essere disboscate per l'allevamento del bestiame. Inoltre, digerendo il cibo gli animali producono una grande quantità di metano.

Il rapporto afferma inoltre che le diete bilanciate a base di alimenti di origine vegetale e di origine animale prodotti in modo sostenibile «presentano importanti opportunità di adattamento e mitigazione, producendo al tempo stesso significativi vantaggi per la salute umana».

 

Anche la grande stampa, finalmente, ha iniziato ad occuparsi del problema. Dataroom curato da Milena Gabbanelli per il Corriere della Sera, per esempio. Lo scorso febbraio riportava le indagini dell’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che ha indicato negli allevamenti intensivi i principali responsabili di emissione di ammoniaca nell’aria (il 76,7% a livello nazionale nel 2015), maggiore fonte di particolato secondario, ovvero delle polveri fini inquinanti, dannose per la salute. In Italia il 7% circa di tutte le morti per cause naturali è stato imputato all’inquinamento atmosferico. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’Italia è il secondo Paese in Europa per decessi prematuri.

 

Dal 1990, l'IPCC valuta con regolarità la letteratura scientifica, producendo rapporti completi ogni sei anni e, a intervalli irregolari, rapporti speciali su aspetti specifici dei cambiamenti climatici. Un rapporto speciale pubblicato lo scorso anno spiega che le emissioni globali di gas serra, calcolate in un massimo storico di oltre 37 miliardi di tonnellate nel 2018, potranno diminuire solo grazie a interventi drastici, senza possibilità di ulteriori rinvii, per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi.

 

Quel che possiamo fare ormai è solo limitare i danni. Lo esplicita per esempio il meteorologo e climatologo Luca Mercalli che mette in guardia da un certo tipo di dibattito che banalizza la portata del problema climatico, sottolineando:

 

« Il tempo per correggere questa situazione era di quaranta anni fa. A questo punto possiamo solo minimizzare i danni. Per i nostri ragazzi a fine secolo ci sono 2 gradi o 5 gradi [in più]. Oppure 1/2 metro di mare o 1 metro e 20 [in più]. »

 

 

Sono ribaditi da anni i vantaggi diretti sulla propria salute per chi adotti una di queste diete e i vantaggi indiretti sugli altri: bambini e adulti nel mondo; animali il cui ecosistema è stato distrutto. Quegli animali che si dicono di amare, ma che, per di più, vengono torturati negli allevamenti intensivi e uccisi. A che pro? Per una misera abitudine, per attaccamento ad un gusto che nemmeno si mette in conto di poter rieducare, almeno in parte. Si è stati abituati a mangiarli e si continua a farlo. Che è questa se non la banalità del male? È eticamente e contraddittoriamente una follia, al contempo, torturare e uccidere degli “amati” animali, devastare il pianeta e chi vi abita, danneggiare la propria salute. Ma lo si fa e per lo più si deride ogni proposta di cambiamento che suoni inusuale alle proprie abitudini. Non si sentono ragioni, perché, si dice, «è naturale», «lo si è sempre fatto», ecc. Il male giustificato dal nulla, banalmente.

 

Infine, se ripensiamo al nostro esempio iniziale, non sono neanche tanto indiretti questi vantaggi: ci salvano dall'essere quel mostro che disprezzavamo, quello che ingrassa alla faccia del suo familiare, del suo caro, del suo simile, con il quale condivide il tetto, il pianeta. Così quel che sembrava indiretto forse è perfino più diretto: si faccia spallucce sul colesterolo o sugli anni che vivremmo in più, ma non su tutto l'essenziale, ovvero l'anima nostra, l'anima del pianeta. Ciò di cui ci nutriamo non ha tanto a che vedere con le nostre analisi del sangue, ma con il senso che vogliamo dare alla nostra vita: coinvolge la nostra umanità più profonda, la più nobile consapevolezza, tutto il nostro spirito.

 

La banalità del male è tale che lo si sta compiendo e si fa di tutto per non accorgersene. Anche Harari nel suo bestseller Sapiens lo constata senza mezzi termini:

 

« Nel corso degli ultimi due secoli, decine di miliardi di animali sono stati sottoposti a un regime di sfruttamento industriale che non ha precedenti negli annali del pianeta Terra. Se teniamo per buono anche solo un decimo di ciò che gli attivisti dei diritti degli animali vanno affermando, la moderna agricoltura industriale può a buon diritto essere considerata il più grande crimine della storia. »

 

Un'inettitudine che raggiunge un livello tragicomico raccapricciante.

 

« Ogni anno la popolazione degli Stati Uniti spende più soldi in diete di quanti ne basterebbero per dar da mangiare a tutta la gente che soffre la fame nel resto del mondo. L'obesità rappresenta per il consumismo una doppia vittoria. »

 

Occorre aggiungere altro? Magari solo le celebri parole di Feuerbach, vergate oltre un secolo e mezzo fa, che in questo scenario mostrano tutta la loro verità, una verità sinistra:

 

« La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia. »

 

Cosa siamo noi, uomini del XXI secolo? Ad uno sguardo d'insieme la sintesi è presto impietosamente trovata: un macello.

 

23 agosto 2019