“Caro Darwin, ti scrivo.” Tua, per sempre, la filosofia

 

Qualche suggestione ricavata dall'epistolario di Darwin ci fa intravedere la complessità che si cela in qualsivoglia teoria dell'evoluzione, che si estende ben oltre la biologia. Complessità che dapprima coinvolse Darwin nella tranquillità della sua intimità familiare, per travolgerlo poi sotto i riflettori di un'Europa che l'aveva celebrato e maledetto, la quale, soprattutto, voleva delle risposte, molte, troppe risposte.  

 

di Gabriele Zuppa

 

 

Nel corso della sua vita Darwin si trova a confrontarsi con i grandi problemi filosofici – come si direbbe comunemente. In realtà – come ho spiegato altrove – si trova a meditare le implicazioni conseguenti ai risultati scientifici che andava ottenendo. Le categorie scientifiche – impiegate in una teoria complessiva di una serie di fenomeni osservati, che di essi rendano conto – implicano una concezione dei fenomeni che va oltre i fenomeni stessi. Coinvolgono cioè il contesto intero entro cui quei fenomeni si danno, composto anch'esso da altri fenomeni, il quale è fondamentale per comprendere pienamente quegli stessi fenomeni inizialmente indagati. Solo erroneamente quelle categorie pretenderebbero di spiegare innanzitutto quella prima serie di fenomeni, senza estendersi alle loro implicazioni. Le implicazioni che sembrano altro rispetto alla spiegazione iniziale sono infatti fondamentali per la spiegazione stessa: se le loro “implicazioni” non rendono conto del contesto proprio di quei fenomeni, significa che non rendono conto dei fenomeni ad essi correlati, quindi nemmeno dei fenomeni stessi inizialmente presi in esame. Possiamo infatti dire di comprendere qualcosa se non comprendiamo come esso si relazioni con il resto?

 

Così, ogni serie di fenomeni deve essere pensata alla luce di altri fenomeni per essere adeguatamente compresa e verificata, sia all'interno di uno stesso contesto, sia nell'estensione del contesto di quel contesto che è la totalità, la realtà tutta. Questo modo di procedere è il cammino ineludibile della conoscenza, che è tanto più scienza (adeguatezza delle categorie alla complessità del fenomeno) quanto più si fa filosofia (comprensione del fenomeno come manifestazione della totalità).

 

Che Darwin si trovi a confrontarsi con i grandi problemi filosofici, non significa allora che passi dall'ambito scientifico a quello filosofico – poiché questa possibilità è insensata –, ma piuttosto che si trovi a pensare le implicazioni delle categorie che inizialmente sembrano sufficienti a spiegare una serie di fenomeni. Significa che egli si trova a meditare se e come le categorie che egli ha introdotto siano capaci di rendere conto della complessità contestuale dei fenomeni, dapprima non considerata, ma fondamentale per la comprensione dei fenomeni stessi. Detto altrimenti: per approfondire la conoscenza di taluni fenomeni inizialmente considerati, bisogna estendere il campo dei fenomeni da spiegare. È per questo che l'avventura conoscitiva non è mai definitiva ed è, invece, sempre perfettibile. È per questo che la consapevolezza dell'ignoranza aumenta con l'aumentare del sapere. Così, solo, si giunge a sapere di non sapere, alla dotta ignoranza.

 

Benché questa riflessione epistemologica non si trovi nelle pagine di Darwin, tuttavia egli coglie nel segno quando in una lettera del 27 novembre 1878, rivolta a John Brodie Innes, religioso che era stato parroco nel villaggio della casa natale di Darwin, scrive:

 

« Non capisco in che modo religione e scienza possano essere mantenute distinte […], giacché la geologia deve trattare la storia della Terra e la biologia quella dell'uomo. »

 

Così come la scienza non può che approfondire se stessa esplicitando la dimensione filosofica che già da sempre, più o meno consapevolmente, possiede in nuce; così la religione, per rivolgersi adeguatamente alla sua sfera di competenza, non può prescindere dalle conoscenze scientifico-filosofiche acquisite. Se infatti ufficio della religione è prendersi cura del mistero dell'esistenza e del senso della trascendenza – che, si diceva, aumenta con l'aumentare della conoscenza –, essa non può adeguatamente assolvere il suo compito se ignora chi e che cosa sia l'uomo, cioè se non dispone delle conoscenze che l'umanità va via via acquisendo. La religione non perde il suo ufficio fondamentale se aggiorna le conoscenze che l'impresa conoscitiva umana fornisce, ma le impiega consapevolmente per mostrare la trascendenza invincibile che si accompagna alla nostra finitezza inesorabile. La dignità umana non viene preservata volgendo le spalle alle nuove scoperte, ma guardando con più penetrazione dentro al mistero più intenso che si profila ogni volta che un nuovo brandello di velo viene strappato dalla nostra ignoranza.

 

Sebbene Darwin non creda nella Rivelazione («non credo vi sia mai stata alcuna Rivelazione», scrive in una lettera del 5 giugno 1879 a Nicolaj A. Mengden, barone di Mengden e diplomatico russo), egli, lungi dall'essere ateo («anche nelle mie oscillazioni estreme non sono mai stato ateo», risponde allo scrittore John Fordyce il 7 maggio 1879), asserisce:

 

« A me pare assurdo dubitare che un uomo possa essere un ardente teista e un evoluzionista. » (Ivi)

 

Ma proprio perché la concezione della divinità – di ciò che sta oltre ciò che è umano, ovvero oltre a ciò che ora è alla portata dell'uomo – non richiede un salto nel vuoto, ma una seria meditazione a partire dalle conoscenze umane stesse; allora definirsi teista non risolve la questione, ma rimanda alla concezione complessa – religiosa, filosofica e scientifica assieme – di cosa tale termine significhi. E tale significato si declinerà secondo la comprensione alla quale ognuno, conoscitivamente, si sarà innalzato. Così Darwin nella medesima lettera allo scrittore John Fordyce:

 

« il fatto che un uomo meriti d'esser definito teista dipende dalla definizione del termine: un argomento troppo vasto per una lettera. »  

 

 

Ogni volta che Darwin si affaccia su questi temi, che la sua vita lo spinge ad interrogarsi sul suo senso, sempre ritorna la medesima aporia. Insoluta e, pure gli sembra, insolubile. Sì che dal dissidio che sempre ritorna conclude:

 

« Penso che, in generale (e sempre più via via che invecchio), anche se non sempre, la descrizione più corretta del mio stato mentale sia quella di agnostico. »

 

Ma qual è dunque questa aporia, quali sono i due poli entro cui il suo animo non si dà pace? Troviamo un'ottima sintesi nella lettera del 2 aprile 1873 a Nicolaas Dirk Doedes, botanico olandese. Dunque, da un lato:

 

« l'impossibilità di consentire questo grandioso meraviglioso universo, compresi noi, esseri coscienti, come fosse emerso per effetto del caso, mi sembra il principale argomento per l'esistenza di Dio. »

 

Dall'altro:

 

« [non] posso trascurare la difficoltà derivante dall'immensa quantità di sofferenza esistente nel mondo. »

 

Per concludere anche qui, di nuovo, con lo scetticismo:

 

« Sono consapevole che se ammettiamo una causa prima, la mente continuerà a bramare di sapere da dove essa sia venuta e come sia sorta. […] Mi sembra che la conclusione più sicura sia che tutta la materia è al di là della portata dell'intelletto umano. »  

 

 

In questi passi si vede chiaramente come egli ripercorra alcune delle tematiche e delle tesi affrontate nei secoli della storia del pensiero, che ritornano nelle sue lettere: il rapporto tra caso e ordine prestabilito; la problematicità del concetto di causa prima; il problema del dolore e del male, specie in rapporto ad un Dio benevolo e di contro a una Natura matrigna. Ma la sua formazione non gli consente di andare oltre a filosofemi elementari e le sue tesi risultano povere, prive di quell'apparato concettuale sviluppato dalla filosofia moderna di Cartesio, Spinoza, Hegel, ecc. Così, le intuizioni epistemologiche, metafisiche, morali, cui la meditazione biologica sugli esseri viventi lo conducevano, rimangono ampiamente inevase. Simbolo paradigmatico, cui qui mi limiterò, è il modo laconico con il quale chiude la lettera a Doedes:

 

« e tuttavia l'uomo può fare il suo dovere. »

 

A ragione Darwin non riesce a vedere come religione e scienza possano rimanere separate e, a fortiori, dovrebbe vedere come il dovere e la scienza non possano essere separati: ma quale lavoro è necessario affinché una nuova morale si sviluppi nell'alveo dell'evoluzionismo! Così come la religione non è arbitrio, ma la scelta ragionata di un'opzione piuttosto che un'altra, tale da renderla sempre più scienza – e proprio alla luce dei risultati scientifici conseguiti in altre sfere del sapere –; così la morale non può prescindere dalle acquisizioni scientifiche sull'uomo, ma, sulla scorta di esse, deve approfondirsi come scienza.

 

La posizione di Darwin rimane ingenua, non molto distante da quella tratteggiata dalla moglie Emma Wedgwood nel febbraio del 1839:

 

« Non sono del tutto d'accordo con quello che hai detto una volta, e cioè che fortunatamente non vi sono dubbi su come ci si debba comportare. Credo che la preghiera sia un esempio del contrario, giacché in un caso è un dovere assoluto, nell'altro direi di no. Suppongo tuttavia che tu intendessi parlare di azioni che riguardano gli altri e allora sono quasi, se non del tutto, d'accordo con te. »

 

 

Darwin abbozza i suoi pensieri morali ne L'origine dell'uomo del 1871, ma anche lì non riesce a dare loro un'organicità che affronti quella complessità morale, sociale, politica che consentisse di pensare come la sua proposta biologica costringesse a ripensare il posto dell'uomo nel mondo, come recita il titolo di un'opera dell'amico “mastino” Huxley del 1869. Anzi, proprio nell'opera del '71 ritratterà la teoria dell'evoluzione per selezione naturale, che tempo addietro, poco prima dell'uscita dell'Origine delle specie (1859), aveva così esposto ad Asa Gray, un altro caro amico, il 29 novembre del 1857:

 

« la tendenza (dovuta alla spietata lotta per la vita a cui tutti gli esseri organici sono esposti in un certo momento o in una certa generazione) alla conservazione di qualsiasi leggerissima variazione, in qualsiasi [loro] parte, che sia della minima utilità o che risulti favorire la vita dell'individuo che così è variato; insieme alla tendenza ad ereditarla. Qualsiasi variazione, che non fosse di utilità alcuna per l'individuo, non sarebbe conservata da questo processo di selezione naturale. »

 

Già nel '69 – incalzato da Wallace che gli aveva scritto di nutrire «alcune riserve in merito al potere della selezione naturale» che avrebbe pubblicato nel “Quarterly”, analogamente a quando fu incalzato da pubblicare L'origine delle specie dalla formulazione a cui era pervenuto prima di lui proprio lo stesso Wallace –, scrive:

 

« nella nuova edizione dell'Origine ho moderato il mio entusiasmo e ho attribuito molta più importanza a una mera variabilità inutile. »

 

Addirittura, nel 1878, in una lettera del 28 novembre a Henry N. Ridley, sembra si sia persa la bussola nel merito della teoria dell'evoluzione:

 

« fra i biologi, vi è un'unanimità quasi completa sull'evoluzione, sebbene vi siano ancora considerevoli differenze per quanto riguarda i mezzi, per esempio in quale misura abbia agito la selezione naturale e in quale misura abbiano agito le condizioni esterne, o se esista una qualche misteriosa tendenza innata verso la perfettibilità. »

 

 

Immaginiamo lo stress del povero Darwin, incalzato da conoscenti, parenti, studiosi, politici, sconosciuti – i più disparati – per comprendere le posizioni che secondo lui discendevano dalla sua teoria – quando nemmeno più aveva una teoria! Figuriamoci a trarne le implicazioni, ovvero ad estenderla alle altre sfere del sapere. Tanto per farci un'idea per sommi capi o, sarebbe meglio dire, per sommi padri, segnatamente dell'eugenetica e del comunismo: nel corso del '73 risponde al cugino Francis Galton che lo rendeva partecipe dei suoi programmi eugenetici e a Karl Marx che gli sottoponeva il I libro del suo trattato di economia politica Il capitale. Al primo risponde mostrando di allinearsi al linguaggio e alle tematiche dell'epoca – inevitabili – intorno a progresso, evoluzione, superiore, migliore, ecc.

 

« Sicuramente la natura non considera le razze con più attenzione degli individui, come [...] evidenziato dalla moltitudine di razze e specie che si sono estinte. Non sarebbe più vero dire che la natura si preoccupa solo per gli individui superiori e così produce le sue razze nuove e migliori? »

 

Al secondo scrive mostrando di non volerne proprio sapere:

 

« Avrei di cuore voluto essere stato più degno di riceverlo, nel capire di più del profondo e importante tema dell'economia politica. »

 

Fine della corrispondenza. Con Marx. Ma non con il resto d'Europa, tanto che, esausto, l'8 aprile 1873, Darwin scrive ad un cugino, Reginald Darwin:

 

« Ti prego di perdonare questa lettera molto disordinata, ma sono davvero mortalmente stanco di scrivere lettere: metà degli stupidi di tutta Europa mi scrive per farmi le domande più insulse. »

 

Così, se non ha senso dire, per le ragioni epistemologiche esposte, che la teoria scientifica di Darwin sarebbe solo biologica – e magari proprio per questo scientifica – e che sarebbero stati altri ad estenderla indebitamente ad altri ambiti; non lo ha neppure per ragioni biografiche, poiché Darwin si interessò ad estendere il significato della portata della sua teoria, per comprenderla meglio, perché – secondo quanto detto – fosse più scientifica. Però: negli anni riscontrò difficoltà nella stessa forma incipiente della teoria; affrontò alcune questioni morali e sociali, ma senza gli strumenti almeno affinati quanto quelli, per esempio, di uno Spencer; si arrovellò e tormentò su questioni teologiche – equidistante dalla religione rivelata che abbandonò e dalla metafisica da cui si mantenne alla larga –, ma non riuscì a tematizzare e articolare quell'aporia che l'accompagnerà, così formulata, per tutta la vita.

 

Come l'uomo si sia evoluto e che cosa questo significhi per l'uomo stesso – in tutte le sue implicazioni –, questo fece di Darwin un caso, poiché la sua epoca individuò in lui il padre più legittimo della prospettiva evoluzionista, ma senza che quella stessa epoca fosse in grado di comprendere da sé o di trovare in lui una adeguata articolazione di quell'enorme e complesso interrogativo che è l'uomo.

 

28 giugno 2019