A scuola di disuguaglianze

 

Oggi nella scuola italiana parlare di uguaglianza significa rafforzare proprio quelle disparità sulle condizioni di partenza presenti tra gli studenti. 

 

di Diletta Badaile

 

 Antonio Mancini, "Lo studio" (ca. 1875)
Antonio Mancini, "Lo studio" (ca. 1875)

 

In Italia la scuola è un’istituzione pubblica, obbligatoria e gratuita. L’obbiettivo è quello di garantire l’istruzione e l’educazione a tutti i bambini e i ragazzi almeno fino ai sedici anni di età, senza distinzione di sesso, nazionalità, religione ed estrazione sociale. Originariamente riservata alle élite aristocratiche e borghesi, la scuola, in seguito ad una serie di riforme inaugurate con la Legge Casati (1859), è stata oggetto attraverso i secoli di una lenta ma progressiva rivoluzione, fino a diventare vero e proprio vessillo della democrazia. Oggi all'Art. 34 della Costituzione Italiana si legge: 

 

« La scuola è aperta a tutti. 

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. 

I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. 

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. »

 

Mediante l’istruzione e l’educazione la scuola ha il dovere di promuovere il progresso e lo sviluppo economico e sociale, nonché di garantire l’integrazione e l’emancipazione dei singoli individui, svolgendo un ruolo vitale nell’ambito dell’educazione all’esercizio della cittadinanza e della formazione dei futuri lavoratori. Come osserva Elena Besozzi nel saggio Senso e significati dell’istruzione e della scuola oggi tra equità, merito e valorizzazione della differenza, la scuola nel verificare il percorso di insegnamento e apprendimento di ogni suo studente si avvale di due strumenti fondamentali, ovvero la socializzazione e la selezione. 

 

Gli insegnanti, al fine di appurare il livello di apprendimento e di capacità degli alunni, adottano un criterio di valutazione che si riassume nel concetto di achievement (successo). Di fronte ad un compito o un’interrogazione, nell’assegnare un voto, essi non fanno altro che classificare i diversi risultati ottenuti e, quindi, misurare il grado di raggiungimento, da parte di ciascun allievo, di una serie di obbiettivi e aspettative prefissati. Tutti gli studenti, dunque, nell’arco della loro carriera scolastica, sulla base di tale giudizio, vengono differenziati e orientati a intraprendere il percorso di studi o il tipo di professione che più si presta alle loro conoscenze e competenze.

 

 

A prima vista, l’adozione di tale criterio potrebbe sembrare più che legittima, in quanto da un lato, garantendo a tutti l’opportunità di avere libero accesso all’istruzione, l’uguaglianza all’interno del sistema scolastico sembrerebbe essere tutelata; mentre dall’altro, operando una vera e propria selezione volta ad individuare gli studenti migliori, esso sembrerebbe rispettare il giusto principio della meritocrazia. Di fatto, tuttavia, molto spesso tale metodo ribadisce con forza proprio quella disuguaglianza economica, sociale e culturale legata al contesto familiare di provenienza, premiando così come merito ciò che, in realtà, maschera un privilegio. A dimostrarlo sono i risultati dell’analisi condotta da parte di AlmaDiploma sul profilo dei diplomati del 2019. Per quanto riguarda il background culturale e socio-economico degli studenti, sono stati presi in esame rispettivamente il titolo di studio dei genitori e la classe sociale di appartenenza. Dall’indagine è emerso che il 28,7% dei diplomati ha almeno un genitore laureato, il 46,3% ha genitori al più diplomati, il 23,7% ha genitori con un titolo inferiore (qualifica professionale o diploma quadriennale, licenza media, elementare o nessun titolo). Come emerge dal grafico, tuttavia, il bagaglio culturale dei diplomati presenta delle forti differenze in relazione al percorso scolastico intrapreso.

 

 

Inoltre, il 24,4% dei diplomati proviene dalla classe elevata (ossia i figli di liberi professionisti, dirigenti e imprenditori), il 27,8% appartiene alla classe media impiegatizia, il 22,6% alla classe media autonoma e il 22,3% alla classe del lavoro esecutivo. Analogamente al background culturale, il contesto socio-economico di provenienza degli studenti, come si può evincere dal grafico, presenta delle importanti differenze in relazione all’indirizzo di studio frequentato.

 

 

Appare evidente, pertanto, che l’uguaglianza di fronte all’istruzione voluta in passato da parte dei ceti popolari si sia realizzata solo da un punto di vista meramente formale. I presupposti presi in considerazione per la creazione di un modello di scuola aperta a studenti provenienti da tutti gli strati sociali sono in realtà fallaci. Sebbene, infatti, sia stata compresa da tutti l’indiscutibile importanza del lavoro svolto dalla scuola, non è stata, tuttavia, presa in considerazione la disparità delle condizioni di partenza, troppo spesso causa dei fenomeni di dispersione scolastica.

 

« Di fatto, è proprio la “scuola di massa” a rendere visibile la disuguaglianza sociale […]. In altre parole, l’uguaglianza negli accessi, che si realizza in tutti i sistemi scolastici dei paesi occidentali a partire dalla seconda metà del secolo scorso, non corrisponde ad una piena realizzazione dell’uguaglianza delle opportunità. […] non si tratta più di decidere sugli accessi (chi entra e chi no), bensì circa le condizioni e le possibilità di permanenza nel sistema di istruzione. » (Elena Besozzi, Senso e significati dell’istruzione e della scuola oggi tra equità, merito e valorizzazione della differenza)

 

L’uguaglianza, principio cardine della democrazia, molto spesso viene impropriamente intesa come il riconoscere che non sussistono differenze tra gli uomini. Questo è quanto accade nella scuola oggi, dove gli studenti, attraverso dei percorsi standardizzati, vengono trattati letteralmente come se fossero tutti uguali, ignorando così quelle sostanziali disparità dovute al contesto sociale, economico e culturale da cui provengono. I successi e gli insuccessi che si registrano vengono agevolmente giustificati con il grado di impegno messo in atto da parte di ciascun alunno, legittimando in questo modo la forte disuguaglianza negli esiti. Questo metodo, tuttavia, non è né equo né meritocratico, in quanto da un lato rischia di privare alcuni studenti talentuosi delle possibilità di eccellere, mentre dall’altro non garantisce che coloro che vengono individuati come i più capaci, i migliori siano effettivamente tali.

 

« Per reimpostare oggi la questione del rapporto tra equità e merito occorre liberarsi innanzitutto di un malinteso: quello per cui, perseguendo l’ottica dell’uguaglianza si debbano ignorare diversità e differenze. In questa prospettiva, l’uguaglianza viene intesa, in modo del tutto riduttivo, come uniformità dei percorsi e degli esiti, dando scarsa rilevanza ai bisogni, aspettative ed esigenze di differenziazione. Ma, pur perseguendo questa linea, si osserva in ogni caso il permanere delle disuguaglianze e l’emergere di nuove forme di esclusione. » (Elena Besozzi, Senso e significati dell’istruzione e della scuola oggi tra equità, merito e valorizzazione della differenza)

 

 

La parola uguaglianza, quindi, dovrebbe riferirsi al riconoscimento in ciascun individuo della medesima dignità sociale, ammettendo così l’esistenza di una differenza tra gli uomini, la quale merita sempre di essere valorizzata. E proprio a partire dalla scuola lo Stato Italiano dovrebbe «[…] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]» (Art. 3, Costituzione Italiana), dando in questo modo a tutti indistintamente l’opportunità e i mezzi per coltivare al massimo grado quel valore insito in ognuno.

 

« Nella nostra attuale organizzazione sociale le caste sono reali e non semplicemente immaginarie; e le barriere tra di esse possono essere rimosse solo mediante l'estensione delle opportunità della vera cultura a tutti. Non possiamo fare granché fingendo di ignorare gli effetti conseguenti a formazioni diverse; possiamo fare il bene maggiore sforzandoci di mettere a disposizione la conoscenza più alta esistente o possibile per tutti coloro che sono in grado di trarne profitto, invece di lasciarla un monopolio degli incompetenti. » (David George Ritchie, Studies in political and social ethics)

 

14 febbraio 2020