Cultura politica e questione generazionale

 

Una riflessione su come e perché “l’Anziano” si è trasformato da simbolo dell’autorevolezza a seccante zavorra e come questo cambiamento abbia influito sul nostro modo di pensare.

 

U. Boccioni, "Rissa in galleria" (1910)
U. Boccioni, "Rissa in galleria" (1910)

 

La questione generazionale nella tradizione premoderna

 

« Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza […] Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto.

Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro… ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più. 

Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte. » (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere)

 

Da tempo immemore, l’umanità ha conservato, tra i propri ideal-tipi, quello dell’anziano saggio, tanto da rendere inutile una lunga quanto archivistica raccolta di esempi. L’anziano-padre è il personaggio concettuale detentore del potere e della conoscenza; il giovane-figlio non può aspirare ad altro che a sostituire il proprio genitore, né è nel suo interesse il “cercare” qualcosa d’altro. Il giovane non cerca la propria strada ma percorre la strada impostagli per sostituire il padre, come possiamo riscontrare in molti miti greci. Il viaggio del giovane Giasone alla ricerca del vello d’oro non è un’avventura di un giovanotto esuberante, bensì una prova impostagli dal proprio re (e padre) per poter ascendere al trono. Il viaggio di Giasone, che potrebbe sembrare, in quanto viaggio, paradigma dell’abbandono, dell’addio, è in realtà un viaggio volto al ritorno, nel senso che trova nel ritorno la propria realizzazione; è dunque un viaggio conservatore e “anzianista”, in quanto vede nel Giasone re-saggio il proprio agognato obiettivo, e non nel Giasone avventuriero-ingenuo. Questo excursus mitologico, per quanto potrebbe sembrare una suggestione “alla francese”, è in realtà l’esempio del modello che ha regolato la società occidentale, anche se potremmo quasi dire l’umanità, per millenni.

 

Non che non sia mai stata pensata la lotta generazionale, ma perlopiù si è trattato di una lotta conservatrice, una lotta combattuta perché il padre vuole conservare il posto che invece spetterebbe al figlio. Può dunque capitare che il padre abbia “paura” del figlio, ma tale paura è dettata non dalle paranoie di un vecchio istupidito, bensì dalla lucida consapevolezza del futuro che attende ogni padre: quello di essere rimpiazzato dal proprio figlio. Tale comportamento è stigmatizzato in quei racconti, mitologici o fiabeschi, che narrano di un giovane eroe e/o di un anziano oppressore, come nel celebre caso di Crono che mangia i propri figli per timore che costoro usurpino il suo trono o di Laio/Acrisio che fa abbandonare/uccidere il figlio Edipo/Perseo perché sa che sarà causa della sua rovina. Il ruolo positivo, eroico, ricoperto dall’eroe in questi racconti, è già di per sé indice del fatto che il comportamento del padre-oppressore non è normalità ma pericolosa devianza, che viene, spesso violentemente, riportata alla normalità dal figlio-eroe, dove “eroe” sta per eroe della normalità, della conservazione, del millenario corso degli eventi. L’eroicità del figlio non sta nel suo essere figlio ma nel suo difendere il proprio diritto a diventare egli stesso padre. È dunque il padre normale il modello a cui aspirare, il rassicurante perno sul quale si regge la società tutta. 

 

J.-A.-T. Giroust, "Edipo a Colono" (1788)
J.-A.-T. Giroust, "Edipo a Colono" (1788)

 

A questo punto è più che legittimo domandarsi il perché dell’autorità e dell’autorevolezza dell’anziano, domanda apparentemente banale ma, in realtà, estremamente interessante. L’anziano, come è noto, deriva la propria autorità dalla propria conoscenza. La conoscenza dell’anziano è la conoscenza della storia per esperienza diretta, che, per secoli, è stata l’unica forma di conoscenza della storia, affiancata solo da racconti più o meno immaginifici trasmessi oralmente. Tale conoscenza è l’unica base sulla quale fondare l’azione, per cui l’autorità dell’anziano non risiede nell’erudizione ma nell’abilità politica, dunque è rivolta al futuro, dimensione temporale che dunque, a dispetto dei pregiudizi, riguarda l’anziano, addirittura proprio in quanto anziano. A questa caratteristica conoscitiva si affianca una qualità “caratteriale”, ossia la celebre riflessività degli anziani, contraltare dell’impulsività e dell’emotività proprie dei giovani. In questo senso, l’anziano protegge il giovane dalla gioventù e dai suoi pericoli. La politica è cosa da anziani in quanto essa è dialogo razionale, pulito da ogni forma di emotività, di irrazionalità. La politica, l’amministrazione, è la cosa “dei padri”, come nella polis così nell’amministrazione della casa. La cosa dei giovani, invece, è la guerra, per la quale servono violenza, impulsività, impetuosità. A tal proposito è interessante leggere Tirteo, che recita:

 

« O giovani, suvvia, combattete restando gli uni accanto agli altri e non date inizio alla fuga vergognosa né alla paura, ma rendete grande e forte l’animo in petto e non amate la vita quando combattete contro uomini; e i più vecchi, le cui ginocchia non sono più agili, non abbandonate nella fuga […], questa infatti è davvero turpe, che, caduto con chi combatte in prima fila, giaccia davanti ai giovani un uomo più anziano […] ai giovani invece tutto si addice, finché (uno) abbia lo splendido fiore dell’amabile giovinezza, […] bello una volta caduto tra i combattenti in prima fila. »

 

Notiamo come la guerra sia considerata obbligo dei giovani, e che il venir meno di questi ai propri obblighi sia causa di sofferenze “innaturali” (l’uccisione del commilitone più anziano), nonché moralmente indegno, come scrive Callino: «Fino a quando ve ne starete distesi? E quando avrete un animo valoroso, o giovani? Non provate vergogna verso i popoli vicini a stare così inerti fino all’eccesso?».  L’ascolto e la parola non fanno parte delle categorie della guerra, così come l’esclusione e la volontà d’annientare non fanno parte delle categorie del dialogo. La parola della guerra è autoreferenziale, è quella rivolta dagli ufficiali ai propri soldati per impartire ordini e galvanizzare gli animi. L’eroe giovane è un eroe guerriero, limitato rigidamente a questo ambito, con la possibilità, al massimo, di essere un eroe sportivo, anche se quest’ultima ambizione è sempre secondaria rispetto alla prima.       

 

Questa prima parte, più storica, ci serve per motivi critici, fungendo da confronto per la cultura politica del nostro tempo. Facciamo un inciso enciclopedistico su come è stato rimodellato il personaggio del padre-anziano nella nostra retorica contemporanea: conservatore, attaccato ai propri “privilegi”, incapace di affrontare le sfide politiche del presente, qualunquista nelle critiche. Il conflitto generazionale, a dispetto del catechismo giovanilista dei nostri tempi, non è particolarmente antico, se non nella forma prima descritta di correzione della devianza dei padri. Sono i grandi miti della modernità ad aver infuso nelle menti dei giovani un nuovo tipo di viaggio, diverso da quello di Giasone in quanto non prevede un ritorno a casa. La gioventù è diventata sinonimo di cambiamento, di abbandono, è stata la fascia generazionale più suscettibile ai moti che hanno scosso la modernità. Non ricordiamo la partecipazione studentesca ai moti dell’800 perché la popolazione studentesca, in termini assoluti, era una minoranza alquanto ristretta, e tuttavia, relativamente alla propria dimensione, ha partecipato attivamente ai grandi sconvolgimenti politici di quel secolo. I nuovi eroi iniziano ad essere giovani eroi del rifiuto, sacralizzato nell’atto del suicidio romantico ottocentesco. In ogni caso, è solo nella seconda metà del Novecento che assistiamo ad un incredibile sconvolgimento, così descritto da Hobsbawn nel suo Secolo Breve:

 

« la gioventù non era vista come uno stadio preparatorio all’età adulta ma, in un certo senso, come lo stadio finale del pieno sviluppo umano. Come nello sport – l’attività umana in cui la gioventù eccelle e verso la quale più che verso ogni altra si orientavano le ambizioni del maggior numero di giovani , la vita dopo i trent’anni comincia chiaramente a decadere. »

 

La gioventù è diventata l’apice della vita, in un percorso che ha subito una decisa accelerazione nel primo Novecento, con l’esaltazione della gioventù guerriera raccontata nelle opere del futurismo. Il dualismo gioventù-guerra, frutto della millenaria tradizione prima trattata, è ancora un ideale-guida, come ci testimonia, ad esempio, l’esperienza di Papini, che a 33 anni pubblica l’articolo Amiamo la guerra, nel quale, tra l’altro, scrive, a proposito delle sofferenze causate dalla guerra ai famigliari dei soldati, «A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere». Non è tuttavia la guerra il fulcro ideologico del giovanilismo primonovecentesco, ma un più generale volontarismo irrazionalista. Le esperienze politiche che meglio hanno assorbito il giovanilismo sono quelle totalitarie, fascismo nostrano in primis. Il rifiuto dell’anzianità è un rifiuto della razionalità e della Storia, pericolosa critica del presente. Addirittura il bambino è diventato utile simbolo dei totalitarismi: proiettato nel futuro, privo di passato, inconsapevole di ogni cosa tranne la volontà e, soprattutto, incapace di critica, il bambino è diventato, probabilmente per la prima volta nella storia, un soggetto politico o, ad essere precisi, politicizzato. Il principio volontarista è alla base sia della simbologia dell’infante che dei movimenti giovanili. Per i dubbiosi, riportiamo qui alcuni slogan sessantottini: “prendo i miei desideri per la realtà, perché credo nella realtà dei miei desideri”, “è vietato vietare”, “fantasia al potere”, “godete senza freni”, “vogliamo tutto e subito”.

 

 

Passando ad oggi, il mito giovanile non solo non può dirsi estinto, ma gode di una nuova forza ed è relegato ad un nuovo utilizzo, fondamentalmente di delegittimazione. Possiamo notare un lampante esempio di ciò nell’analisi del voto sulla Brexit, quando i sostenitori del remain, sconfitti, criticavano l’esito del referendum in quanto i leavers erano più anziani dei remainers. Questo stesso caso è stato ripreso da Erri De Luca, che è giunto a lamentarsi del fatto che il voto di un anziano valga quanto il voto di un giovane. Se un’opzione politica ha più successo tra gli anziani che tra i giovani, essa perde parte della propria legittimità: siamo dunque giunti, quasi senza accorgercene, ad un totale stravolgimento di una tradizione antichissima, per cui alla politicizzazione dell’infante corrisponde la depoliticizzazione dell’anziano. Come siamo potuti arrivare a ciò? E quali sono le conseguenze? 

 

 

La questione generazionale e la modernità

 

« Concludo amaramente. Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di un’ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre […]. Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente  alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, “superare” i padri. Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, un ghetto riservato alla gioventù  li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente  un regresso. Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre. » (Pier Paolo Pasolini, Il discorso dei capelli)

 

 

G. Grosz, "Metropolis" (1917)
G. Grosz, "Metropolis" (1917)

 

La società di massa non sposa bene l’anziano, né il suo personaggio culturale. La società di massa, vero stravolgimento degli ultimi secoli rispetto alla millenaria civiltà contadina, ha una cultura politica completamente diversa da quella sottesa nel mito di Giasone, e dunque propria di quella stessa, millenaria civiltà contadina che si è declinata in differenti forme e popoli. E’ l’avvento della società di massa a determinare la marginalizzazione culturale dell’anziano e la contestuale, per quanto non scontata, esaltazione del giovane. La società odierna pone ogni soggetto in un’inedita condizione politica a metà tra la passività e l’attività. In tante società del passato, la politicità dell’individuo si realizzava in due tappe: partecipazione diretta, attiva, al processo decisionale, ed emarginazione politica di strati più o meno larghi di popolazione. Nella polis greca vediamo l’applicazione di entrambi i fattori: emarginati schiavi e donne, che si configurano come oggetto politico più che come soggetto, gli uomini liberi si riuniscono per deliberare e rivestire cariche politiche. Questi due passaggi non sono separati: la depoliticizzazione di schiavi e donne è propedeutica alla politicizzazione del soggetto, che viene reso politico dalla liberazione dalla casa e dal lavoro. A partecipare alla politica sono in pochi e sono liberi, coppia di aggettivi che funge da faro per molte costituzioni politiche. Anche nell’utopia platonica vediamo il sogno di una rigida divisione sociale per cui il gruppo dei governanti è liberato dalle necessità del lavoro dalla classe degli artigiani e dalle necessità familiari dall’abolizione stessa della famiglia. Escludendo i settori della società appena elencati, liberi da oikos e ponos (casa e fatica), gli individui sviluppavano liberamente, a seconda delle proprie capacità, una propria condotta politica. Ciò che veniva liberato, in fondo, era il pensiero, quella facoltà prettamente individuale (non si può pensare in due) che porta gli uomini a divergere e a doversi, quindi, conciliare tramite il dialogo (non a caso la democratica Atene è patria dell’oratoria). Nell’orizzontalità dei soggetti politici, guadagnata, ripetiamo, tramite l’emarginazione e la sottomissione, si sviluppava dunque il pensiero.

 

Nel corso della storia abbiamo assistito a diverse interpretazioni di questo binomio politico composto da libertà ed esiguità di numero, con società che rendevano liberi, e dunque politici, più o meno individui. Con l’esperienza illuminista, incarnatasi nell’Indipendenza americana e nella Rivoluzione francese, l’umanità ottiene l’uguaglianza e la libertà universale e formale, tanto che la questione dell’inclusione politica diventa, ormai, una questione di ridefinizione dell’umanità, ad esempio con le persone di colore spesso classificate come subumane. I moti borghesi della fine del Settecento e dell’inizio dell’Ottocento segnano un solco nella tradizione politica, che tuttavia esce solo formalmente dalla sua tradizione dei pochi-liberi, mantenendo, oltre che a delle emarginazioni di sesso, delle condizioni di reddito per poter diventare pienamente cittadini con diritto di voto ed elezione. Le classi popolari non solo non contribuiscono allo sviluppo della nazione non pagando le tasse (posizione a dir poco opinabile, visto che parliamo di milioni di persone che lavoravano duro), ma, dipendendo materialmente da qualcun altro, non possono dirsi libere, dunque non debbono avere diritto di voto. Tuttavia, la strada è ormai segnata: col passare del tempo il suffragio si allarga e, contemporaneamente, la società si massifica, dando luogo a dati demografici e conglomerati urbani mai visti. In diversi momenti a seconda dei Paesi, tutti i cittadini maschi prima, poi anche le donne, diventano soggetti politici. La questione dei “pochi” si risolve con la fine di quello che era stato un pilastro della cultura politica di tante società, di tanti popoli. Questo risultato viene raggiunto, come detto, in una situazione demografica inedita, questione non secondaria per poter parlare di democrazia. Rousseau, uno dei teorici della democrazia diretta, sostenne che essa è applicabile solo in società di piccole dimensioni, in quanto l’individuo deve di certo rispondere a delle leggi, ma che egli stesso si è dato. Il cittadino deve identificarsi con il legislatore, se vuole davvero dirsi libero, mentre la rappresentanza è solo un maldestro tentativo di surrogare la perdita di libertà. Tuttavia lo stesso Rousseau, come dicevamo, riconosce come, in una società di massa, sia impossibile applicare le sue teorie. La millenaria questione del numero si scioglie dunque nella questione del voto.

 

 

 

Ma cos’è il voto? Il voto è una condizione di politicità ridotta, che si realizza non col pensiero ma con la scelta. I politici di professione si organizzano in partiti, scrivono programmi, si candidano, e il cittadino sceglie. La questione non è se vi sia o meno pensiero prima della scelta, ma che il cittadino è tenuto a formulare il suo pensiero in maniera tale per cui esso sia incanalabile, a conti fatti, in una scelta, da esprimere tramite una crocetta. Et voilà: la politica diventa de-assembleare. Il pensiero è indirettamente ucciso, in quanto il voto è come il letto di Procuste, per cui a nessun “no” e a nessun “sì” può essere affiancato un “però”. Il “però”, congiunzione avversativa che separa l’individuo da tutte le opzioni tra cui dovrà scegliere, è certamente concesso, ma è rinchiuso nell’ambito dell’individualità, del pensiero personale, da esprimere magari su un giornale o, adesso, sui social, ma certamente non in un momento strettamente politico, e certamente (ripetiamo, per motivi pratici), non in una cabina elettorale. Innumerevoli filosofi e letterati, soprattutto marxisti, si sono dedicati ad un’infaticabile opera di realizzazione di una mastodontica letteratura per riuscire a dimostrare che le democrazie occidentali sono in realtà dittature mascherate. Questi pensatori si sono tanto impegnati nel dimostrare, contro l’intuito, che tali democrazie impediscano di dire “no”, che hanno dimenticato dell’impedimento a dire “però”. Eppure è in tale impedimento che persiste la passività politica delle masse. Una voce critica, magari attaccata, in buona fede, alla democrazia rappresentativa, potrebbe dire che in realtà questa condizione di passività è anch’essa risolta, in quanto non solo ogni individuo può votare ma può anche essere votato, può darsi alla formulazione politica, può, in altri termini, fondare il proprio partito. E’ qui che si ripresenta, silenziosa quanto inevitabile, la seconda questione, quella della libertà, dell’affrancamento da oikos e ponos. Non è certo per vezzo o per pigrizia che millenni di cultura politica avevano previsto una liberazione dal lavoro per quei pochi-liberi di cui abbiamo parlato: quella libertà è necessaria per potersi dedicare in maniera puramente attiva alla politica. Il partito, in quest’ottica, si pone come l’unico medium tramite il quale il cittadino votante può diventare cittadino votato. Tuttavia, fondare un partito competitivo a livello nazionale, dunque agli occhi di milioni di persone (torna la questione demografica), richiede, nel pratico, soldi e tempo, in rapporto di proporzionalità inversa tra loro. E i soldi o sono propri, dunque parliamo di chi è già libero dal lavoro, o sono di personaggi che hanno qualche interesse, ai quali bisogna dunque adeguarsi, rinunciando ad una libera formulazione del pensiero. L’alternativa è iscriversi ad un partito, ma ciò significa sottomettersi alla logica dell’aderire, che questa volta si manifesta con una firma sotto un modulo anziché con una crocetta: i “però” restano ancora una volta fuori. Tuttavia, si dirà, un individuo può dapprima aderire ad un partito per poi affermare in esso, una volta che sia diventato un personaggio politico di rilievo, la propria linea, usarlo per far valere il proprio pensiero. Tutto ciò è vero, ma non è una soluzione: l’individuo è ormai diventato un politico di professione, il che significa che ha già raggiunto la libertà, l’affrancamento da oikos e ponos, fa già parte di quei pochi-realmente-liberi che sono le nuove élite. Resta il problema della nostra discussione: l’effettiva soggettività politica del cittadino medio, che non sia un politico di professione.

 

Riepilogando, possiamo dire che ciò che fa la democrazia di massa è cambiare radicalmente la politica nel senso di un’estromissione del pensiero, sostituito da una logica dello schieramento, di lotta delle volontà. Questo cambiamento non concerne, ovviamente, solo la questione generazionale (intesa in senso lato), o almeno non la questione generazionale in sé, quanto piuttosto il valore simbolico dell’anzianità, che muore con la morte del valore pratico del pensiero, ridotto ad utopia inattuale. Differenti valori prendono il posto del vetusto pensiero: la bellezza, la forza, il numero… la cultura politica diviene sempre più emotiva e meno razionale, il valore estetico di un immagine a tema politico soverchia ogni freddo pensare. Le società di massa si rifanno ad un paradigma politico che scioglie l’anzianità nel numero e il dibattito politico in una guerra ideologica. In questo senso viene riabilitato politicamente il personaggio del giovane-guerriero, a proprio agio in ogni società in cui la volontà, non più schiacciata dalla valorizzazione della ragione, diviene valido principio della politicizzazione di ognuno. Anche la parola politica diventa più simile alla parola della guerra, diventando autoreferenziale, rivolta a galvanizzare i propri sostenitori o a deridere l’avversario anziché a tessere una razionalità politica che abbia come proprio obiettivo il convincimento degli avversari. Non deve stupirci la politica dei “memes”: la derisione parodistica o la demonizzazione è sempre stata un aspetto cruciale della propaganda militare (abbiamo addirittura motivo di pensare che la bassezza di Napoleone sia stata solo un’invenzione della propaganda inglese). Si sviluppano gruppi, reali o virtuali, in cui i componenti, che la pensano tutti allo stesso modo, non si uniscono per convincere, per agire, per realizzare un obiettivo, ma solo per deridere, demonizzare, insomma per parlare a sé stessi, con una torsione inedita della parola politica, indistinguibile dalla parola di guerra. Né deve stupirci il ritorno di posizioni antidemocratiche, come addirittura il richiamo all’abolizione del suffragio universale: nel momento in cui la politica si traduce in guerra, idee come quella del confronto e del dialogo perdono di senso. Finalmente la politica diventa cosa non da anziano-saggio ma da giovane-guerriero.

 

Praticamente ogni società di massa è stata giovanilista o quantomeno marcatamente meno gerontofila delle proprie genitrici, nonostante il nuovo valore della gioventù sia stato declinato in sensi assolutamente differente. Il sordo volontarismo giovanilista è stato alla base dell’edonismo antinomico (contrario alle regole) delle rivoluzioni culturali consumiste nel nostro occidente, alla base dell’ideologia guerresca e nazionalista dei fascismi, alla base del progressismo collettivista dei socialisti (Lenin, 47enne nel ’17, veniva chiamato “il Vecchio” dai compagni più giovani, anche se va detto che quelle socialiste sono state le società di massa meno gerontofobe). La politicizzazione dell’infante, di cui abbiamo parlato nella prima parte, è solo un'altra pennellata ad un dipinto più grande e più vecchio, anche se ne è l’espressione più indicativa. Ormai quasi ogni simbologia, quasi ogni battaglia prevede e predilige le immagini dei bambini, portati ai comizi, nelle piazze o in televisione quasi come imprescindibile “status symbol” di ogni forza politica.

 

 

Espropriati del loro storico ruolo, gli anziani sono ideologicamente privati anche del diritto di critica, se questa è basata sulla loro esperienza. Ogni espressione, pronunciata da un anziano, che presenti formule del tipo “Un tempo”, “Una volta”, “Prima”, sono classificate come fastidioso borbottio di relitti che non sanno più che dire. In questo modo, il presente è salvo da ogni confronto diretto col passato, tramite la ridicolizzazione dei diretti testimoni di quest’ultimo. “Ok boomer”, avvilente motto diffusosi negli ambienti di una non ben definita sinistra liberal a stelle e strisce, è la perfetta sintesi di una gioventù che non riconosce più alcun valore alle generazioni precedenti (rimandiamo qui alla citazione messa ad introduzione della prima parte dell’articolo). Quello che è stato un millenario dialogo di correzioni e confronti, di trasmissione di saperi che si perdono nei secoli, è arrogantemente troncato da una sarcastica frasetta da bambino viziato. Gli abitanti del presente salvano il proprio tempo dai fantasmi della storia: ecco realizzato il nichilismo. Questo atteggiamento, infatti, è classificabile come un’ennesima difesa a vantaggio della «dittatura del reale» (Nietzsche) contro ogni critica, un ennesimo passo verso la trasformazione della storia in tempo, un meraviglioso esempio della postura ironica dell’«ultimo uomo» (ancora Nietzsche). L’atteggiamento contenuto nella suddetta frase è, in ultima analisi, radicalmente conservatore, in quanto parte di un sistema di difesa del presente contro ogni progressismo. Progressismo, sì, perché anche guardare al passato può essere progressista se il passato si dimostra più avanzato del presente. Il progressismo, in realtà, ha poco o nulla a che vedere con la cronologia, con lo scorrere del tempo, che è semmai solo la naturale cornice entro la quale si realizzano critiche e visioni differenti, vere anime del progressismo. Guardando a quanto appena detto, non può che fare amarezza vedere tanti giovani, che dovrebbero odiare il proprio presente se davvero vogliono migliorarlo, ergersi a suoi difensori contro le reali o presunte minacce dei loro nonni, colpevoli di non accettare sempre remissivamente ed entusiasticamente le “meravigliose sorti e progressive” che invece, a quanto pare, queste fasce della gioventù hanno brillantemente compreso.

 

Tuttavia, il personaggio dell’anziano, ormai svalutato, non viene completamente annichilito, in quanto serve ancora a qualcosa: è un ottimo scaricabarile per le classi dominanti. “La generazione precedente” è un’utile espediente perché il vecchietto del piano di sopra si prenda la sua fetta di colpa del surriscaldamento globale, del debito pubblico e chissà di quale altra calamità della settimana. “La generazione precedente”, conviene esplicitarlo, è una di quelle che potremmo definire “pluralità improprie”, ossia dei gruppi di persone che vengono associati a fenomeni o problematiche con i quali non sono necessariamente connessi. Nel frattempo, i potenti di ieri e di oggi, giovani e vecchi, coloro che prendono le decisioni, coloro con i quali davvero bisognerebbe parlare (per chi abbia voglia di parlare), continuano bellamente a perseguire i propri scopi, sicuri che un domani, quando ci chiederanno “di chi è la colpa”, noi giovani del 21° secolo, nutriti di luoghi comuni e conflitti generazionali, risponderemo “siamo stati tutti noi”, remissivi e succubi come avremmo voluto che fossero i nostri nonni e i nostri genitori.

 

4 marzo 2020

 




 

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Potere e verità