Congedandoci da Severino. Che cosa egli sarà per noi

 

È venuto a mancare Emanuele Severino. Chi è stato? È stato – per dirla con Schopenhauer –l'oggettivazione della filosofia.

 

Muore – lui avrebbe preferito «scompare» – un gigante. La nostra formazione o maturazione filosofica è passata per la potenza dei suoi scritti, dal difficile e analiticissimo La struttura originaria (1958) agli scritti più ariosi e suggestivi, ma non meno teoreticamente ardui, come Destino della necessità (1980). Tuttavia, probabilmente, il suo capolavoro insuperato rimarrà per sempre Essenza del nichilismo (1972), un'opera da consumare nel tornare a rileggere e meditare, imprescindibile per qualunque giovane che si approcci alla filosofia contemporanea.

 

Chi scrive ha avuto la fortuna di ascoltare una delle sue ultime lezioni di ontologia fondamentale al San Raffaele di Milano e di porre alcune obiezioni sul toglimento infinito della contraddizione C in quel di Brunico, durante un seminario sul tema della Gloria. In quell'occasione, col suo tono come sempre cortesissimo, si profuse in una precisa dimostrazione al termine della quale chiese se fosse stato abbastanza chiaro e se desiderassimo che approfondisse certuni punti più ostici.

Nel 2010 durante una cena che seguì il suo intervento all'Oicos Festival ebbe la pazienza e la cortesia, ma anche il vivo interesse per rispondere appassionatamente ad un giovane che lo incalzava sul relativismo. A tal punto che furono gli organizzatori ad invitarlo a riposarsi per l'intervento del giorno dopo di prima mattina, perché egli, noncurante della notte che si inoltrava, non sembrava per niente intenzionato ad abbandonare quel piccolo simposio. Mostrò quella divina socratica-platonica mania per la filosofia che non disdegna qualsivoglia interlocutore e si prodiga nel dialogo.

 

Con lui se ne va non solo un pezzo della grande filosofia italiana, ma della storia della filosofia tutta, poiché, come ha scritto Massimo Cacciari:

 

« Finché la “storia” della filosofia contemporanea continuerà ad essere “giocata” o all’interno della “linea” nietzschiana-heideggeriana-ermeneutica, o nell’opposizione tra questa e quella analitica, temo non ne risulterà mai comprensibile il vero problema. Esso risulta evidente, a mio avviso, soltanto sulla base di una radicale contraddizione, di un autentico dramma a due protagonisti: Heidegger e Severino. Si tratta di una relazione inconciliabile, di un aut-aut. »

 

O, detto brevemente: «Il sistema di pensiero elaborato da Emanuele Severino è la più importante impresa filosofica europea dopo Heidegger e versus Heidegger».

 

Nostro il compito di continuare a meditare le sue tesi radicali, e discuterle senza pregiudizi od ossequi meramente esteriori, quand'anche la discussione ci porti lontano da quel «sentiero del giorno» che ha provato a illuminare col suo discorso filosofico. Anzi, sarebbe quell'altro il sentiero del giorno, illuminato a festa (theoria) dallo sguardo mai dogmatico della vera filosofia:

 

« Nel regno inospitale dell'apparire le cose vengono in luce se altre vanno in ombra, e quindi il volto dell'essere che appare può assumere un'espressione solo deponendone un'altra; ma nella casa dell'essere tutto è ugualmente ospitato e vi convivono i mondi più opposti. Qui, perché appaia il giorno deve sparire la notte; là, il giorno e la notte convivono eternamente. » (Essenza del nichilismo)

 

 

È nota a tutti la tesi principale e “incredibile” che ha coltivato, fondato, svolto fino agli ultimi suoi giorni, al susseguirsi delle sue ultime opere (Dike, 2015; Storia, gioia, 2016; Il tramonto della politica, 2017; Dispute sulla verità e la morte, 2018; Testimoniando il destino, 2019): l'essere non può diventare nulla, sì che l'essere è eterno. Il divenire non è che il comparire e lo scomparire – non l'annullarsi – dell'essere, degli enti, degli eterni.

 

Oltre alle splendide marmoree architetture del suo pensiero speculativo, ha costantemente ribadito, mostrato e testimoniato, che la filosofia non si giustappone ai fatti della vita, che non viene da ultimo, quando si sono sbrigate le faccende, le incombenze; ma che essa è ciò su cui edifichiamo la nostra vita, tutte le faccende, tutte le presunte priorità. Essa è l'orizzonte – spesso inconsapevole – di concetti su cui si sviluppano tutti gli ambiti della nostra vita: quello delle scienze particolari, della politica, dell'economia, di tutte le esistenze individuali. L'esplicitazione della struttura concettuale su cui si sviluppa la vita è bensì astratta, ma su di essa si erige tutta la concretezza del mondo.

 

« L’analisi filosofica è astratta, ma si tratta di un’astrazione analoga a quella dell’analisi matematica e dell’aritmetica, che pur astratte, sono essenziali per ogni attività pratica di tipo economico o politico, che sarebbero impossibili in violazione delle regole matematiche o aritmetiche. »

 

Così, da un lato«Chiedersi se la filosofia sia utile è come chiedersi se la circolazione del sangue sia utile».

 

Dall'altro: «La filosofia è, da sempre, critica radicale di tutte le convinzioni, i luoghi comuni, le abitudini sociali in cui ciascuno di noi consiste». (La filosofia dai greci al nostro tempo. La filosofia moderna, 2004)

 

Difatti, l'essenza del pensiero critico consiste nell'instancabile non dare per scontato ciò che sembra tale, nel tematizzare l'ovvio per sondare la sua non ovvia provenienza, nell'indagare ogni evidenza consapevoli che ogni evidenza ha una storia e delle ragioni che l'hanno resa tale. Che – infine – proprio ciò che è scontato, l'ovvio, l'evidenza possono essere – e spesso sono – degli errori funesti.

 

Allora: «Se si sostiene che rimane pur sempre la libertà di pensare ad altre cose, di scegliere o di prendersi cura per altre cose che non siano la filosofia, questa libertà è la libertà di trovarsi nell’infondatezza o addirittura nella contraddizione». (La struttura originaria)

 

E, per l'appunto, cosa può esserci di più funesto dell'essere nella contraddizione, dal momento che «contraddirsi significa dire o porre qualcosa che non è ciò che si intende dire o porre»? (Ivi)

 

Ma Severino ha saputo anche analizzare con lucidità d'eccezione e con lungimiranza gli scenari geopolitici.

 

« Credo di essere l'unico a sostenere, sin dal 1989, che, sia pure continuando in forma diversa, il bipolarismo – cioè la competizione tra USA ed ex-URSS – non è mai venuto meno. E il motivo è che non è mai venuta meno la capacità dell'arsenale nucleare russo di competere con quello americano. Non si è capito cioè che la fine del socialismo reale non era la fine di quell'apparato tecnologico che all'Est avrebbe dovuto salvaguardare il socialismo marxista, ma che, per salvare la propria capacità competitiva rispetto all'Occidente, ha finito col togliere di mezzo l'intralcio costituito appunto dal marxismo. » (Prefazione del 2002 a Téchne, 1979)  

 

Emanuele Severino e Hans-Georg Gadamer a Sant'Elpidio a Mare nel 1986
Emanuele Severino e Hans-Georg Gadamer a Sant'Elpidio a Mare nel 1986

 

Nondimeno ha scavato nelle profondità la crisi della politica dell'Occidente, declinandola nei contesti che si susseguivano e con i quali ancora abbiamo a che fare.

 

« L'istituzione dell'Euro senza un governo europeo è stato uno scacco alla politica. Altro è l'agire economico del mondo capitalistico, ossia l'agire che è composto di razionalità e rischio, altro è (o dovrebbe essere) un governo economico, che deve procedere eliminando il più possibile il rischio e le ideologie, quella politica inclusa, in favore della razionalità e propriamente, oggi, della forma di razionalità che compete alla moderna scienza economica.
La scienza economica non è l'agire capitalistico, così come la fisica non è gli atomi e la zoologia non è gli animali. » (Capitalismo senza futuro, 2012)

 

Essenza della politica sia dei governi sia delle politiche quotidiane, sociali, dei social.

 

« Se non esistono verità e certezze definitive, l'unico valore che rimane è la capacità di imporsi sugli antagonisti. E la moda è appunto dare il proprio consenso a ciò che via via è capace di imporsi. Un legame profondo unisce moda e potenza. » (Supplemento del «Corriere della Sera» del 21 ottobre 1987)

 

E per questo, prima di ogni analisi socio-politica, la sua filosofia è la più decisiva e radicale opposizione alla filosofia postmoderna, quella che sta alla base del nostro Occidente in crisi.

 

« Per trarsi d'impaccio, i relativisti più spregiudicati hanno finito col riconoscere che anche il loro relativismo è fallibile e congetturale. (Sembrerebbe il culmine dell'atteggiamento critico – ma allora non si vede perché si dovrebbe dar loro ascolto.) Il filosofo liberale americano Richard Rorty lo ha riconosciuto. » (La potenza dell'errare, 2013)

 

La filosofia contemporanea è lontanissima dal capire la portata del lavoro filosofico di Severino, la quale, anche quando ha tentato di opporsi al Postmoderno, lo ha fatto con dei tentativi ingenui e anacronistici che non consentono di superarlo per nulla.

 

« Il cosiddetto “nuovo realismo” (all'estero e in Italia) non fa che riproporre (sembra senza rendersene conto) quel realismo della tradizione greco-medioevale che è stato messo in questione, e fuori gioco, dallo sviluppo fondamentale della filosofia moderna da Cartesio a Kant, all'idealismo fino, appunto, all'idealismo gentiliano. » (Ivi)

 

Severino ha ripetutamente indicato qual è lo scandalo della filosofia degli ultimi due secoli: quel nichilismo che è la conseguenza delle contraddizioni della filosofia dell'Occidente, le quali giungono a maturazione portando a disperare della verità. Il primo e insuperato maestro del nichilismo è stato Leopardi, come ha sottolineato Severino in tre saggi a lui dedicati.

 

« Se la civiltà occidentale vuol essere coerente alla propria essenza, deve riconoscere che la propria filosofia è la filosofia di Leopardi. L'autentica filosofia dell'Occidente, nella sua essenza e nel suo più rigoroso e potente sviluppo, è la filosofia di Leopardi. [...] Raramente il pensiero occidentale si porta ad una trasparenza eguagliabile a quella che si manifesta attraverso il linguaggio di Leopardi. Si tratta della trasparenza del linguaggio che esprime ciò che per l'Occidente è l'evidenza suprema: l'esistenza del divenire, cioè dello scaturire dal nulla e del ritornarvi, da parte delle cose esistenti. Questa trasparenza estrema mostra la grandezza estrema del pensiero di Leopardi e, insieme, la fedeltà estrema di questo pensiero all'essenza dell'Occidente. » (Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica: Leopardi, 1990)

 

 

Indicazione cruciale, che ha di recente ribadito, quando Friedrich-Wilhelm von Herrmann, che fu assistente di Heidegger, nel 2019 ha rivelato che Martin Heidegger rimase impressionato dai lavori filosofici di Severino.

 

« Posso affermare che il nome di Emanuele Severino era costantemente presente nella mente di Martin Heidegger quando negli anni '60 fui l'assistente di Eugen Fink prima e di Martin Heidegger poi. […] Il fatto che Heidegger abbia inserito nelle sue annotazioni tre osservazioni sul percorso di pensiero del Professor Severino è secondo me eloquente. Inoltre durante i suoi incontri con il fratello Fritz Heidegger parlava spesso di Emanuele Severino. […] Ma il nome di Emanuele Severino era ben noto anche nella cerchia attorno al filosofo Hans-Georg Gadamer […]. Poiché fui scelto da Martin Heidegger quale responsabile scientifico dell'edizione integrale delle sue opere, intrattenevo una fitta corrispondenza con Gadamer […]. Fra i fenomenologi di Friburgo le opere Heidegger e la metafisica e Ritorno a Parmenide erano ben note e Heidegger era molto impressionato da entrambe. »

 

Così, proprio lo scorso anno, Severino su Heidegger e Leopardi:

 

« Martin Heidegger si avvicina... compie un'operazione simile a quella compiuta in modo più radicale da Nietzsche e – diciamolo, noi italiani – da Leopardi. Heidegger va in quella direzione, ma rimane indietro in questa opera di radicalizzazione dell'adesione alla storicità delle cose, del mondo, dell'essere. È meno radicale in questa adesione di quanto non lo siano stati Nietzsche, Leopardi e... Gentile, Giovanni Gentile! Direi che noi italiani abbiamo da vantarci di più di quanto di solito non si faccia, proni come siamo alle sapienze filosofiche d'Oltralpe. »

 

Come a dire: prima gli italiani. Ma in un senso radicalmente diverso da quello ora in uso come slogan dalla nostra politica alla ribalta. Un senso indicato non dalla pancia, ma dalla ragione. Quella ragione che l'Occidente deve riscoprire – facendo tesoro dell'immensa lezione severiniana – se vuole uscire dalla sua profonda crisi.

 

Grazie, Maestro
Grazie, Maestro

 

21 gennaio 2020