I «princìpi metafisici» del darwinismo e del liberismo secondo Keynes

 

Keynes vide che il darwinismo si inseriva perfettamente nella concezione dominante dell'epoca e che, non sapendo fornire un'idea alternativa dell'uomo a quella allora invalsa, contribuì ad alimentarla: una miscela di nichilismo e liberismo che deflagrò in una sciagura chiamata Novecento.

 

di Gabriele Zuppa

 

 

L'individualismo che lamentiamo, il liberismo che denunciamo, la competitività spietata che ci sconcerta non sono frutto di una corruzione congiunturale del XXI secolo, ma i caratteri costitutivi dell'essenza dell'uomo secondo le teorizzazioni della modernità che hanno prevalso, entrando a far parte dell'immaginario collettivo.

 

Per modificare la china presa dall'umanità è necessario ripensare la sua natura o, altrimenti, bisogna prendere atto che la sua natura consiste in una contraddizione insanabile: non volere essere così com'è, ma essere inevitabilmente tale. Come sarebbe codesta natura paradossale? Desiderosa di soddisfare illimitatamente qualsiasi desiderio e, assieme, desiderosa che gli altri desiderino diversamente. Certamente accade che talvolta ci troviamo a prendere in considerazione anche i desideri degli altri, ma come e in che misura questo avvenga – si ritiene – è dovuto al caso, all'accidentalità della nostra natura individuale, secondo il suo momentaneo insindacabile arbitrio.

 

Come aveva già insegnato Hobbes, l'uomo non limita se stesso per rispetto dell'altro, ma semmai perché ne ha paura, per timore delle conseguenze, per la sua impotenza a conseguire gli oggetti dei suoi desideri. Così ribadisce Schopenhauer:

 

« Se […] si volesse d'un tratto eliminare ogni costrizione e presentare ad essi [agli uomini] soltanto la ragione, il diritto, e l'equità, però contro il loro interesse, anche nel modo più chiaro e insistente, l'impotenza di queste forze puramente morali si manifesterebbe in ciò, che si avrebbe per lo più in risposta una risata di scherno. » (Sulla teoria del diritto e della politica, in Parerga e paralipomena, 1851)

 

Ma quale pretesa reale può avere la ragione, se la modernità è andata sempre più ritenendo che non esista la ragione che come strumento per la propria conservazione e il soddisfacimento dei propri desideri? Alla fine della sua parabola illuministica la ragione si troverà impotente, eclissata.

 

« La validità degli ideali, i criteri delle nostre azioni e convinzioni, i princìpi basilari dell'etica e della politica, tutte le nostre decisioni fondamentali sono fatti dipendere da fattori diversi dalla ragione: da una scelta, da una predilezione soggettiva. Ed appare ormai privo di senso parlare di verità nel prendere decisioni pratiche, morali o estetiche. » (M. Horkheimer, Eclissi della ragione, 1947)

 

 

Keynes fa i conti con questa prospettiva nel saggio La fine del laissez faire del 1926, mostrando di essere consapevole della continuità di un pensiero di fondo della modernità, di quella concezione che nell'800 andava affermandosi e che nel '900 era diffusa in ogni aspetto della società. Se non esiste un ideale universale che trascenda la propria individualità, soggettività, fatticità, come può la ragione avanzare qualche pretesa? Keynes sceglie di citare le incisive parole di Hume:

 

« Non è contrario alla ragione preferire la distruzione del mondo intero ad un graffio del mio dito. Non è contrario alla ragione per me scegliere la mia rovina completa per impedire il minimo disagio ad un indiano o altra persona a me del tutto sconosciuta. […] La ragione è e dev'essere soltanto la schiava delle passioni e non può mai pretendere altro ufficio che servirle e ubbidirle. »

 

Se non c'è un mondo dietro ad un mondo a cui adeguarsi, da imitare come modello di perfezione – come insegnava Platone – non rimane che il mondo tale qual è e che possiamo plasmare quanto più riusciamo secondo il nostro desiderio, secondo il nostro capriccio.

L'essenza dell'uomo è divenuta – è quella che è per il caso e non c'è altra ragione per cui debba essere se non il caso.

 

« Platone […] dice nel Fedone che le nostre “idee necessarie” derivano dalla preesistenza dell’anima, e non sono originate dalla esperienza. – leggi scimmie al posto di preesistenza – » (C. Darwin, Taccuini filosofici)

 

Keynes vide che il darwinismo si inseriva perfettamente nella concezione dominante dell'epoca e che, non sapendo fornire un'idea alternativa dell'uomo a quella allora invalsa, contribuì ad alimentarla.

 

« Al tempo in cui l'influenza di Paley e dei suoi simili stava svanendo, le innovazioni di Darwin scuotevano i fondamenti della credenza. Nulla poteva sembrare più opposto della vecchia dottrina rispetto alla nuova, la dottrina che considerava il mondo come l'opera del Meccanico divino e la dottrina che sembrava trarre ogni cosa dal caso, dal caos e dal passato. Ma in questo unico punto le nuove idee sostennero le antiche. Gli economisti insegnavano che la ricchezza, il commercio, le macchine erano figli della libera concorrenza, che la libera concorrenza aveva costruito Londra. Ma i darwinisti potevano andare oltre: la libera concorrenza aveva fatto l'uomo. L'occhio umano non era più la dimostrazione di un Disegno, che combinasse miracolosamente ogni cosa nel modo migliore; era il risultato supremo del caso, operante in condizioni di libera concorrenza e laissez faire. Il principio della sopravvivenza del più idoneo poteva essere considerato come una vasta generalizzazione dell'economia ricardiana. Le interferenze socialiste divennero, alla luce di questa più vasta sintesi, non solo inefficaci, ma empie, come designate a ritardare il movimento ascendente del possente sviluppo grazie al quale noi stessi ci eravamo evoluti come Afrodite dal limo primigenio dell'oceano. »

 

 

Un'interpretazione adeguata dei campioni della modernità dovrebbe andare oltre questi pochi accenni, ma ciò che conta qui è rilevare quale fosse il clima complessivo che si imponeva e quell'articolazione di assunti che andava dominando la scienza economica, sociale, politica. Elencati nell'efficace testimonianza di Keynes, che ad essi si oppone.

 

« Liberiamoci dai princìpi metafisici o generali sui quali, in varie occasioni, si è basato il laissez faire. Non è vero che gli individui posseggano una «libertà naturale» nelle loro attività economiche. Non vi è alcun patto che conferisca diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo non è governato dall'alto in modo che gli interessi privati e sociali coincidano sempre. Esso non è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non è una deduzione corretta dai princìpi di economia che l'interesse egoistico illuminato operi sempre nell'interesse pubblico. Né è vero che l'interesse egoistico sia generalmente illuminato; più spesso individui che agiscono separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo deboli persino per raggiungere questi. L'esperienza non mostra che gli individui, quando costituiscono un'unità sociale, siano sempre di vista meno acuta di quando agiscono separatamente. »

 

Assunti da Keynes ricordati nella loro versione edulcorata – propagandistica –, perché tra l'Ottocento e il Novecento l'Occidente – con il darwinismo sociale, il capitalismo razzista e imperialista delle “democrazie” statunitense e britannica, e poi con il fascismo, il nazismo, ecc. – teorizzò e praticò ben altre politiche economiche e sociali, secondo le quali lo sviluppo della propria potenza, di quella natura che il caso aveva forgiato superiore, “giustificava” la sottomissione e l'annientamento del diverso, dell'inferiore. In realtà, non c'era una ragione che potesse giustificare la bontà di quel che accadeva, ma non ce n'era nemmeno più una che potesse denunciare quanto veniva compiuto.

 

Così, anche l'auspicio della fine del laissez faire di Keynes, senza un'adeguata confutazione di quei princìpi metafisici, doveva risolversi in un desiderio soggettivo e, come tale, impotente di fronte a desideri ben più potenti, come quelli che alimentano il ruggente capitalismo postmoderno.

 

16 dicembre 2019

 



 

16 dicembre 2019