Il potere salvifico dell’arte al tempo dei sentimenti rarefatti

 

L’esistere nella logica logorante della contemporaneità, tra ritmi frenetici e pericolosa viscosità dei rapporti personali, rende necessario individuare un punto d’approdo: l’arte, la musica in particolare, considerata da Hegel la più nobile tra le forme espressive, ci fornisce la concreta possibilità di entrare in contatto con noi stessi, rafforzando la consapevolezza della forza della nostra dimensione soggettiva, da custodire e difendere oggi più che mai.

Francesco Hayez, “Il Bacio” (1859)
Francesco Hayez, “Il Bacio” (1859)

 

Nel fluire rapido e indistinto della tanto esaltata corsa, tipica della modernità, ci poniamo molte volte il problema dell’imporre nel modo migliore noi stessi: la nostra personalità, le nostre passioni, i nostri affetti, le gerarchie dei rapporti che costruiamo e distruggiamo costituiscono le trame di una soggettività che siamo fin troppo abituati, sulla scia dell’ approccio estremamente individualista proprio di noi occidentali figli dei tempi moderni, a sbandierare a gran voce senza soffermarci troppo su un’indagine articolata e profonda di noi stessi.

 

La realtà in cui viviamo ci vuole veloci nel dialogo, rapidi nel risolvere i problemi, pragmatici, multitasking, flessibili, ben disposti verso i cambiamenti repentini che, certamente possono costituire una ricchezza, ma che non vanno mai considerati nell’ottica di una ferrea imposizione che rischia di trasformare chiunque di noi si senta in dovere di proteggere le proprie radici in un condannato senza speranze.

 

In questa situazione di estrema viscosità, in cui tutto ciò che viviamo diventa qualcosa di scivoloso, di fluido, si colloca l’umana tendenza a costruire rapporti umani che rischiano di occupare un posto, nemmeno troppo di rilievo, tra i tanti impegni che popolano le nostre agende.

 

L’inquietante profezia della società liquida formulata da Bauman si presenta con sempre maggiore chiarezza di fronte ai nostri occhi: coltivare l’amore verso gli altri, di qualsiasi natura esso sia e sotto qualsiasi forma si manifesti, nutrirlo, farlo crescere, lottare per tenerlo in vita sono attività che non appartengono più a noi uomini moderni, che non ci qualificano come soggetti e che, nonostante il potente attaccamento che sentiamo verso la nostra dimensione individuale, non riteniamo necessarie affermare con forza nell’attività espressiva del nostro spirito soggettivo.

 

La grande cultura del Romanticismo tedesco, che dalla Germania si è diffusa lasciando un’impronta netta su gran parte dell’esperienza dell’Occidente, ci ha consegnato una visione dei rapporti umani, dell’amore in particolare, decisamente complessa da raggiungere e altrettanto difficile da gestire; l’amore romantico è universale, titanico, totalizzante e, proprio questa sua dimensione estrema, svela la vicinanza all’elemento in grado di rivelare nel modo più completo e spietato la soggettività dell’uomo: la musica, presupposto fondamentale dell’indagine sull’Estetica di due giganti del pensiero tedesco come Hegel e Nietzsche, può essere l’antidoto alla “liquidità” dei sentimenti , poiché proprio la sua capacità di sollecitare il movimento interiore dello spirito consente di riconoscersi come esseri pensanti.

 

Nello sviluppo dell’indagine hegeliana sull’arte, la musica viene proposta come la forma espressiva in grado di far compiere allo spirito il passaggio necessario a realizzare lo scopo ultimo del movimento: lo spirito, per compiere lo scarto che da fuori di sé gli consente di tornare in sé manifestandosi a se stesso, ha bisogno di innescare una forza tutta interiore che gli consente di realizzare il passaggio dalla dimensione astratta al piano del concreto.

 

 Hegel vede nella musica la miccia in grado di far partire il movimento dello spirito soggettivo che, a seguito di quell’indagine interiore tramite la quale da fuori di sé ritorna in sé, gli consente di auto manifestarsi, di riconoscersi. La musica può essere definita come:

 

« La soppressione non già di una sola dimensione spaziale, bensì della spazialità totale in generale, questo compiuto ritirarsi della soggettività sia dal punto di vista dell’interno sia da quello dell’esterno. (…) Sotto questo profilo essa costituisce l’autentico fulcro di quella manifestazione che assume il soggettivo in quanto tale sia come contenuto sia come forma. » (G.W.F. Hegel, Estetica: secondo l’edizione di H.G. Hotho con le varianti delle lezioni 1820, 1821, 1823, 1826)

 

Da queste parole si estraggono alcuni interessanti spunti di riflessione che è possibile applicare alla profonda crisi della soggettività, propria dei nostri giorni e, soprattutto, alle difficoltà, sempre più grandi ed evidenti, che percepiamo nella costruzione di reti relazionali solide e durature. Riflettere sull’arte e sulla musica e cercare un contatto costruttivo e costante con le forme dell’espressione artistica e musicale ci porta ad instaurare un contatto intenso e profondo con noi stessi, ci conduce verso l’ascolto della nostra dimensione soggettiva, ci porta, come affermava Nietzsche, a far affiorare quello che abbiamo dentro; i nostri demoni, le nostre paure, le inquietudini si rendono manifeste a se stesse e ci permettono di portare avanti quell’attività che ci qualifica come essere pensanti e complessi, quel movimento dello spirito soggettivo di cui dobbiamo consapevolmente prendere coscienza.

 

Nella realtà contemporanea, dominata dalla classificazione e dalla stagnante separazione tra l’utile e l’inutile, recuperare il contatto con la contemplazione artistica è fondamentale per garantire la salvaguardia del mondo interiore che ognuno di noi custodisce: l’arte, soprattutto quella musicale, ci purifica nel senso più profondo, poiché ci libera di tutto ciò che fa da sfondo al nostro considerarci soggetti, consentendoci di recuperare quell’attenzione e quella consapevolezza proprie del nostro mondo interiore necessarie all’interazione con gli altri e alla costruzione di rapporti intensi e soddisfacenti.

 

1º gennaio 2020