Riscoprire Carabellese: l'idealista che si oppose a Croce e Gentile

 

Pur fregiandosi dell'appellativo di "idealista", l'ontologismo critico di Pantaleo Carabellese intendeva porsi come l'unica seria alternativa al neohegelismo in Italia nella prima metà del Novecento. Dopo esser diventato una voce di rilievo nel dibattito nostrano, oggi è quasi del tutto dimenticato. Un convegno e l'ultimo numero della rivista «Il Pensare» celebrano il filosofo pugliese a settant'anni dalla morte.

 

di Eleonora Delonghi

 

 

« L’essere è tale che consente e richiede la coscienza, e la coscienza è tale che consente e richiede l’essere. »

 

In questa frase contenuta in L'essere e la sua manifestazione è racchiuso tutto il "segreto" della filosofia di Pantaleo Carabellese. Nato a Molfetta nel 1877 e formatosi tra Napoli e Roma, insegnò Storia della filosofia e Filosofia teoretica alla Sapienza e concepì un sistema filosofico da lui chiamato, a seconda delle occasioni, "ontologismo critico", "concretismo", "ontocoscienzialismo". Difeso a spada tratta in libri giudicati difficilissimi dai suoi stessi colleghi (come Critica del concretoIl problema teologico come filosofia), si trattava di un pensiero dichiaratamente idealistico; ma oltremodo polemico, e talvolta addirittura sprezzante se non violento, nei confronti di coloro che tutt'oggi sono considerati i padri del neoidealismo italiano: Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Essi, anzi, per Carabellese veri idealisti non erano, poiché a suo avviso commettevano l'errore eguale e contrario del positivismo: se quest'ultimo, infatti, affermava un essere che non richiede la coscienza, loro invece, limitandosi ad emulare il trend tedesco, avevano messo a punto delle filosofie in cui protagonista assoluta è una coscienza che non richiede l'essere. "Nullismo", quindi, più che idealismo; perché annullante la concretezza ontologica nell'unità astratta di un pensiero che è pensiero soltanto di se stesso, e perciò di nulla. Non vera Idea, allora, che per definizione da Platone in poi dev'essere unificazione del molteplice, ma Autocoscienza (tra i termini filosofici più invisi a Carabellese): conoscenza di sé e di nient'altro, e perciò conoscenza vuota. Gravi le conseguenze sul piano culturale e politico: tradendo l'autentica tradizione filosofica italiana (Bruno, Vico, Rosmini, Mazzini etc.), a un tempo idealistica e oggettivistica, e genuflettendosi al soggettivismo "statalizzato" di Fichte e Hegel, Croce ma soprattutto Gentile sarebbero stati i maggiori responsabili del dispotismo e del ducismo affermatisi in Italia durante la prima metà del secolo.

 

A uno studioso italiano di filosofia del dopoguerra queste posizioni dovevano risultare familiari, visto che si trattava di un periodo in cui l'egemonia culturale neoidealistica veniva messa più che mai in discussione, e quella di Carabellese era fino ad allora stata l'unica seria alternativa allo storicismo assoluto e all'idealismo attuale: seria perché, differentemente da altre correnti sorte invece proprio sul finire di quella stagione, che si limitavano a prendere le distanze per motivazioni esclusivamente politiche, Carabellese seppe confrontarsi sullo stesso piano dei suoi avversari – quello logico e metafisico – opponendo obiezioni molto precise alle loro stringenti argomentazioni. Faceva addirittura lezione sulla Teoria generale dello spirito come atto puro di Gentile, con il fine di mostrarne insufficienze e contraddizioni: questo solo per rendere l'idea della levatura intellettuale del pensatore pugliese.

 

Dopo la sua morte improvvisa nel 1948, però, paradossalmente Carabellese è stato interessato da un oblio ben maggiore di quanto non fosse toccato ai suoi rivali speculativi, che pure com'è noto furono soggetti a una vera e propria damnatio memoriae nei decenni immediatamente successivi alla fine del conflitto. A portarne avanti l'insegnamento e a continuare a farne circolare i testi rimasero solo alcuni suoi allievi diretti e non, in particolare Teodorico Moretti-CostanziEdoardo Mirri e Giuseppe Semerari. Proprio quest'ultimo organizzò nel 1977 (anno del centenario della nascita) l'ultimo convegno di studi dedicato al maestro prima di quello che si è tenuto a Molfetta nel 2018, dal titolo Pantaleo Carabellese filosofo arcaico?, che ha rilanciato dopo tanto tempo la figura del fondatore dell'ontocoscienzialismo, dando nuovo impulso agli studi sul suo conto.

 

A un anno e mezzo da quella giornata, la Rivista di Filosofia «Il Pensare» raccoglie e pubblica le relazioni in un fascicolo telematico tutto dedicato a Carabellese; ad esse si aggiungono interventi di altri studiosi, a testimoniare che l'ontologismo critico continua a suscitare un vivo interesse e il dibattito, per quanto limitato, non si è esaurito e anzi sembra in procinto di accrescersi e svilupparsi.

 

Un giovane Carabellese in quel di Molfetta
Un giovane Carabellese in quel di Molfetta

Tra i diversi saggi, la maggior parte sono a firma di chi in qualche modo ha mantenuto vivo il pensiero ontocoscienzialista, apprendendolo attraverso il magistero e la reinterpretazione dei discepoli di Carabellese. Per fare solo alcuni nomi: Furia Valori, allieva di Mirri, che cura e introduce il volume; Augusto Ponzio e Ferruccio De Natale, allievi di Semerari.

Nel saggio di apertura, Alberto Altamura e Rossana de Gennaro richiamano proprio a un interessantissimo giudizio di Semerari al fine di mettere in risalto l'ampiezza e il peso dell'eredità carabellesiana:

« Anche l'ontologismo critico può avere la sua destra e la sua sinistra e questo è indice indubbio della sua fecondità e presenza nel pensiero contemporaneo. » (G. Semerari, Dopo l'ontologismo critico)

 

Destra che è maggiormente rappresentata dalla scuola "perugina", facente capo a Moretti-Costanzi e Mirri. Sinistra che è maggiormente rappresentata da quella "barese", facente capo allo stesso Semerari. Il discrimine è conferito dall'accento più o meno marcato che si pone su una delle due facce del concretismo carabellesiano (Mirri parlava non a caso di una sua "natura ambigua"): l'ala di Perugia ha insistito sulla sfumatura più prettamente teologica, privilegiandone il carattere unitario, "ascetico", quello per cui Carabellese avvertiva che Dio non è Soggetto, ma Oggetto che si distingue assolutamente dalla molteplicità dei soggetti empirici; l'ala di Bari, viceversa, enfatizza il carattere anti-idealistico dell'ontologismo, che è "critico" perché si rifiuta di dissolvere i soggetti empirici nella monocromia del Soggetto trascendentale, e propone una filosofia relazionale che muova "dal basso". Come che sia, è indubbio che in Carabellese questi due aspetti abbiano convissuto, ed è proprio in tale sinergia la forza del suo sistema, che probabilmente si perde un po' nel momento in cui si voglia forzare troppo su questo o quel tratto. Del resto, come già accennato, il pensatore molfettese riteneva di essere un autentico idealista proprio perché riusciva a tenere insieme le due dimensioni fondamentali della realtà: e cioè la Coscienza e l'Essere, senza scadere né nell'empirismo né in uno spiritualismo astratto.

 

Resta il fatto che questi Dibattiti dell'ontologismo critico hanno l'irrecusabile merito di rimettere al centro della discussione uno dei pensatori italiani più importanti del secolo scorso, e insieme rimettere in circolo le idee e le categorie proprie della metafisica italiana e della sua grande tradizione idealistica; riaprendo la questione del suo posto all'interno della filosofia europea, del suo valore epistemico, in una parola, della sua attualità. Filosofia "arcaica" secondo alcuni, philosophia perennis secondo altri: quei pochi che ne scorgono ancora la capacità di riconquistarsi il ruolo di guida dello spirito umano dopo la sua "bancarotta" novecentesca.

 

« La filosofia ha fatto bancarotta. Questo il giudizio che deve ammettere chi esamini il risultato cui, intima logica, la filosofia è pervenuta, in Italia e fuori, nei suoi indirizzi (attivismo umanistico in genere) che parevano i più vitali. [...] Non c'è che la vita: in essa si risolve quel preteso sapere universale che voleva essere la filosofia: vita, dunque, non filosofia, perché la filosofia non è che la vita. Tale, spontanea o costretta, soppressione della filosofia io dico bancarotta della filosofia: questa non può tener fede ai suoi impegni di dare un sapere universale, che riporti la necessariamente superficiale vita di ogni giorno alla profondità dell'essere. [...] Non è la filosofia, dunque, che ha fatto bancarotta: è quella tale determinata filosofia di moda, che è dovuta giungere a detto risultato (identificazione con la vita) che la sopprime. » (P. Carabellese, L'esistenzialismo in Italia)

 

31 gennaio 2020

 




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