La scuola che verrà

 

La scuola che verrà non è ancora, ma già si sta delineando nelle nostre pratiche di vita, nelle nostre scelte attuali. Se in questo contesto particolare il proseguimento dell’anno scolastico può essere garantito solo con una didattica a distanza, la valutazione finale non può che dipendere per più della metà dell’anno dalle sole competenze e conoscenze acquisite, e l’aspetto umano, comportamentale, relazionale, psicologico resta escluso perché scompare, perché non è presente (in presenza). Allora, è  auspicabile che la scuola, dopo l’emergenza, ritorni ad essere il luogo dell’educazione, dove vita e sapere non sono “cose” distinte e dal diverso valore, ma ciò di cui prendersi cura.

 

 

La recente emergenza non ha sconvolto solo le nostre abitudini di vita quotidiane, ma ci ha costretti, nel bene e nel male, a dover ripensare (in un breve lasso di tempo) svariati ambiti delle nostre vite: l’economia, il lavoro, la politica, l’arte, la religione, il tempo libero, lo sport e, soprattutto, la scuola. L’emergenza ha alterato le nostre pratiche di vita, modificandole e costringendoci ad adattare su di esse nuovi modelli di organizzazione della vita sociale e privata. Questo sconvolgimento repentino, che ci ha trovati per lo più impreparati, ha avuto e avrà notevoli ricadute sull’inconscio individuale e collettivo, come ci spiegano psicologi e psicanalisti, per quanto sia già possibile notare ciò in molti casi di cronaca. Anche per questo è difficile pensare di poter tornare alla “normalità” pre-covidica.

 

Uno dei dibattiti più accesi è senz’altro quello sulla scuola che verrà, perché è evidente che non in tutti i paesi e non allo stesso tempo e modo sarà possibile ritornare sui banchi di scuola. Ma, concentrando lo sguardo sull’Italia, sembra che la situazione, essendo già da tempo in declino, prefiguri un futuro ancora più incerto. Un caso emblematico a questo proposito è la questione recente (16 maggio 2020) riguardante la decisione del ministro dell’istruzione di assegnare a tutti i costi un voto finale ai ragazzi, pur di non far perdere a loro, nonché ai docenti, un intero anno. In poche parole, si è deciso, seppure sia evidente che non sussistano le condizioni di possibilità per una reale valutazione, di separare (nell’atto valutativo appunto) definitivamente vita e competenze, conoscenze acquisite, come se queste fossero realmente due cose separate e separabili, dando maggior peso alle seconde. Tutto ciò in un contesto nuovo, certo, dovuto all’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, la quale ha interrotto bruscamente l’insegnamento in presenza, impedendo di terminare il programma didattico secondo le consuete modalità di erogazione. Ciò non toglie che già prima la valutazione era mirata più alla competenza che ad un giudizio che tenesse conto di come lo studente fosse stato in grado di apprendere da un lato competenze, nozioni, concetti, dall’altro di sviluppare un pensiero critico e un comportamento responsabile e maturo, anche a livello affettivo – seppur con le dovute difficoltà che può incontrare la scuola nel sostituirsi al genitore. Le competenze sono estremamente utili e la scuola deve garantire che tutti le sviluppino, ma non sono l’unica cosa che deve apprendere uno studente. Questo perché, senza un atteggiamento, un comportamento responsabile e critico verso le stesse, le competenze da sole non fanno una persona.

 

Ma non è tutto. Oltre alla votazione finale, infatti, si è poi posto il problema della bocciatura e della promozione, dell’esame di maturità in presenza o a distanza. Ora, i primi due problemi sono direttamente connessi all’esito e al processo valutativo che si attua. Quindi, per amor di coerenza, se si prendesse in considerazione l’idea di bocciare o promuovere, nonostante tutti i problemi succitati, lo si dovrebbe poter fare adottando come modello decisionale il voto finale. È chiaro che il problema della bocciatura o della promozione non può fare discorso a sé, se non si capisce come si debba valutare quest’anno “speciale”. Quindi, il problema se sia giusto o meno bocciare, in particolare, resta irrisolto. Per quanto riguarda l’esame di maturità, è stato deciso di farlo in presenza. Ora, per farlo in presenza è necessario garantire la condizione di distanziamento sociale, quindi la disponibilità di spazi e di precauzioni sanitarie adeguate. In Francia e Danimarca, a differenza dell'Italia, si è deciso di non farlo. Ma torniamo a noi: la scuola, o meglio, lo Stato, è in grado di garantire le condizioni adeguate a sostenere l’esame di maturità? Se si fosse deciso di non farlo, almeno per quest’anno, quali sarebbero state le soluzioni alternative? Lasciare forse la valutazione finale ai test d’ingresso universitari, per chi si iscriverà all’università? E gli altri? Ci fermiamo qui, per ora: questi problemi resteranno solo questioni provocatorie. Non pretenderemo di proporre soluzioni, quanto, più che altro, di individuare i problemi reali che nascono da un lato dalle scelte che si sono fatte e dall’altro da quelle che non sono state ancora prese.

 

Privilegiando la valutazione dello studente per quanto concerne le competenze acquisite – tenendo conto che ad un certo punto anche l’apprendimento di queste è stato interrotto o reso difficile –, quindi valutando circa metà percorso scolastico in presenza e metà a distanza (quando possibile) con lo stesso metro valutativo, e pretendendo in tal modo di valutare un intero anno, su un intero programma, alla vecchia maniera, si rischia di rendere la situazione dello studente più difficile di quanto non sia già. In questo modo il voto, che è un numero prima di tutto, sembra aver definitivamente vinto. Non è possibile che il Ministero dell'Istruzione non si interroghi sulla sua natura e sul suo ruolo sociale, posto che oggi ne abbia ancora uno. I maggiori critici ed esperti di pedagogia, filosofi, psicologi, letterati, scienziati, sociologi, antropologi, da anni continuano a ripetere che la scuola non dovrebbe cedere alla logica brutale della competenza, dell'efficienza dell'essere umano, quale metro di giudizio e indice di maturità. Come se solo una persona altamente competente ed efficiente meritasse di stare a questo mondo. 

 

 

Sono dibattiti ormai abbastanza vecchi, ma sempre attuali, visto che la scuola, pur di stare al passo coi tempi (ma che significa realmente?), ha ufficialmente ammesso di non avere più alcuna missione, e dunque ruolo sociale. La scuola, almeno quella italiana, è morta lo stesso giorno in cui ha adottato la valutazione mediante il voto numerico. Il voto è infatti un parametro che classifica velocemente l'efficienza, la competenza (le skills) di qualcuno in qualcosa di specifico. Così facendo si riduce l'uomo a ciò in cui è competente, come fosse una macchina. Allora si è riconosciuti e apprezzati (socialmente) per i numeri che ci portiamo dietro, il salario, l'avanzamento di carriera, il voto appunto.

 

Nella scuola odierna, il lato umano, il carattere, la capacità di relazionarsi senza annullare l'altro diventano appendici (e si sa che fine fa l'appendice quando inizia a rompere le scatole) della persona. Allora si privilegia la furbizia, si dà praticamente ragione a chi è più furbo e a chi è più economicamente dotato. Quando, invece, una scuola con la esse maiuscola dovrebbe – prima di tutto – farsi carico del lato umano, perché alla fine ciò che conta sono i sentimenti, la capacità di relazionarsi in un mondo senza punti di riferimento stabili e stabiliti come il nostro; e i sentimenti non sono affatto naturali, nel senso più ristretto del termine, ma si imparano, si insegnano, si apprendono. Il voto dato ad ogni costo evidenzia quanto poca importanza attribuisca allo studente in carne ed ossa l'attuale sistema dell'Istruzione. La scuola non fa altro che avvallare la stessa becera logica del consumo della persona che viene usata dal mercato del lavoro per le sue competenze, fintanto che resiste alle pressioni cui è sottoposta, fintanto che non incappa in un esaurimento nervoso. Senza un serio esame di coscienza, il ministero dell'Istruzione può tranquillamente cambiare nome in centro di collocamento (non si sa bene dove) e nessuno se ne accorgerebbe.

 

Questa separazione, a cui abbiamo accennato all’inizio, è il problema centrale della questione scuola al tempo del Covid-19. La scuola ha cercato di spostare la didattica esclusivamente online per consentire allo studente e ai docenti di terminare l’anno e i programmi. Che ne è, in tutto ciò, della vita reale dello studente, dell’attuale situazione in cui versano centinaia di migliaia di famiglie italiane? Se già prima dell’emergenza sanitaria la scuola in quanto a spazio e in quanto a strumenti didattici era in una situazione di degrado e arretratezza evidenti e preoccupanti, oggi il problema dello spazio didattico e dello strumento didattico si è automaticamente riversato sulle famiglie. Ora, sappiamo bene che tantissime famiglie non possiedono ancora una connessione internet domestica, o addirittura alcuno strumento telematico adatto a garantire il progetto di una didattica a distanza. Se già stenta a funzionare una tale soluzione all’emergenza sanitaria della scuola, è auspicabile voler a tutti i costi immaginare un futuro nel quale queste soluzioni temporanee divengano la normalità?

 

In alcuni paesi del Nord Europa si è deciso di riprendere l’attività scolastica adottando soluzioni diverse e mettendo in primo piano il diritto allo studio, all’educazione e non alla mera istruzione. Quello che invece sta passando in Italia sembra essere che bisogna garantire a tutti i costi il diritto all’istruzione e non all’educazione. Evidentemente non si ha più alcuna idea di cosa significhi educare. Se dovesse, in un futuro non molto lontano, prevalere la didattica a distanza quale unica didattica immaginabile e garantita, allora davvero potremmo smettere di parlare di scuola come il luogo dove ci si prende cura di una persona in carne ed ossa, e non solo del luogo dove si socializza e si impara la matematica, la storia e tutte quelle belle materie che senza l’educazione vera e propria restano soltanto programmi da attuare.

 

Ripensare la scuola e la didattica del futuro vuol dire fare i conti coll’immediato presente stesso della scuola. La scuola che verrà non è ancora, ma già si sta delineando nelle nostre pratiche di vita, nelle nostre scelte attuali. Auspicabile è, allora, che la scuola ritorni ad essere il luogo dell’educazione, dove vita e sapere non sono e non siano “cose” distinte, ma ciò di cui prendersi cura. Ben venga allora il supporto telematico se è pensato come un mezzo aggiuntivo e non come il fine della conoscenza e dell’educazione, come se queste prescindessero dal contatto umano, dallo stare insieme, dal con-vivere – condizioni queste che si realizzano solo laddove si istituisce un rapporto reale tra discente e docente.  In ogni caso, le soluzioni che verranno adottate devono essere intese come temporanee, ma non i problemi che esse hanno messo in risalto. Quelli non possiamo sottovalutarli, classificarli come temporanei, perché la scuola del futuro dipende anche e soprattutto da essi. 

 

12 giugno 2020