Riscoprire la gentilezza

 

La gentilezza è spesso associata ad una speciale generosità. La generosità di chi non si sente inferiore a nessuno, ma, proprio perché dotato di questa caratteristica altamente etica nell’agire, è anche un palmo in su rispetto ai comportamenti ed all’intelligenza della media delle persone.

 

di Lucia Gangale

 

I. Bergman, "Un mondo di marionette" (1980)
I. Bergman, "Un mondo di marionette" (1980)

 

Una poesia Reiki invita ad «essere gentili con tutti» perché questo è «il metodo segreto per invitare la fortuna». Nelle Confessioni poi Jean Jacques Rousseau scrive: «Quale saggezza più grande puoi trovare che sia più grande della gentilezza?».

Per raggiungere la gentilezza come stile di vita c’è però bisogno di una gigantesca evoluzione etica nell’essere umano. Infatti è pressoché scontato che la natura dell’uomo sia veramente poco gentile e protesa più che altro verso istinti di violenza e prevaricazione. Del resto lo affermava anche Hobbes: «Homo homini lupus». E, per andare più indietro nella scoperta dell’essenza dell’uomo, basta rivolgersi alla tragedia greca ed a tutto il roboante spettacolo di passioni umane intrise di forza bruta, sopraffazione, vendetta che costellano il nostro breve transito sulla Terra. Basti pensare ad alcune tra le più famose: Medea, Antigone, Edipo re.

Nella vicenda di Socrate la ragione rimane vittima della sopraffazione e l’uomo giusto viene mandato a morte. Platone fa di questa morte l’interrogativo principale della sua filosofia, costruendovi un discorso etico e politico imperniato sulla ricerca di uno Stato e di una convivenza civile rispettosa ed etica, ispirata a principi di saggezza e di giustizia. Hannah Arendt scopre la banalità dietro il male che deflagra nelle più terribili azioni umane. Coglie l’assoluta mancanza di vigore etico dietro gli stermini nazisti e tra le pieghe facciali ed i risvolti dell’abito scuro da burocrate dell’insignificante Eichmann al processo a Gerusalemme, nel 1961.

Le guerre scoppiate nella storia dell’uomo e quelle in corso sono la testimonianza lampante che il lato oscuro della vita umana, l’istinto di morte, come direbbe Freud, è sempre pronto ad esplodere.

Oggi ognuno può appurarlo da sé nelle varie occasioni della vita quotidiana: a farla da padrone sono prepotenza, sopraffazione, aggressività, volgarità. Basta accendere un social e rendersi conto del fango di violenza gratuita da cui si viene travolti. Lo conferma uno studio Mars Italia del 2019: la cafonaggine è in aumento in tutto il mondo. Ed il livello di scortesia e maleducazione in Italia è cresciuto in modo esponenziale. Tutto ciò nonostante l’evoluzione biologica ed il livello di raffinatezza raggiunto dai mezzi di comunicazione di massa. Nello specifico, lo studio Mars ha evidenziato che 7 italiani su 10 sono scortesi. Ecco a voi qualche percentuale: per il 68% i gesti di gentilezza sono scomparsi. Il 39% ha confessato di avere subito gesti villani una ventina di volte alla settimana, cioè circa 3 episodi al giorno. Le situazioni più rischiose sono: al volante o sui mezzi pubblici (42%), in ufficio (37%) soprattutto per la mancanza di disponibilità dei colleghi, in casa (12%).

Un’altra indagine sviluppata dall’altra parte dell’Oceano conferma questo dato. La ricercatrice americana Christine Porath sul New York Times ha scritto che, rispetto agli anni Novanta, al giorno d’oggi le probabilità di osservare comportamenti sgarbati sul posto di lavoro sono raddoppiate. La Porath dice che il 40% sostiene di essere sgarbato perché non ha tempo di essere gentile. 

Diversi studi medici scoprono poi che i pensieri espressi dalla poesia Reiki e dal filosofo Rousseau non sono solo pensieri poetici e filosofici. Hanno bensì un riscontro oggettivo a livello scientifico. Difatti è stato evidenziato che un atteggiamento scortese, nervoso, irascibile è nocivo perché sottopone l’organismo a continui stati di stress che alla lunga danneggiano la persona. Compiere atti di gentilezza, invece, mette al riparo, almeno in parte, dai rischi legati alle malattie cardiovascolari, ed in più aumenta i livelli di serotonina, ovvero l’ormone del buon umore, nonché dei peptidi, una classe di composti chimici che eliminano le emozioni negative facendo affrontare al meglio la quotidianità e aiutando a risolvere i conflitti in modo positivo.

Numerosi studi di settore hanno poi dimostrato, anche se di recente, che il manager aggressivo (che un tempo si credeva risolvesse tutti i problemi) che tratta male i dipendenti, che si fa odiare dal prossimo, che genera un clima teso sul posto di lavoro, procura più danni che altro, perché toglie la motivazione nei dipendenti, ingenera in loro stati di ansia, calo della produttività, disagio, malessere psico-fisico. E tutto questo con costi sociali elevati. Come difendersi da soggetti del genere? La scienza risponde: lasciando perdere la persona che trascende, perché è un diritto sacrosanto conservare la propria serenità.

La gentilezza è stata riscoperta come valore, proprio perché merce così rara in giro, tanto che nel 1998 a Tokyo per volere di un movimento, Japan Small Kindness Movement, è stata istituita la Giornata Mondiale della Gentilezza, che cade annualmente il 13 novembre. In tale giornata è offerta a livello planetario la possibilità di riflettere sulla potenza della gentilezza, che nella sua essenza è uno stile di vita e non si ferma a qualche gesto estemporaneo che non tocca l’altrui anima (Cfr. La forza nascosta della gentilezza di Cristina Milani, vicepresidente del World Kindness Movement, e La forza della gentilezza di Piero Ferrucci). 

 

 

I più raffinati politici della storia hanno sperimentato la forza rivoluzionaria della gentilezza. Mahatma Gandhi ha liberato l’India dal dominio coloniale inglese adottando il metodo della non-violenza e facendo su di sé un poderoso lavoro di liberazione da un sentimento che caratterizzava la sua natura: la rabbia. Lo stesso dicasi per Nelson Mandela, che di problemi con la rabbia ne ha avuti più di qualsiasi altra persona al mondo, ed ha sempre affermato che per lui i suoi molti anni di carcere erano stati una formidabile occasione per lavorare su se stesso e liberarsi dal veleno di questa emozione negativa e deleteria. Divenuto leader del suo Paese, Mandela aveva espresso in pieno l’atteggiamento gentile e rispettoso che aveva già adottato negli anni della carcerazione con le sue guardie carceriere, ottenendo dei risultati formidabili per l’unificazione del suo popolo e la creazione di un sentimento di patria.

Nella sua esperienza di vita e nella sua azione politica egli aveva capito che il buon leader non può permettersi di indulgere sulla rabbia, poiché è un sentimento che fa perdere tempo ai fini di una pragmatica azione politica. Questo non significa che l’uomo politico non provi, e anche spesso, sentimenti di rabbia e di delusione, ma deve lasciarseli alle spalle ed avviarsi in fretta verso la transizione. Non ci si può bloccare su rabbia, risentimento, desideri di vendetta, perché la politica impone di agire e di ottenere dei risultati concreti e possibilmente durevoli. Questo lo possiamo chiamare metodo Mandela. Un buon riassunto di tale metodo è contenuto in una piccola parabola che egli raccontò a Richard Stengel, dopo che già in precedenza aveva usato con i suoi seguaci:

 

« Ho raccontato di una discussione fra il sole e il vento, di quando il sole disse al vento: "Io sono più forte di te" e insieme decisero di mettersi alla prova con un viaggiatore… una persona avvolta con una coperta. Il più forte sarebbe stato chi fra loro fosse riuscito a togliergliela. Così il vento iniziò a soffiare e più soffiava, più l’uomo si teneva stretta la coperta. Allora il vento continuò a soffiare e soffiare, ma l’uomo non voleva saperne di mollare la coperta, anzi, come dicevo, più il vento soffiava e più se la teneva stretta intorno al corpo. Alla fine il vento rinunciò. Venne quindi il turno del sole, che iniziò a splendere, dapprima piano e poi inviando raggi sempre più caldi… fino a quando l’uomo cominciò a pensare che in effetti la coperta non gli serviva più, perché faceva già abbastanza caldo. Così la allentò un po’, ma i raggi del sole si facevano sempre più intensi, tanto che a un certo punto il viaggiatore si sbarazzò della coperta. Ecco, questa è la stessa parabola: con la pace è possibile fare cambiare idea anche alle persone più determinate, più votate alla violenza, ed è questo il metodo che dovremmo adottare. » (M.C. Nussbaum, Rabbia e perdono)

 

Nel caso di Gandhi e di Mandela la gentilezza ha assunto una portata rivoluzionaria. In effetti ogni atto gentile ha questo potere: è sovversiva perché disarmante, capace di abbattere resistenze e pregiudizi, aprire porte che in altri modi resterebbero chiuse. I grandi uomini politici hanno capito proprio questo e lo hanno applicato alla loro azione. E con questo modo di fare ne hanno guadagnato in autorevolezza e credibilità.

 

 

C’è anche da dire che la gentilezza è spesso associata ad una speciale generosità. La generosità di chi non si sente inferiore a nessuno, ma, proprio perché dotato di questa caratteristica altamente etica nell’agire, è anche un palmo in su rispetto ai comportamenti ed all’intelligenza della media delle persone. Nella mia vita ho conosciuto tanti capi sgarbati e arroganti ed in tutte le occasioni questo modus operandi era collegato a fattori quali: esagerata stima di se stessi, incapacità ad ascoltare l’altro, frustrazione, indignazione, invidia sociale, risentimento, visione ristretta delle cose e spirito mediocre.

Praticare la gentilezza è una forma molto valida di welfare. Insegna ad essere rispettosi verso il prossimo e verso la natura. Aumenta la produttività aziendale. Fa bene alla salute. 

L’attuale mancanza di rispetto verso la classe docente, colpita e umiliata in più modi, verso il personale medico, vittima di aggressioni fisiche sempre più frequenti tanto da costituire un vero e proprio allarme sociale, verso chiunque sia dall’altra parte dello schermo di un pc attraverso i messaggi di odio veicolati dai social, ci danno l’esatta misura del grado di violenza, frustrazione, odio e fanatismo toccato dalla società attuale.

Nonostante tutto il gran ricordare la tragedia della Shoah, i corsi sul cyberbullismo, le ludopatie, il femminicidio, le difficoltà di apprendimento, l’affettività e via discorrendo, nelle persone, anche nei più giovani, sembra mancare una vera e profonda forma di educazione alla sensibilità. Si vuole tutto e subito e se il sistema è l’arroganza ben venga.

Che fare allora? Un primo passo è quello di prendere atto della situazione. E poi, nell’insensatezza generale degli atti di prevaricazione e arroganza, prendere le distanze con calma e gentilezza. Certo, spesso è difficile applicare questo dettato a se stessi, ma vale la pena provarci. Come quel vecchio samurai saggio, il quale, dopo essere stato offeso pesantemente per ore da un guerriero in cerca di fama, che arrivò anche a lanciargli pietre e a sputargli in faccia, rimase impassibile rifiutando di rispondere all’offesa. Dopodiché spiegò ai suoi discepoli increduli che le offese sono come un regalo non accettato: se, appunto, non accettate, esse continuano ad appartenere a chi le ha portate con sé.

 

 

21 luglio 2020