La pandemia e la solitudine nell'era globale

 

La caratteristica precipua di questa solitudine è quella dell’isolamento fisico, della detenzione a cui nel mondo l’umanità è costretta per sfuggire un contagio per il quale allo stato attuale non c’è una cura. E avremo fallito, se, come suggerisce Scola, non rimetteremo al centro la persona, il tempo da dedicare alla cura di noi stessi, del prossimo e anche dell’ecologia. Discorsi sociali e politici, certo: ma con una base filosofica molto molto forte.

 

di Lucia Gangale

 

Jung sulla riva del lago di Zurigo nella sua torre di Bollingen (1949)
Jung sulla riva del lago di Zurigo nella sua torre di Bollingen (1949)

 

La dimensione relazionale dell’esistenza umana, ribadita a più riprese dal pensiero filosofico, fatta oggetto della psicologia, della sociologia, dell’antropologia, riecheggia oggi nel titolo di un libro in formato ebook, edito da Piemme, di cui è autore il cardinale Angelo Scola: L’esperienza della solitudine. L’uomo vive come relazione o non vive.

 

Il cardinale vive in Lombardia, la regione maggiormente colpita dal coronavirus e nel libro racconta l’esperienza in prima persona vissuta da taluni. Lo scopo di questa pubblicazione è soprattutto quello di guardare in prospettiva. Cosa ne sarà dell’umanità dopo questa pandemia? Scola è convinto che scienza e tecnologia saranno chiamate a riscoprire l’umiltà, «riconoscendo che non tutto è dominabile dalle pur spettacolari scoperte scientifiche». E altresì che economia, finanza e politica saranno chiamate a «rimettere al centro la persona, con una speciale attenzione ai poveri».

 

La caratteristica precipua di questa solitudine è quella dell’isolamento fisico, della detenzione a cui nel mondo l’umanità è costretta per sfuggire un contagio per il quale allo stato attuale non c’è una cura. Ed è anche la prima volta nella storia che in questa solitudine, vera o apparente che sia (senz’altro più vera per i poveri e gli emarginati del pianeta) tutto quello che stiamo vivendo lo viviamo insieme. Più connessi che mai. Perché, per la prima volta nella storia, ogni sensazione, ogni sollecitazione, ogni riflessione che può venire da questo periodo o su questo periodo, trova un luogo di espressione particolarmente accogliente nella Rete. Infatti, per quanto paradossale possa apparire, tutto quello che viviamo in questo momento storico lo stiamo vivendo insieme. A causa del lockdown, la voglia di condivisione e di informazione è tanta che, secondo gli ultimi dati forniti da Comscore, l’uso dei social media in Italia è cresciuto del 30%, in Spagna del 48%, del 12% in Francia e nel Regno Unito. Il consumo delle news è cresciuto del 125% in Francia e in Italia, del 158% in Spagna, del 45% nel Regno Unito. C’è poi il discorso della connessione prolungata legata alla didattica a distanza, che in questo frangente storico ha sostituito la didattica in presenza, rivelando una duplice caratteristica: da un lato l’aspetto nozionistico, dovuto proprio alla mancanza della componente maieutica dell’insegnamento; dall’altro il ponte gettato quello di essere una modalità “didattica” adottata per una situazione emergenziale e quindi destinata a supportare le famiglie e gli studenti in questa situazione di chiusura degli edifici scolastici, anche se è impensabile pensare in futuro di sostituire la pratica quotidiana dell’insegnamento/apprendimento piazzando adulti e ragazzi per ore davanti ad uno schermo.

 

Mentre Scola auspica che a fine emergenza la società e l’economia rimettano al centro la persona, con una speciale attenzione ai poveri e agli emarginati (in Italia ce ne sono purtroppo tanti e la pandemia ha già decretato l’arresto e la chiusura di diverse attività), la filosofia ci offre svariati spunti di riflessione sul prezioso valore della solitudine, anche se le parole con cui apriamo questa breve rassegna su un tema tanto vasto e dibattuto sono quelle di uno psicanalista (per la verità anche filosofo): Carl Gustav Jung (1875-1961). 

 

« È importante avere sempre un contenuto da portare in un rapporto, e spesso lo si trova nella solitudine. La solitudine è per me una fonte di guarigione che rende la mia vita degna di essere vissuta. Il parlare è spesso un tormento per me e ho bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarmi dalla futilità delle parole. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri. »

 

Martin Heidegger (1889-1976), il quale, com’è noto, abitò di propria scelta nella solitudine della Foresta Nera, ne L’essenza della verità sottolinea la necessità dell’isolamento per i filosofi, di modo che, dopo che una riflessione filosofica è stata sviluppata, possa essere condivisa con la società al momento opportuno, in modo da favorire il progresso inter-soggettivo e quindi non rimanere relegata in modo sterile nell’ambito nel quale è stata partorita. E ribadisce il concetto nel suo libro Che cosa significa pensare? Qui egli afferma:

 

« Nessun pensatore è mai entrato nella solitudine di un altro pensatore. Così ogni pensiero parla al pensiero che lo segue o lo precede soltanto muovendo dalla sua propria solitudine, in maniera segreta. Quello che noi ci rappresentiamo come l’influsso di un pensiero non è che il fraintendimento in cui quel pensiero è inevitabilmente caduto. »

 

Martin Heiddeger
Martin Heiddeger

 

Un campione di ricerca della solitudine come Arthur Schopenhauer (1788-1860), tesse un personale elogio alla solitudine nei Parerga e paralipomena:

 

« La vera e profonda pace del cuore e la perfetta tranquillità d'animo, che costituiscono subito dopo la salute il più grande bene terreno, si troveranno soltanto nella solitudine, e come stato d'animo duraturo solo nel più profondo isolamento. Se in tal caso la propria individualità è grande e ricca, si godrà dello stato più felice che possa venir ritrovato su questa povera terra. »

 

Pensateci per un attimo. Tutto il veleno che inquina i rapporti sociali sembra magicamente sparito. Come scrive il giornalista Piero Dadone su La Stampa di Cuneo del 22 aprile 2020, si tratta, in effetti, di semplice apparenza: «Le cronache non parlano più di maestre che picchiano i bimbi e genitori che insultano gli insegnanti, ma perché le scuole sono chiuse. I parenti dei malati hanno smesso di assalire i medici, ma perché è loro vietato entrare negli ospedali. Azzerati i furti nelle case, presidiate dagli inquilini in quarantena. Diminuiscono i femminicidi, ma bisogna considerare la difficoltà dei mariti a costruirsi un alibi, costretti come sono in casa con le loro potenziali vittime»

 

Eraclito (535 – 475 a.C.) ci viene in soccorso con la teoria dei contrari. Nei Frammenti che ci sono pervenuti scrive: «La malattia rende la salute piacevole e buona, la fame la sazietà, la fatica il riposo» (frammento 111).

 

Di certo l’attuale isolamento ha più che mai il sapore dell’attesa e della speranza di una rinascita. È un mondo nel quale gli abbracci, i baci, le strette di mano, le passeggiate, gli incontri sono messi al bando perché il virus coglie qualsiasi occasione per diffondersi e per colpire, lo fa in maniera proditoria e inaspettata, quindi occorre non dargli possibilità alcuna di riprodursi. E di sicuro la situazione, per chi, nel mondo industrializzato, ormai da due mesi non percepisce alcun introito, in alcuni casi presenta due non rassicuranti alternative: morire di fame o morire di virus. Mentre in un’altra parte del mondo, per la precisione in India, i più poveri della terra, quelli che non hanno cibo né medicinali, si sono messi in isolamento sugli alberi.

 

Nelle nostre ricerche sugli autori del passato che hanno analizzato la solitudine umana non vogliamo parlarvi del tanto inflazionato Blaise Pascal, che in queste settimane imperversa su molte pagine web (con i suoi Pensieri), ma di un altro autore francese il quale, vissuto in un’epoca nella quale imperversò la peste, ebbe modo, nell’isolamento, di maturare parecchie riflessioni sull’animo umano e di riversale copiosamente nei suoi ponderosi Saggi: si tratta di Michele de Montaigne (1533-1592). Nel Libro I, al capitolo XXXIX, egli parla della solitudine. Qui esordisce dicendo che proprio tutti gli intrighi di cui è pieno il mondo gli fanno preferire la solitudine:

 

« Sciogliamoci da tutti i vincoli che ci legano agli altri; conquistiamo davvero su noi stessi il potere di vivere soli e di vivere a nostro bell’agio […] Bisogna avere moglie, figli, sostanze, e soprattutto la salute, se si può, ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi una retrobottega tutta nostra, del tutto indipendente, nella quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie, senza figli e senza sostanze, senza seguito e senza servitori, affinché, quando verrà il momento di perderli, non ci riesca nuovo il farne a meno. »

 

Il pensatore francese, ad un certo punto, precisa che vi è un momento più adatto degli altri per ritirarsi a vivere in solitudine:

 

« Mi sembra che la solitudine abbia giustificazione e ragione maggiori in coloro che hanno dato al mondo la loro età più attiva e fiorente, secondo l’esempio di Talete. Abbiamo vissuto abbastanza per gli altri, viviamo per noi almeno quest’ultimo resto di vita. Riconduciamo a noi e al nostro piacere i nostri pensieri e le nostre intenzioni. Non è un’impresa di poco conto organizzare tranquillamente il proprio ritiro: questo ci occupa già abbastanza senza mescolarvi altre iniziative. Poiché Dio ci dà agio di disporre il nostro trasloco, prepariamoci, facciamo i bagagli, prendiamo congedo per tempo dalla compagnia, sciogliamoci da quelle violente strette che ci impegnano altrove e ci allontanano da noi stessi. Bisogna sciogliere quei legami così forti e d’ora in poi amare questa e quella cosa, ma sposare solo se stessi. »

 

Michel de Montaigne
Michel de Montaigne

 

In questa età della vita, aggiunge, occorre scegliere un’occupazione “né faticosa né noiosa”, altrimenti è come se fossimo venuti a cercare riposo per nulla. Montaigne predilige l’attività letteraria. Ma con moderazione. Infatti sottolinea:

 

« I libri sono piacevoli; ma se per la familiarità con essi perdiamo infine l’allegria e la salute, nostri maggiori beni, abbandoniamoli. »

 

Del resto, la moderazione è consigliata in ogni attività:

 

« Alle cure domestiche, allo studio, alla caccia e a ogni altro esercizio, bisogna darsi fino agli estremi limiti del piacere, e guardarsi dall’andare oltre, dove comincia a frammischiarvisi il fastidio. »

 

Un altro autore, precedente a Montaigne, anch’egli testimone dell’ondata peste del suo tempo, tesse un vero e proprio elogio della solitudine. Francesco Petrarca (1304-1374), nel terzo capitolo del De Vita Solitaria, scritta tra il 1346 e il 1356 in occasione della monacazione del fratello Gherardo, scrive:

 

« E' mi è parso poterti facilmente mostrare il felice stato della solitudine, se insieme ti mostro le noje e le miserie di quelli, che fra la moltitudine vivono, e questo farò transcorrendo li esercizj e le faccende degli uomini, che in l’una e l'altra vita compiscono li loro giorni, quegli in pace e in tranquillità, quest' altri in affanno e in solicitudine. Egli è noto e manifesto a ciascuno questo fondamento e principio del nostro trattato, che la vita solitaria si estende ad uno ozio lieto e consolato, e l' altra a faccende triste e rincrescevoli; e se forse caso alcuno forza di natura e di fortuna mostrasse il contrario, benché cosa molto rara e quasi monstruosa fusse, tuttavia se accadesse questo, non mi vergognerò di mutar opinione, né averò paura di preponere la jocunda e oziosa frequenzia alla trista e affannosa solitudine, però ch'io non lodo solamente lo nome della solitudine, ma li beni che in essa sono; né tanto mi dilettano li secreti e remoti luochi e taciturni, quanto le cose che in essi abitano, cioè riposo, ozio e libertade. »

 

Subito dopo, forse memore della lezione aristotelica, per la quale chi può fare a meno della socialità è bruto oppure più che uomo, Petrarca si affretta a precisare:

 

« Né anche son tanto inumano, ch' io abia in odio gli uomini, quali per comandamento di Dio io sono obligato di amare come me stesso, ma ben ho in odio i peccati loro e prima li miei, e gli affannosi pensieri e le solicitudini, che abitano fra li popoli. »

 

Insomma, il fil rouge che attraversa le riflessioni fin qui svolte sulla solitudine e sulla sua capacità di rigenerarci sembrano legate al migliore utilizzo del tempo che, trovandoci in tale condizione, possiamo fare, soprattutto nella sfera privilegiata dello studio e del pensiero. Sono condivisibili, per un verso. Se però il terreno si sposta sulla solitudine degli ultimi, degli emarginati, dei disperati, naturalmente il discorso cambia – richiedendo la messa in campo di politiche efficaci –, lo leggiamo nelle cronache di questi giorni e ne seguiamo gli sviluppi attraverso i programmi televisivi. Save the Children ha condotto un’indagine dal titolo emblematico, “Non da soli”, nella quale evidenzia una crisi sociale senza precedenti: il 77% delle famiglie già fragili ha già visto cambiare la propria disponibilità economica. Circa il 64% ha ridotto l’acquisto di beni alimentari. Dopo il Coronavirus un milione di bambini in più rischiano di cadere in povertà assoluta. La fila alle mense per i poveri si è allungata a dismisura. L’auspicio è che nel silenzio irreale delle nostre città, all’ombra delle chiese chiuse per necessità e dei luoghi della movida diventati irriconoscibili, dopo la sospensione delle normali attività e l’attuale deserto, in pieno crollo dei miti del progresso fine a se stesso, la vita che, come sempre, con la sua forza rinascerà, ci indichi una nuova direzione, sulla quale già filosofi ed esperti si stanno interrogando. E avremo fallito, se, come suggerisce Scola, non rimetteremo al centro la persona. Il tempo da dedicare alla cura di noi stessi, del prossimo e anche dell’ecologia. Di prenderci le nostre responsabilità sul pianeta che ci ospita. Di capire perché, prima della pandemia, la nostra società è diventata più triste e litigiosa. Discorsi sociali e politici, certo: ma con una base filosofica molto molto forte. Di questo siamo sicuri: anche gli studi e la filosofia usciranno fortemente rinnovati da questa fase della storia.

 

5 maggio 2020