La Natura di Lars Von Trier in Antichrist

 

Il film più realista del regista, un film in cui la razionalità è lasciata da parte per far posto all’irrazionalità. Qui un tentativo di comprendere la concezione della Natura del regista, attraverso l’analisi della trama.

 

di Nicholas Parolin

 

 

PROLOGO

 

Il film inizia sulle note di Lascia ch’io pianga di Händel con delle scene in bianco e nero raffiguranti l’amplesso dei due protagonisti mentre il loro unico figlio, attratto dalla neve, precipita tragicamente dalla finestra. L’espressione di piacere nei volti dei protagonisti, per un attimo, sembra passare in secondo piano, arriva al culmine nel momento esatto in cui avviene il tragico evento, trasfigurando poi in espressioni di dolore. I nomi dei tre mendicanti (Grief, Pain, Despair) appaiono sulle statuette che il bambino getta a terra prima di cadere dalla finestra, un frammento anticipatorio di quello che accadrà nel film. La morte dell'infante è un fatto su cui i protagonisti non hanno potere (loro non fanno, quindi muore il bambino) e, contemporaneamente, un fatto che avrà potere sui protagonisti.

 

CAPITOLO 1: Grief

 

Dopo l’evocativa sequenza in bianco e nero, il film comincia a mostrarci la relazione tra i due protagonisti, Lei in preda alla disperazione, Lui, psicologo, intento ad affrontare la situazione razionalmente e, apparentemente, non mostrando alcun dolore, decide di sottrarre la moglie (caduta in una forte depressione) dalle cure ospedaliere, per curarla attraverso un percorso di recupero. Già in questo primo capitolo ci viene mostrata la disarmonia delle due parti, rappresentata attraverso il confronto dei due antipodi razionalità - irrazionalità, personificati rispettivamente dal marito e dalla moglie. A questo punto viene fornita una prima immagine della natura come inquietante e misteriosa agli occhi della donna, che identifica le sue paure nella foresta di Eden (nome non scelto a caso), dove i due possiedono una baita, e dove decideranno di recarsi per affrontare tali paure.

In conclusione del capitolo fa la sua apparizione la prima delle tre fiere: il daino, simbolo del lutto, il quale cela sul dorso il feto di un cerbiatto mai nato.

 

 

CAPITOLO 2: Pain - Chaos Reign

 

I tentativi di terapia del marito nei confronti della moglie continuano, ma sembrano non portare alcun cambiamento allo stato psicologico e mentale della moglie, la quale cade in una sofferenza sempre più profonda. Quando immersa nella natura, la ragione, comincia a collassare, e questo ci viene mostrato da decadenti e mortuarie personificazioni della natura stessa che si mostrano a Lui, nel tentativo di superare il trauma della morte del figlio. 

La ragione sta cedendo.

Appare la seconda fiera, una volpe, che simboleggia il dolore fisico, intenta a dilaniare la propria carne recitando « il caos regna ».

 

 

 CAPITOLO 3: Despair

 

Scopriamo che la Natura tanto temuta dalla lei è una Natura intrinseca a lei stessa. Per comprendere questa evoluzione vi è un flashback sulla sequenza iniziale, dove avremo modo di constatare che la donna vede il bambino salire sul mobile, prima, e cadere nel vuoto, poi, spiegando il maggiore dolore della donna rispetto a quello dell’uomo, e la sua intenzione di purificare le fonti di piacere di quell’atto attraverso mutilazioni corporee prima al marito, e poi a sé stessa. Inizia, infatti, il martirio della donna ai danni del marito, e sarà di una cruenza spropositata.

La ragione verrà fagocitata dal caos. 

Alla fine di questo capitolo, apparirà la terza e ultima fiera: il corvo, personificazione della disperazione.

 

 

CAPITOLO 4: Three Beggars

 

Lui, ferito ed agonizzante, osservando il cielo, riconosce la costellazione dei tre mendicanti composta dalle figure delle tre fiere incontrate precedentemente. Costellazione inesistente, ma che sottolinea l’inevitabile trionfo dell’irrazionalità sulla razionalità, e quindi della Natura sulla Ragione, trionfo evidenziato dalla reazione fisica di Lui alle violenze subite, che si esaurirà con l’uccisione di Lei.

Al termine di quest’ultimo capitolo, seppur l’uomo sarà riuscito ad aver salva la vita, la sua esistenza sarà esaurita, la ragione si scoprirà annichilita, estinta.

 

EPILOGO

 

L’epilogo dell’opera richiama stilisticamente il prologo. L’uomo, ormai distrutto, si allontana dalla baita, mentre centinaia di donne compaiono indirizzate verso il luogo di dolore da cui egli scappa: l’Eden.

 

I nomi dei protagonisti non vengono comunicati, perché, sostanzialmente, ne sono privi, non sono nemmeno protagonisti: sono modelli universali, siamo tu ed io, rendendo il tutto una metafora della vita umana. Fondamentalmente, Von Trier descrive caratteri, emozioni, pathos, con l’assenza di azione e di azioni, poiché su tutto agisce l'emotività dei personaggi come causa dei loro comportamenti, a loro volta conseguenze degli avvenimenti che li sconvolgono. Sebbene le tematiche affrontate da questo film siano molteplici, la concezione del regista della natura che vuole far trasparire in questa apoteosi di dolore, è quella di una Natura maligna, leopardiana, dove non agisce Dio, ma la presenza della morte, della non-esistenza, che può manifestarsi soltanto attraverso l'esistenza di chi, chiaramente, non è morto«La natura è la chiesa di Satana», afferma infatti Lei, personificazione della Natura, dell’irrazionalità, in contrapposizione a Lui, uomo pensante e razionale. Una natura che, secondo il regista, è nettamente superiore alla razionalità, la quale inevitabilmente si sottomette impotente al Caos, facendo così trasparire il vero carattere dell’uomo (chiaro segno della depressione del regista).

Chiave è il dialogo tra i due:

 

« La natura non può farti del male, è tutto quel fogliame là fuori »

« No, è molto più di questo, è all’esterno ma anche dentro »

 

Infatti, nel tentativo del marito di scavare a fondo nelle paure della moglie, si finisce con l’identificare la paura della donna prima nella Natura, poi in Satana, e infine in lei stessa, sottolineando che, di fatto, questa triade è un tutt’uno.

 

 

Lodevole, inoltre, è il climax visivo ascendente, volto a sottolineare la costante e sempre più soffocante presenza della natura in relazione allo sviluppo caratteriale dei due personaggi. Essa passa infatti dall’essere un piccolo vaso di fiori posto su una mensola della clinica ospedaliera, ad una presenza più invadente nella digressione psicologica della moglie durante la seduta di psicoterapia, ed identificata come una selva dantesca nella quale Lei, pian piano, vi si sta addentrando; ad una natura totalmente avvolgente ed opprimente in Eden. In quest’ultimo, inoltre, si può notare un cambiamento di connotazione, inizialmente identificato come un luogo pacifico e rilassante, tramutato poi in un labirinto di paura.

 

 

Tutto ciò viene enfatizzato da una resa cromatica che rispecchia l’interiorità dei due protagonisti, e con l’utilizzo della camera a mano da parte del regista (lui stesso fondatore del Dogma 95), per coinvolgerci maggiormente e facendoci assistere impotenti agli avvenimenti, infondendo in noi una sensazione di disagio sempre maggiore nel corso della pellicola.

D’obbligo è invece il confronto con l’opera leopardiana Dialogo della Natura e di un Islandese, con la quale la pellicola condivide l’infausto destino della ragione e dell’uomo, e la concezione stessa della Natura identificata come Caos. Tuttavia, la concezione Trieriana della stessa spinge ancor di più i limiti del pessimismo leopardiano, superandolo e portando l’uomo in un labirinto in cui però, non vi è via d’uscita.

Antichrist è il primo film della cosiddetta Trilogia della Depressione composta inoltre da Melancholia (2011) e Nymphomaniac (2013), trilogia in cui la concezione della natura subisce dei cambiamenti di connotazione importanti in relazione allo stato psicologico del regista. Non a caso in Melancholia, sebbene la natura venga rappresentata sempre come malvagia, grazie anche alle parole di Justine poco prima del tragico evento («La Terra è cattiva. Non dobbiamo addolorarci per lei. Nessuno ne sentirà la mancanza») viene introdotta la connotazione di bellezza, la quale è intrinseca alla natura stessa, nonostante le sue intenzioni distruttive.  

Infine, con Nymphomaniac, il regista si riconcilia con la natura, segno di una depressione da poco superata, visibile in una scena di terapia di gruppo nel capitolo 7, intitolato, non a caso, Mirror, in cui la protagonista, rifiuta l’idea della dipendenza dal sesso e si dichiara orgogliosa di essere una ninfomane. Nel bene e nel male, è ciò che è, è la sua natura, non una malattia o un disturbo. E con questo, Von Trier è tornato.

 

13 marzo 2020

 




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