Melancholia

 

Il film è un elegante apocalittico del 2011 firmato Lars Von Trier. Ripercorrendone la storia, chiediamoci: qual è la filosofia di questa fine del mondo? Quale la visione escatologica del controverso regista danese?

 

di Giulia Bertotto

 

 

La prima scena si apre sul viso cereo di una donna bionda, Justine, dopo qualche secondo di questo primo piano, alle sue spalle una lentissima caduta di carcasse di uccelli, una moria già presagio di sventura per ogni creatura delle acque e delle foreste. Un cavallo nero lucido si accascia sotto quella che sembra un’aurora boreale, mentre sarà un tramonto alieno senza mattino. Sullo sfondo di un castello da fiaba due colossi planetari, la Luna e Melancholia, questo mostro spaziale, un gigantesco pianeta in rotta di collisione con la terra.

 

Parte I JUSTINE

 

Justine è una splendida sposa, ha ottenuto una promozione nella sua carriera in campo pubblicitario e questa è la sua prima notte da moglie di un uomo che la ama immensamente. Ma non è nuova a comportamenti incostanti e atteggiamenti dissociati.

 

Al ricevimento si vocifera di un pianeta che si avvicinerà alla terra e donerà uno spettacolo sensazionale. Nessun pericolo secondo la scienza, ma un evento mozzafiato. Durante la cerimonia sua madre sbotta in un’esibizione di cinismo e infelicità coniugale, e il padre tra un bicchiere e l’altro si dà a scherzi imbarazzanti. Viene proposto un giocoso arcano: indovinare il numero preciso di fagioli contenuti in una bottiglia. Clelia, la sorella di Justine, cerca di tenere le redini di questa famiglia di svitati. Justine osserva il cielo, si sente attratta da questa grande sfera blu, si sente ammaliata e catturata. Lei è sensibile all’influenza di questo pianeta che sta per abbattersi sulla terra perché la sua instabilità emotiva la rende ricettiva al dramma che sta per consumarsi. Justine ha il fiuto dei cani, l’istinto dei cavalli, la percezione tattile dei rettili. Le sue dita sono catalizzatori di elettricità, di saette e fulmini; il cielo si sta contorcendo, la terra si sente schiacciata, l'atmosfera è oppressa dalla gravità mortifera, dall’energia oscura di Melancholia. Justine vive un senso di fusione panica che la sintonizza sulla frequenza della fine del mondo.

 

Justine è sedotta e ipnotizzata dal cielo stellato in cui incombe questa minaccia, non inizia a sospettare o pensare che quel pianeta si schianterà sulla terra, inizia a sentirlo. Passa dall’euforia alle più oscure sensazioni premonitrici di morte planetaria. Tutti i suoi parenti credono che sia la solita Justine con le sue oscillazioni emotive, ma stavolta il suo bipolarismo non è un’alienazione psichica, coincide con il destino della terra. La sua depressione è presentimento energetico, la vitalità del mondo sta mutando, la sua forza vitale sta collassando sotto l’influenza del corpo celeste in avvicinamento. Justine non è dissociata, stavolta è l’unica connessa, connessa direttamente con l’apocalisse.

 

 

Non nasceranno figli da questi giovani sposi, non c’è futuro per questa coppia. Justine è radiosa poi irascibile, delira di fili grigi che la attanagliano, si abbandona nella vasca da bagno mentre i commensali la attendono per brindare al suo matrimonio. È sempre più avulsa dalle convenzioni sociali, sciolta dalle regole formali. Justine balla da sola, ed è una danza funebre durante le sue nozze, un commiato struggente nel giorno più felice per una donna innamorata.

 

Un matrimonio è una celebrazione di fertilità, di nuova vita, auspicio di prole sana, e promessa di fedeltà. Ma la depressione, anticamente chiamata anche malinconia, è un pianeta incontrastabile che si scaglia addosso a tutta la voglia di vivere, e che il mondo non può arginare. Così la notte più romantica della sua vita, Justine fa sesso con un ragazzo, uno qualsiasi, purché sia un gesto di disprezzo verso il mondo e al tempo stesso verso la fine del mondo. Stanotte è la pazza ad avere ragione.

 

Parte II CLAIRE

 

Dedicata a Claire, la sorella posata e ragionevole, che ricuce i guai della madre disillusa e della sorella dalla psiche labile. Clelia inizia ad essere spaventata da questo avvicinamento transplanetario ma suo marito, uomo di scienza, la rassicura; gli esperti seri dicono che la terra sarà illesa e gli spettatori terrestri resteranno sbalorditi.

 

Nel castello ormai lasciato dagli invitati, restano Clelia, suo marito John, il loro bambino e Justine, che ormai non riesce a reggersi in piedi. È sprofondata in uno stato catatonico, l’anticipo di un letargo planetario per tutti i terrestri. Lo stato di gioia infantile e di disperazione cupa che caratterizza sempre questo personaggio è amplificato dal pianeta prossimo allo schianto; a tratti è perfino sollevata che il suo nichilismo profondo sia finalmente compiuto dalla deflagrazione che verrà, e allo stesso tempo è così afflitta per il mondo a cui a suo modo è attaccata, per la vita che comunque ama. Il dolore di quell’amore filiale mai accolto da sua madre è la fonte dei suoi poteri sensitivi, della sua capacità di connettersi con le energie del cosmo. Il pranzo è un tentativo di normalizzare la situazione ma è un pasto mortifero penoso. Clelia ha preparato il polpettone, il piatto preferito di Justine che con uno sforzo sovraumano lo infila in bocca. Lo sputa e piangendo dice «sa di cenere». In questa frase tutta la mostruosità raccapricciante dell'ultim'ora, lei sente il sapore della morte terrestre, le ceneri della natura intera.

 

I cavalli si imbizzarriscono, e la donna con l’istinto di un animale e l’intuito di una moderna sibilla, entra in risonanza con la sorte di ogni pianta, insetto o mammifero, e soprattutto del suo nipotino. Entra in risonanza con la depressione del suo pianeta per cui prova una straziante tenerezza e un viscerale disgusto. Come uno gnostico greco o un manicheo iraniano, Justine vorrebbe liberarsi del mondo e della materia che è cattiva, e insieme rimanerci avvinghiata, baciare, ballare, andare a cavallo e fare l’amore.

 

Nella notte Clelia segue la sorella che vaga per la tenuta e la scopre nuda sulla riva di un piccolo fiume. Orgogliosa e formosa, Justine esibisce il suo corpo al cono di luce blu di Melancholia, offre la sua carne lattea di femmina ad un raggio di luce cobalto e argento. Esplode la sua sensualità come rito di congedo dal mondo, un erotico addio all’esistenza. Suprema scena pittorica la donna si immola alla devastazione cosmica che avanza. Come se invitasse il disastro a prenderla, a possederla, a farla sua in un orgasmo definitivo.

 

Come una beghina, eretica medievale in lotta con l'esistenza materica, dice a Clelia ormai terrorizzata «la terra è cattiva, non dobbiamo addolorarci per lei, nessuno sentirà la sua mancanza» e «io so che siamo soli»; per dimostrarle che non c’è alta vita intelligente nell’universo le rivela il numero esatto di fagioli della bottiglia.  

 

 

John si suicida, non può sopportare il fallimento della scienza, vedere negato il futuro al suo bambino, ascoltare l’inconsolabile strazio della moglie, la quale deve accettare che il suo piccolo venga ucciso con tutto il creato, assassinato dall’universo e morire con la terra intera. Quel figlio morirà con tutti gli scoiattoli del bosco, con i cavalli nella stalla, con tutti gli animali liberi nelle praterie e gli uomini nei palazzi e nelle città.

 

Clelia nel panico tenta la fuga ma non c’è luogo dove salvarsi. Le macchine non partono, il campo magnetico è impazzito, gli insetti escono frenetici dal suolo. Come sopportare la morte del proprio figlio, del pianeta che è la famiglia quando anche la vita altrove è negata?

 

Ma Justine ha un’idea: una grotta magica. Si può costruire il triangolo energetico degli ultimi terrestri, una capanna di bastoni in cui accogliere l’inaccettabile. Un tempio di arbusti dove trovare la forza di sottomettersi all’irreversibile, dove risparmiare il panico a un bambino innocente. Anche se sulla terra, vera innocenza non si dà. Justine sarà per questo nipotino la madre davvero adulta che lo proteggerà dalla grande depressione, dal grande abbandono del mondo, come sua madre non ha fatto con lei. Justine reintegra il conflitto con sua madre, mentre in un immenso bagliore, Melancholia precipita.

 

Non sappiamo che tipo di speranze Von Trier riponga nell’esistenza, visto che non solo Justine afferma che la terra è cattiva, ma che altrove non c è vita, dunque intelligenza o bontà. Forse la terra viene punita, ma almeno questo avrebbe una logica catartica, una fenomenologia provvidenziale. Invece questo per Von Trier non sembra esserci. Quella del regista danese è una fine del mondo elegante, un film apocalittico raffinato ma maestoso, un’epica di morte ma traboccante di forme di vita, una marcia funebre di criniere, alberi e lampi, suonata dall’orchestra della potenza della Vita.

 

5 gennaio 2020