La produzione sublime dell'arte

 

L'arte non deve essere mera ri-produzione di ciò che è ma produzione che tende all'universale.

 

V. Van Gogh, "La camera di Vincent ad Arles"
V. Van Gogh, "La camera di Vincent ad Arles"

 

Sembra evidente che la poesia, la pittura, l'arte dunque, non possano solo descrivere, non possano solo ri-produrre pedestremente il reale. Ciò che l'arte produce sulla tela, sul foglio di carta, attraverso le parole o attraverso i colori non può in alcun modo essere ciò che è, Platone stesso lo afferma. Non può perché è inevitabilmente diverso da ciò che è e proprio per questo non può limitarsi a imitare il reale ma, a partire da ciò che è, deve cercare di dare un significato a ciò che ancora è nascosto

 

 

 

 

« Che cosa, straniero, potremmo dire che sia un'immagine, se non l'oggetto fatto a somiglianza di quello vero, diverso, ma simile? » (Platone, Repubblica)

 

Infatti, perché una cosa possa essere identica a un'altra dovrebbe essere quella stessa cosa, ciò è impossibile perché già l'essere due impedisce fin da subito l'essere identico. Ecco quindi che si parla di ri-produrre, produrre di nuovo "quella cosa", produrre “ancora lo stesso”, anche se sappiamo che non sarà “quella cosa”. E il termine poesia, allora, che deriva dal greco ποιεω, che significa produrre, cosa fa? Produce? Ma cosa? Si limita solo a ri-produrre il reale? A produrre qualcosa che è già? Ma che senso avrebbe?

 

Siamo d'accordo con Platone che l'arte imita la natura, che a sua volta è immagine di qualcosa di più grande, ma ciò non significa che l'arte non possa dire nulla, che sia mera imitazione, mera ri-produzione

A questo proposito ripensiamo alla figura di Omero o più in generale alla figura dell'aedo nell'antica Grecia. La cecità era una delle caratteristiche fondamentali del poeta, proprio perché c'era l'idea che egli fosse il tramite tra la divinità e il popolo, e che quindi non avendo la vista avesse la capacità di vedere qualcosa di più grande, di andare oltre l'apparenza. È questo forse il compito dell'artista, e cioè quello di osservare la realtà e attraverso questa analisi dare il significato di ciò che vede, di ciò che sente, di ciò che percepisce. L'arte è in stretta connessione con la sfera della percezione: i poeti cantano i sentimenti, i pittori li raffigurano. La cecità dell'artista non è altro che il suo “non vedere l'apparenza”, il suo andare oltre l'apparenza per cercare di portare a manifestazione ciò che è nascosto, ciò che non vediamo davvero. Anche i poeti come i filosofi ricercano il vero, sebbene in maniera diversa. 

 

 

Aristotele nel libro A della Metafisica afferma che: 

 

« l'esperienza è conoscenza dei particolari, mentre l'arte è conoscenza degli universali; ora, tutte le azioni e le produzioni riguardano il particolare: infatti il medico non guarisce l'uomo se non per accidente, ma guarisce Callia o Socrate o qualche altro individuo che porta un nome come questi, al quale, appunto, accade di essere uomo. » 

 

 

G. Reale nel commento al testo, ritiene che “accidente” si avvicini maggiormente al termine: “indirettamente” nel senso che «il medico cura direttamente Callia e indirettamente l'uomo, perché cura Callia che è uomo». Pensandoci, se accostiamo questa spiegazione, usata per la medicina, alla poesia, all'arte in generale, ci accorgiamo che anch'essa tratta del singolo rivolgendosi poi all'universale. Un esempio può essere il fatto che poeti di secoli fa hanno parlato di loro stessi, di uomini che conoscevano, con cui avevano a che fare in quel momento, ma indirettamente sono riusciti a parlare anche delle generazioni a loro successive. L'arte è un sapere che tende al vero anche se in grado inferiore rispetto alla filosofia. L'arte porta a manifestazione ciò che si percepisce, ciò che il singolo percepisce, riuscendo a dare un carattere universale. Il poeta produce sentimenti di se stesso, di Tizio e di Callia, ma allo stesso tempo riesce a parlare dell'uomo; l'artista “fa sentimenti” in modo diverso – altrimenti tutti potremmo scrivere poesie – da come noi li viviamo, nel senso che li produce in modo nuovo, non ri-produce soltanto, ma produce qualcosa in cui tutti si possono riconoscere, mondi in cui tutti possono abitare. Il pensiero non può vivere senza l'arte per il semplice fatto che l'arte coltiva il sentimento – parte a cui esso è legato – nelle parole, nei colori, nel marmo. 

 

Michelangelo, "Pietà di S. Pietro"
Michelangelo, "Pietà di S. Pietro"

 

Che senso ha dipingere, o scrivere solo ciò che vediamo?

Si chiede Platone nella Repubblica se l'arte si ponga come «una imitazione di quel che appare o di quel che veramente è?» e viene affermato che l'arte è imitazione di quel che appare, della copia della copia, e per questo «è lontana dal vero […]. Se è un pittore di valore, potrebbe trarre in inganno bambini o uomini ingenui, ritraendo un falegname e mostrandolo loro ad una certa distanza, inducendoli a credere che si tratti di un falegname in carne ed ossa». Ciò è vero nella misura in cui l'arte sia solo imitazione sia solo ri-produzione: quelle “poesie” che con parole ricercatissime si limitano solo alla pura descrizione nel senso di mera imitazione del reale; oppure quelle poesie smielate, che pretendono di ricevere l'appellativo di romantiche ma che in realtà sanno solo di zucchero filato; quelle poesie che blaterano sentimenti, agghindate da frasi fatte. Ecco, se la poesia si dimentica della sua natura produttrice, allora ha ragione Platone, perché in quel caso vivrebbe solo di apparenze: la mera imitazione non vuol dire nulla, proprio perché ciò che è non deve essere ri-prodotto ma deve essere scoperto. E quella grandissima poetessa che è Wisława Szymborska ce lo insegna:

 

Disattenzione 

 

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.

Ho passato tutto il giorno senza fare domande,

senza stupirmi di niente.

 

Ho svolto attività quotidiane,

come se ciò fosse tutto il dovuto.

 

Inspirazione, espirazione, un passo dopo l'altro, incombenze,

ma senza un pensiero che andasse più in là

dell'uscire di casa e del tornarmene a casa.

 

Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,

e io l'ho preso solo per uso ordinario.

 

Nessun come e perché – 

e da dove è saltato fuori uno così – 

e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

 

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro

oppure

(e qui un paragone che mi è mancato).

 

Uno dopo l'altro avvenivano cambiamenti

perfino nell'ambito ristretto d'un batter d'occhio.

 

Su un tavolo più giovane, da una mano d'un giorno più giovane,

il pane di ieri era tagliato diversamente.

 

Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,

poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

 

La Terra girava intorno al proprio asse,

ma già in uno spazio lasciato per sempre.

 

È durato 24 ore buone.

1440 minuti di occasioni.

86.400 secondi in visione.

 

Il savoir-vivre cosmico,

benché taccia sul nostro conto,

tuttavia esige qualcosa da noi:

un po' di attenzione, qualche frase di Pascal

e una partecipazione stupita a questo gioco

con regole ignote.

 

13 novembre 2020