Il paradosso della felicità

 

La strada che porta alla felicità è tortuosa e difficile da percorrere, a tal punto da essere considerata alla portata di pochi. Ma chi sono questi pochi? Molte volte si tende a considerare i ricchi gli unici in possesso della felicità. Analizzando recenti studi sul rapporto tra ricchezza e felicità, questa convinzione non può che essere smentita.

 

di Davide Zambon

 

 

La definizione di felicità e la sua ricerca sono un interrogativo che da sempre occupa la mente umana e che da secoli vede impegnati filosofi, intellettuali e scienziati in un dibattito che rimane acceso per cercare soluzioni e risposte. La filosofia greca fu la prima a dare un contributo importante allo sviluppo del pensiero in questo ambito. Socrate individua nella “cura dell’anima” lo scopo ultimo nella vita di ognuno, che inevitabilmente porta a un’esistenza felice, da ricercarsi quindi nella saggezza e nella conoscenza. Anche Platone e Aristotele si allineano alla posizione di Socrate, facendo coincidere la felicità alla virtù, raggiungibile mediante una vita “secondo ragione”. Epicuro, invece, attribuisce molta importanza al piacere, considerato il motore che indirizza le nostre azioni e scelte. Questa prospettiva, sebbene possa sembrare in contrasto con quelle precedenti, non nega l’importanza della saggezza e della ragione, che sono fondamentali per limitare i desideri dell’uomo e allontanarlo dai bisogni non naturali e non necessari. Oggi il pensiero riguardo questo tema è profondamente cambiato e appare nettamente in contrasto con le posizioni dei filosofi greci appena citati: concetti come virtù, morale e verità non regolano più l’agire umano e ogni sorta di conoscenza al di fuori dell’ambito economico-finanziario non è più considerata necessaria per il raggiungimento della felicità, da ricercarsi invece nella ricchezza. Il capitale è diventato il nuovo valore da perseguire grazie all’immenso potere economico che può garantire. 

 

Il lusso e lo sfarzo sono stati ricercati da molte persone in ogni epoca, ma ora, più che mai, la ricchezza e i beni materiali sono considerati una condizione necessaria per vivere una vita felice, cullata possibilmente da successo, fama e buona reputazione. Il comune desiderio di prosperità economica e la stima verso chi possiede un ingente patrimonio sono la prova di come il denaro sia considerato un bene di valore universale e assoluto, capace di rispondere a qualsiasi bisogno ed esigenza.

 

Anche l’economia, ovviamente, segue la linea che attribuisce una marcata importanza al denaro. Il progresso e la crescita economica sono l’obiettivo primario di ogni stato, ai quali segue l’incremento del prodotto interno lordo e del reddito pro capite. Tutta questa attenzione posta sull’economia è dovuta alla generale convinzione che il benessere della popolazione sia una diretta conseguenza del miglioramento delle condizioni economiche di ogni cittadino. Su questa idea si basa la concezione che la ricchezza conduca alla felicità e, proprio per questo motivo, il suo possesso è ciò a cui molti aspirano. La relazione tra ricchezza e felicità è un ambito che suscita l’interesse di molti scienziati. Colui che, per primo, diede impulso a questo tipo di studi fu Richard Easterlin, professore di economia all’Università della California meridionale e membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze, che formulò un famoso paradosso sulla felicità noto come Paradosso di Easterlin. Secondo tale economista, all’aumentare del reddito e del benessere economico corrisponde un incremento della felicità umana, ma solo fino ad un certo punto, poiché essa sarà destinata a diminuire seguendo una curva a U rovesciata.

 

Analizzando il grafico si nota che la condizione di povertà è associata all’infelicità. Ciò accade perché i poveri devono impiegare tutto il loro tempo e le loro risorse per provvedere ai bisogni primari (fame, sete, ecc), senza lasciare spazio ad altri tipi di desideri o ad attività piacevoli. Risulta pertanto inevitabile che, in una condizione di povertà, l’aumento del reddito si traduca in un maggiore benessere.


 

Se si oltrepassa la soglia che corrisponde al soddisfacimento di tutti i bisogni essenziali, l’andamento del grafico si inverte e la maggiore ricchezza si trasforma in infelicità. Per comprendere meglio il paradosso di Easterlin è possibile ricorrere a tre diverse spiegazioni.

 

1ª spiegazione

Una prima spiegazione si basa sulla teoria dell’adattamento, secondo la quale, quando acquistiamo un nuovo bene, la felicità che ne deriva sarà solo temporanea poiché, dopo un breve periodo di tempo, il nostro benessere ritornerà al livello iniziale. Quando compriamo qualcosa che desideriamo fortemente proviamo un sentimento di soddisfazione provocato dalla “novità” che un nuovo oggetto porta con sé. Questo senso di soddisfazione e benessere in breve tempo svanirà poiché ci saremo adattati alla nuova condizione e l’oggetto acquistato in precedenza non rappresenterà più una novità. Ecco il motivo per cui si ripresenta sempre in noi il desiderio di acquistare qualcosa di nuovo, ovvero per inseguire quella breve sensazione di benessere che un nuovo oggetto comporta, secondo un fenomeno chiamato “treadmill economico”. Allo stesso modo, un aumento di reddito produce un miglioramento del benessere solo nel breve periodo, dopo il quale la felicità torna al suo livello base.

 

2ª spiegazione

Una seconda spiegazione del Paradosso di Easterlin è l’innalzamento del nostro livello di aspirazione al consumo. L’incremento del reddito comporta un aumento dei desideri dei consumatori, i quali dovranno soddisfare ogni loro pretesa per mantenere costante o migliorare il livello di soddisfazione di partenza. Accade quindi che, nonostante un aumento di reddito, il livello di benessere rimanga costante poiché l’aumento delle aspirazioni lo ha annullato a causa del maggior numero di beni. Per esempio, l’acquisto di una nuova berlina provocherà inizialmente un aumento della nostra felicità, dovuto al comfort della nuova auto e alla soddisfazione per aver realizzato un nostro desiderio. Successivamente, però, con la crescita del reddito saranno aumentate anche le nostre aspirazioni sull’auto ideale. In questo modo, il livello di felicità finale sarà pari a quello di quando guidavamo un’auto semplice ed economica.

 

 

3ª spiegazione

Vi è una terza ed ultima spiegazione basata sugli aspetti posizionali. Quando acquistiamo un nuovo oggetto, il benessere che ne traiamo dipende soprattutto dal valore relativo del prodotto, ovvero da quanto esso differisce da quello degli altri. In altre parole non conta quanto abbiamo, ma quanto abbiamo rispetto agli altri. Per esempio, se sul posto di lavoro ci viene proposto un aumento di stipendio inferiore a quello di un collega, il nostro reddito aumenterà, ma la soddisfazione sarà inferiore a causa del maggior guadagno e successo del nostro collega.

 

L’adattamento alle nuove condizioni economiche, l’aumento delle aspirazioni personali e il valore relativo dei beni materiali fanno vacillare la concezione di felicità che si è sviluppata nell’ultimo periodo. Un’efficace sintesi di quanto detto è fornita dal celebre filosofo Arthur Schopenhauer:

 

« È difficile, se non impossibile, determinare i confini dei nostri desideri ragionevoli riguardanti il possesso; perché, sotto questo riguardo, la soddisfazione di ogni singolo individuo si riferisce a un valore che non è assoluto, ma soltanto relativo, vale a dire al rapporto fra quello che uno vorrebbe avere e quello che ha; e l’entità del possesso è, di per se stessa, un elemento privo di significato, come il numeratore di una frazione senza denominatore. Se uno non si è mai sognato di aspirare a certi beni non ne sente assolutamente la mancanza, è, anzi, pienamente soddisfatto anche senza di essi, mentre un altro, che è cento volte più ricco di lui, si sente infelice se gli manca uno solo di quelli che desidererebbe possedere. » (A. Schopenhauer, Aforismi per una vita saggia)

 

Non potendo garantire uno stato di felicità duratura, beni materiali e denaro necessitano di essere continuamente rinnovati e aumentati attraverso una lunga e affannosa rincorsa in cui vengono impiegate tutte le energie fisiche e mentali. La filosofia epicurea, al contrario, propone uno stile di vita volto alla ricerca di una “tranquillità dello spirito” e suggerisce di ricercare la felicità nel piacere stabile provocato dall’assenza di turbamenti, dolori e frustrazioni, in modo da vivere in una condizione di quiete e serenità. Solo la saggezza e l’utilizzo della ragione possono indirizzarci verso i piaceri realmente utili e allontanarci da quelli che sono causa di un dolore maggiore. Non è la ricchezza, bensì la saggezza il bene più prezioso a cui aspirare.

 

« Ad ogni desiderio bisogna porre la domanda: che cosa avverrà se esso viene appagato? Soltanto l'accorto calcolo dei piaceri può far sì che l'uomo basti a se stesso e non divenga schiavo dei bisogni e della preoccupazione per l'indomani. Ma questo calcolo può essere dovuto solo alla saggezza. La saggezza è anche più preziosa della filosofia, perché da essa nascono tutte le virtù e senza di essa la vita non ha né dolcezza, né bellezza, né giustizia. » (Epicuro, Lettera a Meneceo)

 

Sicuramente la strada che porta alla felicità è difficile e tortuosa, ricca di insidie, ostacoli e sentieri alternativi che portano ad allontanarsi dalla meta desiderata. Risulta necessario non perdere mai di vista lo scopo a cui tutti ambiscono, ovvero l’ottenimento della felicità, e confrontare continuamente la propria posizione attuale con l’obiettivo finale. Di certo, denaro e beni materiali non corrispondono al tragitto che conduce a tale fine, ma sono solo una presunta scorciatoia che riporta al punto di partenza. Ciò non significa che i soldi non contino nulla, ma che il loro valore debba essere rivalutato. Aristotele scriveva: « È chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato: essa infatti ha valore solo in quanto utile, cioè in funzione di qualcos’altro.» Solo la saggezza di cui parla Epicuro, raggiungibile mediante uno spiccato senso di autocritica e un’attenta analisi dei propri bisogni, permette di sviluppare un accurato “calcolo dei piaceri” e comprendere in cosa consiste questo “qualcos’altro”, ricordando che, per essere felici, occorre come prima cosa non essere infelici, ovvero evitare di inseguire piaceri momentanei e illusori i cui effetti negativi sono maggiori di quelli positivi.