Didattica a distanza o distanza della didattica?

 

Esaurire la didattica, tutta la didattica, nell’infruttuosa retorica dello stare in presenza o a distanza, significa obliterarne la natura specifica: un contatto, un toccarsi reciproco di maestro e allievo, che non ubbidisce alla logica del possesso ma dello sfiorare. Un toccarsi, insomma, per lasciare andare, per spalancare linee di fuga ad ogni singolarità che accogliamo nell’incontro. Nella disponibilità dei corpi al congedo, si misura una didattica capace di stare all’altezza dell’inappropriabilità di ogni vocazione.

 

di Fabio Gabrielli

 

 

« Ti dirò, Socrate, rispose, una cosa incredibile, per gli dei, ma vera! Io in sommo grado progredivo quando sedevo proprio vicino a te, standoti accanto e toccandoti (kaì haptómenos). » (Platone, Teagete)

 

Il tempo virologico ha impresso un ulteriore ritmo di marcia alla digitalizzazione del mondo, con la didattica a distanza che ha scandito la vita scolastica innescando l’inevitabile dibattito tra fautori e detrattori di questo tipo di approccio.

 

Si sa, quando si parla di scuola, il vento della retorica si fa particolarmente impetuoso, sovente dell’argomento ne parlano quelli che dell’aula hanno solo sbiaditi ricordi di gioventù, mentre viene ignorato in modo sistematico chi respira ogni giorno la polvere del gesso, ne annusa il profumo, ne ascolta lo stridio sulla lavagna (anche nell’epoca tecnologica, il gesso conserva comunque il suo carattere di metafora incarnata).

 

La penetrazione delle nuove tecnologie anche nei processi educativi necessita di ragionamenti misurati, nel segno della sostenibilità antropologica, quindi di una formazione permanente capace ogni volta di ricalibrare la responsabilità delle nostre scelte sulla base di contesti sociali in continua mutazione.

 

Il sociologo Mauro Magatti fa del concetto di sostenibilità la chiave di lettura complessiva di un possibile riscatto della condizione umana dalla pretese della tecnofinanza di essere sufficiente a sé stessa quale crescita illimitata ed espansione senza limiti. In questo senso, Magatti parla di sostenibilità non solo in senso ambientale o sociale, ma anche umano, cioè dal punto di vista demografico, generazionale e formativo. Su quest’ultimo aspetto, che è quello che in questa sede ci interessa più da vicino, l’autore scrive:

 

« Da questo punto di vista, si può dire che la scuola è uno dei pilastri della sostenibilità: senza istruzione e senza educazione, ogni discorso sulla crescita futura non può reggersi. Ma subito si deve aggiungere che nemmeno la scuola basta più: per sostenere la velocità del cambiamento, le società avanzate hanno bisogno di strumenti di formazione permanente per evitare che le persone possano trasformarsi in scarti nel corso della loro vita. » (M. Magatti, Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro)

 

Non c’è dubbio alcuno che l’istruzione e l’educazione siano finalizzate non a produrre scarti, bensì a promuovere l’umano nella sua vocazione più propria, nella tensione creatrice che lo innerva, lo abita radicalmente.

Ebbene, la didattica a distanza sa produrre forme di educazione, di promozione delle specificità del singolo studente coinvolgendolo in un percorso aperto al confronto con gli altri studenti e gli insegnanti? Insomma, a riprodurre, sia pure in forme diverse, quella particolare aura che contrassegna l’ora di lezione?

Giorgio Agamben,  forse il filosofo italiano di maggior respiro internazionale, ha pochi dubbi:

 

« I professori che accettano – come stanno facendo in massa – di sottoporsi alla nuova dittatura telematica e di tenere i loro corsi solamente on line sono il perfetto equivalente dei docenti universitari che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista. Come avvenne allora, è probabile che solo quindici su mille si rifiuteranno, ma certamente i loro nomi saranno ricordati accanto a quelli dei quindici docenti che non giurarono. » (Giorgio Agamben, Requiem per gli studenti)

 

Agamben rimarca come le tecnologie digitali non sappiano affatto riprodurre quello che da sempre è il cuore caldo dell’insegnamento: la presenza di corpi che si contaminano, di sguardi che si cercano, di traiettorie carnali di fascinazione tra maestro e allievo. In termini stringenti: ove manca il toccare, la relazione è sfibrata e improduttiva.

Molte voci critiche si sono levate contro Agamben, soprattutto a fronte dell’eccessivo confronto con il regime fascista, ignorando, tuttavia, o fingendo di ignorare, l’uso dell’avverbio solamente presente nel testo citato sopra. Senza entrare nel merito delle accuse negazioniste, complottiste, ritiratiste, tecnofobe rivolte ad Agamben, ci sembra che quel solamente online sposti non poco i termini del dibattito.

 

Un’educazione che affidi in toto il proprio compito ai dispositivi tecnologici, è evidentemente destinata al naufragio, ma questo lo sappiamo almeno dai tempi della Lettera VII di Platone:

 

« Questo, però, posso dire sul conto di tutti quelli che hanno scritto o scriveranno e che affermano di sapere le cose di cui mi do pensiero, sia per averle udite da me, sia per averle udite da altri, sia per averle scoperete da soli: non è possibile, a mio parere, che costoro abbiano capito alcunché di questo oggetto. Su queste cose non c’è un mio scritto, né ci sarà mai. In effetti, la conoscenza di tali verità non è affatto comunicabile come le altre conoscenze, ma, dopo molte discussioni fatte su questi temi, e dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si accende dallo scoccare di una scintilla, essa nasce nell’anima e da se stessa si alimenta » 

 

Jacques-Louis David, "Morte di Socrate" (1787)
Jacques-Louis David, "Morte di Socrate" (1787)

 

Platone ci suggerisce come lo scritto non comunichi le verità filosofiche più alte, che, di contro, sono consegnate all’irripetibile momento della comunicazione orale tra maestro e allievo, cioè rinviano a quella particolarissima atmosfera che si crea all’interno di una classe in cui gli sguardi, i lampi che li attraversano, i gesti, le posture, le tonalità della voce, i silenzi che scandiscono un intero anno, interi cicli, permettono alle parole di germogliare, di fruttificare, di forgiare un’intera vita.

Dunque, la didattica a distanza, come lo scritto, può integrare o supplire, come durante la pandemia, i processi educativi, ma senza incontro, contatto, dialettica di corpi non si produce alcuna forma di vita, se non una sua controfigura spettrale.

Questo, nel contempo, non ci autorizza a parlare di dittatura telematica, sovranismo digitale, apocalisse informatica. 

In questo senso, le parole del linguista Giuseppe Antonelli mi sembrano assai ponderate:

 

« La prima volta che mi sono messo davanti al computer per cominciare una lezione a distanza, mi sono sentito terribilmente solo: temevo che dopo qualche minuto mi sarei messo a gridare aiuto […] Poi ho scoperto che, anche se non li riesco a vedere (forse proprio per quello), durante le lezioni gli studenti intervengono per iscritto più di quanto non facessero a voce in presenza. Quando ho iniziato a usare la piattaforma digitale messa a disposizione dalla mia università, mi sono accorto che potevo condividere materiali didattici di ogni tipo […], collaborare in  vari modi con gli studenti e renderli partecipi di vari tipi di progetto[…] Grazie ai compiti che le assegnano le sue maestre di quarta elementare, mia figlia ha cominciato a usare il computer per attività diverse da video e videogiochi e non ha più smesso di sperimentare[…] Ora ha scoperto che con tablet e computer si possono fare molte altre cose interessanti oltre a giocare. » (G. Antonelli, L’influenza delle parole).

 

Insomma, il digitale applicato ai processi educativi, di cui la didattica a distanza è solo una minima componente tecnica, non rinvia in modo semplicistico ad un aspetto ludico, ad una sorta di passatempo, ma rivela potenzialità creative rilevanti, che ci costringono a fare i conti con il nuovo, a metterci in discussione, a smarcarci dalle nostre abitudini. E si sa, fare i conti con il nuovo, comporta dei rischi, ma, come suggeriva Platone, il rischio è bello.

 

Al netto di queste considerazioni, rimane il cuore pulsante della questione educativa, che è fatto di un’edilizia adeguata, intrisa d’anima non di calcinacci, espressiva di spazi non di ripostigli, di insegnanti davvero riconosciuti come tali, di annullamento delle diseguaglianze, di trasmissione e ampliamento delle conoscenze, di capacità di colmare il ritardo tecnologico. Ma soprattutto di volti e di distanza.

L’altro, il volto dell’altro, si sperimenta sempre nella distanza, per cui ogni forma di insegnamento, come ogni forma di contatto, dovrebbe sempre essere a distanza, nel rispetto di quel mistero, di quel segreto infinito, che è poi il segreto del nome, che implica uno sfiorare, mai un possedere.

Per questo, l’insegnante è uno sfiorologo!

 

 

Nella prossimità assoluta, cioè la fusione di due fotocopie, la vocazione dell’altro, la sua forza creativa, le sue ideazioni vengono depotenziate, quando non annullate, riconvertite nella logica del mio io padronale oppure nella retorica del mettere la persona al centro o l’alunno al centro, come fosse un oggetto da misurare e calcolare.

Le retoriche della prossimità assoluta sono sovente impositive e violente, così come le posture erette, gerarchizzanti, autocentrate, rispetto alla geometria inclinata della pietas, del riconoscimento e dell’accoglienza (A. Caverero, Inclinazioni, Critica della rettitudine; B. Chul Han, L’espulsione dell’altro).

 

Dai talenti creativi ricercati dalla grandi aziende, non si richiede forse autonomia creativa, libertà di vocazione, ribellione al mondo in fotocopia, capacità di dire no alle prassi consolidate, alle regole ufficiali, ai protocolli uniformanti, quanto tutto questo finisce per produrre risultati fecondi per l’azienda stessa?

Scrive con la consueta lucidità Jean Luc Nancy:

 

« Tu non tieni niente, non puoi tenere né trattenere niente, ecco ciò che devi amare e sapere. Ecco che cosa ne è di un sapere d’amore. Ama ciò che ti sfugge, ama colui che se ne va. Ama che se ne vada. » (J.-L. Nancy, Noli me tangere. Saggio sul levarsi del corpo)

 

Il corpo altrui che incontriamo, a maggior ragione nella relazione tra insegnante e studente, non è mai il nostro corpo, non è mai una nostra proprietà, ma nel momento in cui si offre, già si è congedato, nel momento in cui si espone, già si sottrae.

Il problema, dunque, non è nel valore relativo o assoluto della didattica a distanza, semmai nella distanza della didattica, nella distanza di ogni relazione.

In altri termini, c’è relazione ogni volta che l’altro è riconosciuto nella sua vocazione, nella sua singolarità, nella sua autonomia, nel desiderio che lo abita, ogni volta unico, ogni volta inappropriabile.

 

Dovremmo, allora, pensare non semplicemente alla modalità di trasmissione del sapere, ma a costruire una civiltà della relazione, in cui l’altro, ogni altro da me, sia segno, testimone, custode della mia stessa fragilità di carne e, nel contempo, di una sua intangibile, singolare vocazione. 

 

 9 agosto 2021