Globalizzazione: morale o capitale?

 

Fino a quando il mondo sarà governato dal denaro le persone avranno sempre meno dignità e peso.

 

di Valentina Bonaldo

 

 

La globalizzazione ha origini antiche. L’uomo ha sempre cercato di migliorare la propria posizione sociale e politica attraverso la ricchezza che poteva essere realizzata con la ricerca e lo sviluppo di nuovi mercati. Già Marco Polo fu un precursore di quella che oggi definiamo globalizzazione, in quanto, l'esempio del padre – che si recava spesso in viaggio per scambiare merci in terre lontane quali la Terra Santa, la Persia arrivando fino alla Cina – indusse il figlio ad intraprendere lo stesso percorso, portandolo a viaggiare molto. Tutto ciò suscitò e stimolò l’interesse verso la conquista di mercati e luoghi fino allora solo immaginati, precedendo un capitolo nella storia europea di future conquiste e di colonialismo.

Quello di Marco Polo può essere considerato il simbolo degli albori della globalizzazione, che ha realmente avuto inizio con il periodo del colonialismo portoghese e spagnolo dei secoli XV e XVI, quando le esplorazioni geografiche in America, in Africa, in Asia, misero in contatto questi nuovi Paesi, questi nuovi “mercati” con l’Europa, creando una nuova rete di scambi, quindi di suddivisione del lavoro e di rapporti sociali: si pensi alla schiavitù dei neri, precorritrice di ciò che oggi viene catalogato come sfruttamento.

 

Un ulteriore impulso a questo fenomeno arrivò grazie alla Rivoluzione industriale, la quale, con lo sviluppo di tecnologie e telecomunicazioni, permise scambi maggiori e più frequenti, attraverso i quali le aziende più importanti cercarono di gestire politicamente ed economicamente i mercati che avevano conquistato.

Verso la fine del XIX secolo si assistette allo sviluppo della globalizzazione quale oggi la conosciamo, caratterizzata da un’imponente crescita di flussi di capitali, di flussi migratori, del commercio mondiale.

 

La globalizzazione economica è il risultato dello scopo di aumentare esponenzialmente le vendite dei prodotti e consiste nell'allargarmento massimo del proprio raggio di azione, nell'interconnessione di tutti i mercati del mondo. Al fine di raggiungere i propri scopi le multinazionali creano sedi della propria attività in mercati esteri, soprattutto nei Paesi più poveri o nei cosiddetti Paesi del terzo mondo.

Questo fenomeno, che viene definito delocalizzazione, non ha, purtroppo, come unico scopo quello di espandere la propria attività dovunque, ma anche quello di riuscire a produrre le merci ad un costo minore immettendole poi all’interno del mercato ad un prezzo notevolmente minore.

 

Come ce la presentano, la globalizzazione non sarebbe poi così male: a chi non piace risparmiare nell’acquisto di un prodotto? Si sente asserrire che la delocalizzazione aiuti Paesi meno sviluppati a crescere e crei nuova forza lavoro; ma per chi delocalizza significa arbitrio di azione, rispetto alle restrizioni o ai controlli dell'Occidente. I maggiori vantaggi si possono individuare nella possibilità di ridurre i costi di produzione dovuti al minor costo delle strutture, di reperire a bassi costi di retribuzione la manodopera, nella libertà di usare le materie prime del luogo in maniera sregolata. Questo ha gravissime conseguenze sull’ambiente, ma soprattutto sulle persone che vengono sfruttate e private della propria libertà al solo scopo di aumentare i profitti.

La schiavitù non è stata abolita, ma ha cambiato forma e si è evoluta obbligando le persone ad accettare trattamenti e condizioni ancora disumane.

 

I danni prodotti dalla delocalizzazione non riguardano solo le popolazioni e l’ambiente del luogo dove si trasferiscono, ma anche quelle del luogo da dove si allontanano, perché delocalizzare lo stabilimento significa chiudere quello locale e licenziare tutti lavoratori, che rimangono disoccupati.

Poche persone si arricchiscono in modo esponenziale aumentando così la disuguaglianza economica e sociale. La globalizzazione è uno dei meccanismi che ha permesso e ancora permette ai potenti di sfruttare i deboli.

 

Il Report frutto dell’elaborazione dati di OS.C.AR (Osservatorio sul Commercio delle Armi) e di IRES Toscana (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della Toscana), indica le Multinazionali con meno scrupoli nel mondo.

Primo in classifica vi è McDonald’s, i cui dipendenti sono sottopagati e gli animali che forniscono la carne degli hamburger sono costretti a continue gravidanze e vengono imbottiti di antibiotici e farmaci. Per dirla icasticamente con Fatou Diome, «sulla bilancia della globalizzazione, la testa di un bambino del terzo mondo pesa meno di un hamburger».

In seguito, troviamo la Nestlé. Secondo questo studio la multinazionale avrebbe provocato la morte di 1,5 milioni di bambini per malnutrizione dopo aver incoraggiato e pubblicizzato l’alimentazione del biberon fornendo informazioni distorte sull’opportunità di allattamento artificiale e dando campioni gratuiti di latte agli ospedali. È inoltre indagata per frodi e illeciti finanziari e per l’utilizzo di organismi geneticamente modificati nella pasta, nei latticini, dolci e merendine. Per la produzione di alcuni suoi prodotti ha abbattuto intere aree di foreste così da far posto alle piantagioni di cacao e di caffè dove utilizzano pesticidi molto dannosi (alcuni addirittura illegali in altri Paesi).

 

Sono molte le multinazionali che adottano prassi analoghe, che, a fronte delle denunce e dei tentativi di boicottaggio da parte di molte associazioni, possono permettersi di concordare multe e sanzioni, grazie al grandissimo capitale accumulato, continuando poi il proprio cammino come nulla fosse, continuando a ridurre a puro e semplice valore economico le persone, gli animali, l'ambiente.

 

 

Il grande problema è che queste grandi multinazionali si sentono in diritto di comportarsi in questo modo. Agiscono secondo quel principio elaborato dal filosofo inglese John Locke nel Secondo trattato sul governo, per cui chi arriva su un territorio e lo mescola al suo lavoro ha pieni diritti su quel territorio.

 

« Sebbene la terra e tutte le creature inferiori siano date in comune a tutti gli uomini, ogni uomo ha però la proprietà sulla propria persona. Su questa nessuno ha alcun diritto se non egli stesso. Il lavoro del suo corpo e l'opera delle sue mani, possiamo dire, sono propriamente suoi. Qualunque cosa, allora, egli rimuova dallo stato che la natura ha fornito e lasciato, e la mescoli con il suo lavoro, unendo così qualcosa che gli è proprio, la rende sua proprietà. Essendo stata da egli rimossa dal comune stato che la natura l'ha posta, essa ha qualcosa di aggiunto da questo lavoro che la esclude dal comune diritto su di essa degli altri uomini. Poiché tale lavoro è proprietà incontestabile del lavoratore, nessuno tranne lui stesso può avere diritto su ciò che è stato aggiunto mediante esso, almeno dove ci siano beni sufficienti e lasciati in comune per gli altri. »

 

C’è da sottolineare che la globalizzazione ha anche aspetti positivi, quali la migliore e più libera circolazione dei beni e dei prodotti, rendendoli accessibili a tutti. Grazie a ciò, le distanze si sono ridotte per lo sviluppo dei mezzi di trasporto, agevolando lo scambio culturale, gli stili di vita e favorendo nuove relazioni e interconnessioni culturali, insegnandoci così ad accettare e rispettare l'alterità.

Lo scorso anno la Great Place to Work, che ogni anno premia le migliori aziende per cui lavorare nel mondo, ha indicato la Cisco come la miglior azienda dove lavorare. L’azienda di San Jose, in California, ha oltre 79mila dipendenti nel mondo. Da sempre offre benefit, flessibilità e servizi personalizzati. Con l’aumento dello smart working, durante la pandemia, il leader mondiale in soluzioni IT si è trovato ad affrontare una grande crescita nella domanda di tecnologie. La richiesta è triplicata. I dipendenti hanno continuato a lavorare 24 ore su 24. E l’azienda ha promosso diverse iniziative per le comunità locali.

Gli effetti positivi promossi dalla globalizzazione non sono sufficienti ad indurci ad ignorare i danni causati all’ambiente e alle persone intese come esseri umani.

Il problema non è la globalizzazione in sé ma le persone che la promuovono e la controllano, le quali ignorano il dolore che causano ad intere popolazioni e i danni causati all’ecosistema.

 

24 febbraio 2021