Le crisi e la crisi: una riflessione

 

La situazione attuale impone una riflessione sul concetto e sulla categoria di “crisi”: che cosa significa “crisi”? Quali sono le caratteristiche che accomunano tutte le crisi che viviamo? Che cos’è oggi la crisi?

 

di Fausto Trapletti

 

P. Picasso, Ritratto di Ambroise Vollard (1910), dettaglio

 

Viviamo immersi nelle e nella crisi.

La crisi ambientale e climatica, prefigurata oramai da decenni, appare di gravità sempre crescente e vi si dedicano, con più o meno efficacia, molte energie e spazi comunicativi; varie crisi economiche imperversano in diversi luoghi del mondo nell’indifferenza di chi non ne è colpito; crisi umanitarie flagellano vaste zone condannate alla guerra, alla povertà, alla fame. Anche il felice ed idilliaco Occidente, che si erge quasi sempre a salvatore, è innervato da crisi a lui proprie: crisi sociale, crisi della fiducia, crisi dei valori tradizionali. Infine, da un anno a questa parte, il mondo intero si trova a dover affrontare la pandemia e la conseguente crisi sanitaria. La quotidianità di ognuno e di ciascuno giace nelle crisi.

 

Viene naturale allora, forse, fermarsi a riflettere sulla categoria di “crisi”. Come tutto ciò che è familiare, infatti, anche questa categoria risulta essere da tutti, ad un primo sguardo, considerata come limpida, non necessitante di spiegazione, ovvia; ma, come gran parte della tradizione filosofica insegna, è proprio in ciò che vi è di più vicino e abitudinario che si nascondono le maggiori oscurità.

Al di là del significato letterale ed etimologico, si può affermare che con “crisi” comunemente si indichi una condizione temporanea particolarmente problematica che necessita di accorgimenti per essere ridotta alla normalità. Vediamone brevemente le caratteristiche più nel dettaglio. 

 

Le crisi sono temporanee. Nulla di più semplice: vi è una situazione a-critica, nella quale le crisi sono potenziali e rispetto alla quale la loro attualizzazione è contingente; un determinato aspetto va peggiorando più o meno velocemente fino a raggiungere una condizione che impone l’uscita dall’oblio e dall’indifferenza. Come sono sorte, così le crisi sono destinate a terminare, in modo che si possa ritornare ad una situazione a-critica, che è una sorta di stato di quiete. Le crisi, quindi, appaiono evidentemente essere momenti di disequilibrio, di instabilità, e dunque destinate, in virtù della loro stessa essenza, a finire. 

 

Le crisi indicano il momento di massima esacerbazione di un problema. La normalità, ovvero la suddetta situazione a-critica, è costellata di contraddizioni. Queste danno vita a problemi, i quali non sono altro che asperità sul terreno della normalità, discontinuità che impediscono il regolare fluire della vita. Nonostante inizino ad imporsi alla vista, rimangono comunque per lo più ignorati. Quando, però, il tessuto della normalità è completamente lacerato; quando non solo ci si inciampa, ma si cade; quando lo scorrere non è solo ostacolato, ma bloccato: allora la situazione problematica diventa critica e non è più possibile passare oltre.

 

Le crisi necessitano di comportamenti particolari per essere risolte. Ciò non significa che, in assenza di tali comportamenti opportunamente modificati, le situazioni critiche si cristallizzino in eterno: giungerebbero da sé alla propria fine (come visto poc’anzi) conducendo ad un equilibrio (normalità) però ben diverso da ciò che così era definito prima dell’avvento delle crisi. La risoluzione attiva aspira quindi ad un ritorno alla situazione a-critica che precedeva l’emersione delle crisi. In altre parole, l’agire deliberatamente diretto al tentativo di ristabilire lo stato di quiete è generalmente guidato dal desiderio dell’eliminazione delle crisi al fine di ristabilire l’equilibrio ad esse preesistente; al contrario, la risoluzione autonoma delle crisi è sì necessaria, ma l’equilibrio da essa scaturente rischia di non aver nulla in comune con quello precedente. Il desiderio che guida l’azione, inteso radicalmente, è inappagabile: la sua soddisfazione significherebbe riportare l’atto (le crisi effettive) alla potenza (le contraddizioni esistenti dalle quali le crisi hanno avuto origine); ma se considerato in un senso leggermente più lato si inscrive nella sfera del possibile: è infatti possibile ristabilire una situazione di equilibrio estremamente somigliante a quella precedente. 

 

Le crisi, infine, non sono la normalità. È una considerazione che chiaramente emerge già da quanto fin qui detto, e che appare anche un po’ banale, e tuttavia è opportuno soffermarvisi un attimo. La normalità è intesa come situazione di equilibrio e niente di più. Ciò significa che non ha alcuna caratteristica specifica oltre a quella appena affermata: la normalità è semplicemente l’attualità dell’indifferenza, ovvero gran parte dei suoi aspetti soggiacciono nell’ombra, mai tematizzati. La non-normalità delle crisi consiste, quindi, proprio nell’illuminare almeno uno di questi aspetti grazie alla luce del problematico, del fuori-posto, nel divenire conosciuto dell’ovvio.

 

Ora, ritenendo che la chiarificazione fin qui fatta della categoria di “crisi” sia quanto meno accettabile, è interessante spostare lo sguardo verso la realtà effettiva attuale.

La categoria oggetto del nostro interesse è, come già notato, oramai onnipervasiva. Ed è tale non solo, per così dire, spazialmente, ma anche temporalmente. È da decenni che ad una crisi si succede un’altra, o per meglio dire, diverse crisi si intersecano continuamente. Così alla finitezza, alla temporaneità delle crisi si contrappone l’apparente a-temporaneità, infinitezza, della crisi. In altre parole, ciò significa che, ammesso il comparire e lo scomparire delle singole crisi, la crisi intesa come schema generale al quale possono essere sussunti tutti i casi particolari permea nell’eternità (apparente), invece che giungere alla propria dissoluzione. 

 

Di conseguenza la crisi non è l’attuarsi della situazione di massima gravità di un problema specifico, bensì è il parossismo in sé. È, cioè, il costante reiterarsi dell’esistenza di ciò che impone l’attenzione su di sé, qualsiasi forma assuma. 

 

Di fronte alla crisi in senso generale non è possibile attuare comportamenti determinati finalizzati alla sua risoluzione, ma essa pone dinanzi alla possibilità stessa della modifica della modalità di azione. Essa, in sostanza, porta costantemente di fronte alla scelta: è al cospetto di un problema che si sceglie come comportarsi. 

 

Ora, se la crisi intesa come struttura che guida l’attenzione e obbliga alla scelta si mostra essenzialmente come senza fine, è facile intendere che essa, di fatto, sia la normalità. Esser la normalità qui significa semplicemente essere una condizione di equilibrio; e l’equilibrio della crisi come normalità si realizza nella reiterazione del disequilibrio, che perde così il proprio esser-disturbante divenendo abitudine: il manifestarsi della crisi nelle crisi rende la temporanea non-normalità di queste, il loro esser-rottura della quotidianità, normalità e quotidianità. L’attuale quotidianità è una quotidianità accidentata, ma in questa accidentalità è, di fatto, quieta. Ciò significa che nell’esser-crisi della normalità la non-normalità delle crisi riconduce già sempre alla normalità; il disequilibrio ha in sé il costante rimando all’equilibrio. 

 

Coerentemente a quanto poco più sopra affermato, la normalità non è altro che l’indifferenza in atto. Ciò significa che nella crisi come normalità qualcosa rimane nell’ombra. Di cosa si tratta? Di nient’altro che l’esser-crisi della normalità e l’esser-normalità della crisi. Da un lato, cioè, rimane lontano dalla luce dell’attenzione che l’equilibrio della quotidianità si gioca in un apparentemente infinito ripresentarsi del parossismo che richiama l’attenzione e impone una scelta, ovvero si è dimentichi che il ricondursi del disequilibrio della non-normalità delle crisi specifiche all’equilibrio è una scelta; in altre parole, ciò che non è mai tematizzato è che la normalità in quanto crisi conduce inevitabilmente di fronte alla scelta (si ricordi che essa è costitutivo essenziale della crisi) e che il suo permanere è il frutto della reiterazione del medesimo tipo di scelta di fronte alle crisi. Dall’altro lato, invece, rimane altrettanto nascosto il carattere a-critico che la crisi, in quanto normalità, in quanto situazione di equilibrio, ha: la crisi come stato di quiete sorge dalla dissoluzione della crisi dell’equilibrio precedente, di fronte alla quale si è compiuta una scelta che ne ha guidato lo scomparire (anche lasciar che la crisi si autoconsumi è una scelta) portando la crisi ad essere la normalità.

 

Ciò che è nascosto porta con sé lontano dalla consapevolezza la comprensione della contingenza, o meglio, della non stringente necessità della crisi come struttura della normalità. La scelta che ha reso la crisi la struttura portante l’equilibrio della normalità non è altro che l’esplicazione di una possibilità, e non l’avverarsi di un destino necessario. In altre parole, la normalità, la cui essenza ha l’unica caratteristica di esser-equilibrio, essere atto dell’indifferenza, può di fatto assumere molteplici forme, e così anche la non-normalità, intesa come rottura dell’equilibrio. Conseguentemente risulta possibile pensare tanto la normalità quanto la non-normalità in forme diverse da quelle attuali. Per farlo è necessario che ciò che nella normalità come crisi rimane in ombra venga portato alla luce, ovvero che deflagrino le più profonde contraddizioni del corrente stato di normalità, sì che venga tematizzato ciò che in esso rimane non tematico: ciò non significa altro che mettere in crisi la crisi. Al parossismo estremo (una sorta di parossismo al quadrato) si potrà allora rispondere con una scelta non atta alla ricerca di una soluzione che riproduca per quanto possibile l’equilibrio ormai perduto, ma anzi sia esplicitamente finalizzata alla sua completa distruzione nell’aspirazione di uno nuovo.

 

 

Una rinnovata normalità porterebbe, come visto, necessariamente con sé una nuova non-normalità, una nuova modalità della propria interruzione. Questa permetterebbe una nuova considerazione di ciò che di fatto interrompe la quiete, che non risulterebbe più ricondotto già sempre alla dimensione di normalità in quella dinamica che si è visto caratterizzare la normalità come crisi.

L’ipotetica nuova normalità sarebbe anch’essa uno stato di quiete risultante dalla dissoluzione di una crisi dell’equilibrio precedente. Sarebbe, perciò, il contingente attualizzarsi di una potenzialità, il divenire reale di una possibilità, a causa di una scelta e non il compiersi di un processo necessario. Di fronte all’emersione tematica di ciò che attualmente normalmente rimane non tematico, infatti, nulla esclude a priori la possibilità di reiterare l’attuale normalità, e non-normalità annessa, restaurando il disequilibrio equilibrante che la caratterizza. Ciò significa che dinanzi alla crisi della presente normalità si può scegliere la restaurazione dell’equilibrio come crisi.

La tanto enorme quanto sottile differenza che scaturirebbe da un tale evento sarebbe la consapevolezza, nella nuova normalità, che rimane nuova anche quando sia una riproposizione estremamente somigliante della precedente, dello stato di quiete esistente come risultato di una scelta, e per ciò stesso, contingente.

 

1 settembre 2021