Gunther Anders: il futuro tra disperazione e speranza

 

L’analisi di Gunther Anders sulla tecnica non smette mai di essere attuale, a maggior ragione nel momento in cui la minaccia del nucleare torna prepotentemente in primo piano sulla scena politica internazionale. Ma come si è giunti a tutto questo? Possiamo intravedere una via d’uscita dall’apocalisse prevista dal nostro autore? 

 

 

Nel 1980, ventiquattro anni dopo l’uscita del primo volume, viene pubblicato il volume secondo dell’opera principe di Gunther Anders, L’uomo è antiquato. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale. I numerosi anni che intercorrono tra l’uscita dei due volumi sono caratterizzati da un silenzio filosofico dovuto al «disertare nella prassi», che ha spinto il nostro autore a prendere attivamente parte a manifestazioni e azioni di protesta contro una società – un mondo – ormai volta alla «mera disumanizzazione».

 

Nel sottotitolo dell’opera troviamo il punto di partenza per le nostre analisi: Anders infatti afferma che il mondo ha vissuto tre rivoluzioni industriali. Queste racchiudono in sé numerosi altri cambiamenti epocali, accaduti come effetti collaterali dei più grandi cambi di paradigma che tali rivoluzioni incarnano. E così, brevemente, della prima rivoluzione industriale «si può parlare solo dal momento in cui, con essa, si è cominciato a iterare ‘il principio del macchinale’, cioè a dire: a fabbricare macchinalmente macchine, o perlomeno pezzi di macchine». (Gunther Anders, L’uomo è antiquato, voll. II)

 

Il nucleo che caratterizza questa prima rivoluzione consiste nella produzione di prodotti che non sono più solamente prodotto, anzi che si rivelano essenzialmente altrettanti mezzi di produzione finalizzati a loro volta a produrre ulteriori mezzi di produzione, e così via fino a quando – alla fine del lungo processo – viene consumato il prodotto finale, dall’uomo. L’essere umano è presente all’inizio – come inventore o lavoratore – e alla fine – come consumatore – di questa lunga catena industriale.

 

In realtà, l’iterazione non ha mai fine e nessun prodotto sarà un prodotto finale: la seconda rivoluzione industriale infatti perfeziona il funzionamento della produzione illimitata inserendo nel circuito industriale un fattore terzo – un prodotto di secondo grado, dice Anders – che si innesta tra uomo e prodotto: il bisogno.

 

« Per poter consumare un prodotto, è necessario che ne abbiamo necessità. Ma poiché questa necessità non ci viene spontanea (come la fame), dobbiamo produrla; e ciò per mezzo di una industria particolare, con mezzi specifici di produzione prodotti macchinalmente a questo scopo, che sono prodotti di terzo grado [pubblicità] ». (Ivi)

 

 

Ai prodotti dunque, si aggiungono i bisogni, prodotti a loro volta dal prodotto innovativo della seconda rivoluzione, ossia la pubblicità. Tale cambiamento epocale però non è stato l’ultimo, infatti il nostro autore ci presenta una terza rivoluzione industriale, irreversibile, insuperabile, apocalittica. Quest’ultima rivoluzione, ci dice Anders, è stata introdotta dall’avvento di un nuovo apparecchio: «Il mezzo di produzione spettacolare a cui mi riferisco è naturalmente quello che per la prima volta ha messo l’umanità in condizione di produrre la propria autodistruzione, dunque, la bomba atomica». Il nucleo dell’ultima e irreversibile rivoluzione ruota attorno alla possibilità di autodistruzione che l’uomo ha disvelato per mezzo della creazione della bomba atomica. La possibilità di autodistruzione, è questa la discriminante tra seconda e terza rivoluzione. 

 

Ma, a questo punto, che rischio corre l’uomo se la propria autodistruzione passerebbe comunque dalla deliberata decisione di metterla in atto da parte dell’uomo stesso? La possibilità di attivare la bomba, in altre parole, rimane pur sempre una possibilità dipendente da una nostra decisione.

 

Anders avrebbe rifiutato questo ingenuo ottimismo. Possiamo affermare ciò a buona ragione se prendiamo in considerazione due asserzioni – presentate da Anders nel suddetto volume – che potremmo definire imperativi dell’auto-annientamento. 

 

Il primo imperativo recita: «Il possibile è quasi sempre accettato come obbligatorio, ciò che si può fare come ciò che si deve fare». La tecnica di produzione, così come l’uomo-consumatore, possiede dei bisogni, tutti riconducibili al massimo bisogno di «realizzare tutto il realizzabile, di fare tutto ciò che si può fare». In base a questo primo imperativo di annientamento dunque l’essere-possibile diviene dover-essere. Ma questa prima legge non basterebbe a giustificare la preoccupazione suscitata in Anders per la bomba atomica. Infatti, pur essendo stata creata, quest’arma di distruzione di massa non dovrebbe – almeno teoricamente – essere utilizzata necessariamente. 

 

A tal proposito entra in gioco il secondo imperativo dell’auto-annientamento: «Ogni utilizzazione prevista dal prodotto deve essere realmente messa in atto». È la legge insita nella tecnica ad imporre all’uomo l’utilizzo di tutto ciò che è stato pensato e di conseguenza prodotto. L’utilizzabilità di un prodotto contiene già in sé il superamento del prodotto stesso – attraverso il suo utilizzo – in vista di una liquidazione ad opera di nuovi modelli.

 

La bomba atomica: pensata, prodotta, utilizzata. Quanto di più distante dalle parole di un altro grande autore del Novecento, Hans Jonas:

 

« Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra. » (Hans Jonas, Il principio di responsabilità)

 

Nella sua nuova veste, all’uomo è chiesto di consumare – o meglio – l’uomo è divenuto un fattore di consumo e produzione smisurate, senza alcuna possibilità di giudizio sul sistema di cui non è altro che un ingranaggio. I suoi contenuti mentali sono gli stessi contenuti che il mercato gli ha somministrato con abbondanti dosi quotidiane, indifferentemente dal suo status sociale. Annullamento delle prospettive individuali, livellamento delle diseguaglianze, volontà e desideri distribuiti ad hoc in base alle logiche consumistiche: con l’imposizione della tecnica – potremmo dire – l’uomo esaurisce la propria unicità.

 

Possiamo ora giungere alla conclusione del nostro cammino insieme a Gunther Anders. A discapito del quadro apocalittico, e per nulla rassicurante, che il nostro autore ha tratteggiato con la sua analisi dell’uomo nell’era della terza rivoluzione industriale, è bene evidenziarne la proposta costruttiva contenuta nelle ultimissime pagine del suo saggio Il senso, quasi a chiusura de L’uomo è antiquato. Il concetto fondamentale che Anders introduce è quello di iterazione del senso:

 

« Se riconosciamo che “avere senso” è sempre “avere senso per…”, riusciamo ad evitare un fatto frustrante. Questo fatto io lo chiamo “l’iterazione del senso”. Se il senso di A consiste nel servire B, allora dobbiamo supporre, per riconoscere questo senso di A, che anche a B spetti un senso, dato che sarebbe insensato aver senso per qualcosa che in se stesso è privo di senso e così via. » (Gunther Anders, L’uomo è antiquato, voll. II)

 

Ora, il rischio di una iterazione ad infinitum è lampante, ed è un rischio proprio in quanto porterebbe inevitabilmente a una demoralizzazione inibente le capacità di azione umane. L’individuo, consapevole di non essere in grado di pre-figurarsi la conseguenza ultima del proprio agire, e incatenato dunque nella mancanza di senso del suo fare e del senso di responsabilità ad essa connessa, cadrebbe inesorabilmente nell’immobilismo più deleterio. 

 

A questo punto – continua Anders – sembrerebbero delinearsi due prospettive, entrambe infelici: «Così sembriamo condannati a scegliere tra un orizzonte troppo stretto e uno troppo vasto, tra la puntualità del vivere e la prospettiva infinita, tra limitatezza morale e dismisura morale». (Ivi) Entrambe prospettive inaccettabili. Entrambe prospettive disumane. Così Anders passa finalmente dall’analisi alla proposta:

 

« In quanto esseri morali, non dobbiamo agire né sub specie del nunc, né sub specie infiniti; dobbiamo contentarci dello spazio di tempo esistente “tra l’ora e l’eternità”. […] Detto in modo pragmatico: la categoria “senso” probabilmente ha senso soltanto se ci difendiamo dall’iterazione senza fine, se la usiamo in un orizzonte limitato e le diamo un senso pragmatico ». (Ivi)

 

Ciò che Anders ci sta dicendo è che il senso del nostro agire lo dobbiamo cercare in uno spazio ampio – che superi l’ora e che rifiuti l’infinito – in cui la previsione e la responsabilità siano le principali categorie da seguire per organizzare la nostra esistenza, la nostra buona esistenza.

 

« La verità morale sta a metà tra l’ora e l’infinito ». (Ivi)

 

A nostro parere, ciò che Anders trascura è un elemento che stravolge completamente le “regole del gioco”: la previsione è possibile solo se condivisa, solo se costruita insieme. Lo spazio ampio di cui parla sembra essere uno spazio ampio in senso diacronico e non sincronico (comunitario). Il recupero di un senso sembra essere affidato al singolo, tratteggiato quasi come un eroe che riesce a riordinare la propria esistenza in un mondo che smussa qualsiasi differenza e unicità. Tutto questo attraverso uno sforzo del pensiero, sempre in bilico tra l’abisso dell’ora e l’abisso dell’infinito. 

 

Per riuscire a salvarsi dall’annientamento “voluto” dalla tecnica crediamo sia invece necessario riportare il focus dello sguardo sulla relazionalità. Dove la tecnica e il consumismo spingono ad una produzione seriale dell’uomo inteso ormai alla stregua di un prodotto di mercato, la scintilla di vita che salva dall’annientamento tecnico sorge nell’atto da sempre più rivoluzionario: l’amore

 

Rischiamo forse di dire una banalità quando affermiamo che la relazione amorosa sia quanto di più lontano ci possa essere da una relazione che una persona intraprende con un prodotto seriale. Eppure, riteniamo non banale ripetere questa ovvietà. Forse è solo con la volontà di amare che si può invertire la rotta, scongiurare la promessa di distruzione totale della “volontà” della tecnica. Forse il senso della vita lo si può ritrovare solamente nel volto della persona amata. 

 

 21 aprile 2022

 




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