Il declino dell'umanità: la civilizzazione

 

Qualsiasi sviluppo civile è un tentativo di superamento dell’uomo naturale, un tendere infinito al superamento di quest’ultimo tipo di uomo, ma è proprio quest'ultimo tipo di uomo ciò a cui Nietzsche ambisce e a cui dedica ogni sua pagina.

 

di Mirko Nistoro

 

 

Dalla prospettiva genealogica sulla morale che Nietzsche sviluppa emerge una visione della storia umana capovolta e ribaltata. Non più una storia evolutiva e progressiva, non più un connubio illuministico tra scienza e cultura, non più la relazione stretta tra sviluppo culturale e civile e miglior qualità della vita umana, non più una crescita esponenziale di diritti culturali e pertanto una vita più vera. Siamo tutti figli di Socrate e Platone fino a Zarathustra, secondo Nietzsche, e fino ai giorni nostri, oltre Nietzsche. Il processo di civilizzazione diventa un processo di mascheramento, di produzione culturale sempre più crescente a scapito dei valori intrinsechi alla natura umana. Quanto più il processo culturale cresce tanto più la natura umana è offuscata e soffocata, nel nome della civilizzazione. Cosa è questo nobile e alto tentativo se non il sogno e l’ambizione di Socrate e Platone in una prospettiva storica contemporanea? L’oggi non è altro che la rappresentazione plastica dell’auriga platonico, in cui il cavallo nero, il dionisiaco, direbbe Nietzsche, costituisce una dimensione problematica, da gestire, da tenere a bada, da ammorbidire, da snaturare, nel nome della razionalità. Non è altro che la traduzione dell’ambizione intellettualistica di Socrate, in cui al vertice vi è la razionalità e il controllo razionale delle passioni e degli istinti, in cui il bene coincide con la conoscenza, in cui la libertà animalesca va ridotta, offuscata, ingabbiata. Il processo di civilizzazione si sviluppa attraverso i paradigmi concettuali dei due greci, è un processo di controllo della natura umana, di emancipazione si dice, di superamento della natura umana, quella più libera, quella più pericolosa, quella più cattiva. E se è pericolosa è meglio definirla come peccato, fingere si possa scegliere di non averla, fingere di essere più liberi della libertà. 

Qualsiasi sviluppo civile diventa un superamento dell’uomo naturale, un tendere infinito al superamento di quest’ultimo tipo di uomo, ma è proprio l’uomo naturale ciò a cui Nietzsche ambisce e a cui dedica ogni sua pagina. Il processo di civilizzazione è il tentativo infinito di superare Zarathustra, di superare il superuomo o, nell’ottica nicciana, di allontanarsi dal superuomo, in peggio. Il superuomo di Nietzsche è il superamento dell’uomo civile, che vuole a sua volta superare il concetto di superuomo, tornando all’uomo, sempre. È l’uomo che vuole ricacciare in giù il cavallo nero, che vuole imbrigliarlo, e lo taccia di essere ribelle, ingestibile. Lo reprime, lo vuole normalizzare. La civilizzazione diventa la storia della decadenza, della visione dell’alto invece della terra.

 

« Nella grande economia del tutto gli aspetti tremendi della realtà (nelle passioni, nei desideri, nella volontà di potenza) sono incommensurabilmente più necessari di quella forma di piccola felicità, la cosiddetta “bontà”; ci vuole anzi prudenza per concedere a quest’ultima anche solo qualcosa, perché essa è fondata sulla falsità dell’istinto. Ho un valido motivo per dare una prova, che valga per tutta la storia, delle conseguenze smisuratamente sinistre dell’ottimismo, questa creatura degli homines optimi. Zarathustra, colui che per primo capì che l’ottimismo è altrettanto décadent del pessimista e forse ancora più dannoso, dice: gli uomini buoni non dicono mai la verità. I buoni vi insegnarono false coste e sicurezze false; voi siete nati e assicurati nelle menzogne dei buoni. Tutto è mentito e distorto fin nel profondo per opera dei buoni. In questo senso Zarathustra chiama i buoni a volte “gli ultimi uomini”, a volte “il principio della fine”; soprattutto li considera la specie più dannosa di uomini, perché essi realizzano la loro esistenza a spese sia della verità sia dell’avvenire. » (F. Nietzsche, Ecce homo)

 

Le false sicurezze sono il prodotto della storia culturale umana, del processo di civilizzazione e di “emancipazione” della natura istintiva dell’uomo. Questa emancipazione in realtà è per Nietzsche una menzogna, il vero peccato contro l’umanità, una disumanizzazione, una involuzione dell’essere umano. Più che un animale razionale e sociale, l’uomo di Nietzsche è un animale istintivo e irrazionale e la razionalità rappresenta solo una funzione del suo istinto, uno strumento, un mezzo per il suo istinto. Non c’è emancipazione, non c’è superamento da fare rispetto a questo tipo di uomo, anzi c’è l’accoglimento pieno e legittimo di questa natura. Lo spoglio della morale, questo avviene per mano di Nietzsche.

 

 

Si potrebbe sostenere che, come Nietzsche, già Rousseau aveva ipotizzato come il processo di civilizzazione fosse il motivo principale della disuguaglianza degli uomini, il motivo essenziale del decadimento umano. Attenzione, Rousseau non ipotizzava uno stato di natura di uguaglianza politica tra esseri umani, una sorta di marxismo di origine controllata. L’uguaglianza naturale a cui il francese faceva riferimento era quella pura, nel senso dell’essere tutti uguali nella possibilità infinita e totalmente libera delle azioni individuali. È la società che crea la disuguaglianza, che confina le azioni e non le rende più libere ma circoscritte a una visione culturale.

In questo, Rousseau e Nietzsche tracciano un solco comune: l’identificazione della natura umana come unico modello di libertà possibile. Non una libertà comunemente intesa come emancipazione dallo stato istintuale, come libertà di pensiero all’interno di un sistema di regole, di un paradigma culturale e quindi sociale e normativo. La libertà che Rousseau e Nietzsche intendono è quella naturale, quella istintuale, quella che persegue semplicemente gli scopi individuali e istintuali, naturali, necessari, voluti, ambiti, desiderati. La differenza sostanziale e di rilievo che intercorre tra i due pensatori è che Rousseau ritiene idealmente che tale stato di natura fosse uno stato di quiete psicologica, di pace sociale, di armonia tra uomo e ambiente e che a tale stato bisognasse tornare, come punto di riferimento teleologico. Rousseau riteneva che lo stato civile fosse la causa, l’origine della disuguaglianza, della persa armonia, fosse in sostanza uno stato di conflitto, e pertanto solo un ritorno alle origini avrebbe riportato pace tra gli uomini. Nietzsche, invece, pensava esattamente il contrario. Riteneva che lo stato di natura fosse uno stato a dir poco conflittuale, che la natura umana fosse egoistica, bellica, cattiva, immorale, brutale, teatro di sopraffazione, di volontà individuale di potenza, di superamento di resistenze e opposizioni, e che tale stato non doveva più rappresentare un male, un peccato, un terreno da dimenticare, da offuscare, da dimenticare, da mascherare, da aver paura. La guerra è lo stato dell’uomo, per Nietzsche, non la pace. E la pace, sempre secondo Nietzsche, è una condizione disumana, fittizia, finta, falsa. Cela semplicemente la natura umana, ma non la cancella. Produce leoni in gabbia, fanciulli ingabbiati, addomesticati, decadenti, che vivono in una pace triste, contro-natura, seppur sicura. Rousseau vede nella natura umana un regno di pace, un regno perso e che bisogna riprendere. Nietzsche vede nella natura umana un regno di guerra e che bisogna svelare, senza più timori.

 

Possiamo ritenere con buona ragione che il superuomo di Nietzsche si avvicina, e di molto, all’uomo nello stato di natura dipinto dalla riflessione di Hobbes: una guerra di tutti contro tutti, in cui homo homini lupus, dove solo l’istinto di sopravvivenza e di sopraffazione hanno vita. Hobbes temeva però questo stato naturale ed egoistico dell’uomo, lo aveva individuato e per timore di ciò aveva fondato un’idea di società guidata dal Leviatano, da un sovrano assoluto capace di tenere a bada questi animali selvaggi e conflittuali, cattivi. Hobbes, razionalmente, non voleva cancellare la natura umana, era consapevole dell’impossibilità di tale ambizione, riteneva utopico il sogno socratico e platonico. Egli teorizzava l’esigenza di un sovrano assoluto attraverso un patto tra uomini, la perdita assoluta di ogni libertà in cambio della sicurezza. La pace, con la perdita di ogni libertà, in cambio della sicurezza. Una vita non libera in cambio della sicurezza della vita. L’ergastolo in cambio della sicurezza di non avere condanne a morte. Una vita inferiore, ma sicura, invece di una vita migliore, ma fortemente a rischio.

 

Nietzsche si spinge ancora più avanti, non vuole e non riesce a negare la possibilità di legittimare la natura umana, di accettare la natura egoistica delle sue azioni, di vivere senza morale, di vivere nella guerra, di fare della sopraffazione un valore da non negare. Nietzsche non scende a compromessi, non vuole patti. Vuole il rischio contro la sicurezza di una vita sì più sicura, ma insieme decadente. Preferisce il terreno dello scontro invece del terreno della pace fittizia, di una pace forzata e repressa. Preferisce l’aria pura della libertà intrisa del sapore del sangue piuttosto che vivere nell’odore chiuso di casa, al riparo da ogni violenza.

 

« Ogni piacere vuole l’eternità di tutte le cose, vuole miele, vuole feccia, vuole ebbra mezzanotte, vuole sepolcri, vuole conforto di lacrime sui sepolcri, vuole il rosso dorato della sera – cosa non vuole il piacere! È il più assetato, più commovente, più affamato, più spaventoso, più misterioso di ogni dolore, vuole se stesso, morde se stesso, in esso lotta la volontà dell’anello, – vuole amore, vuole odio, è straricco, dona, butta via, mendica che qualcuno lo prenda, ringrazia chi prende, vorrebbe essere odiato, – così ricco è il piacere, che ha sete di dolore, di inferno, di odio, di vergogna, di storpiamento, di mondo, poiché questo mondo, oh voi lo conoscete! – Piacere vuole eternità di tutte le cose, vuole profonda, profonda eternità! » (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

 

14 agosto 2023

 









  • Canale Telegram: t.me/gazzettafilosofica