Le radici neoplatoniche e stoiche dell'alchimia

 

Zosimo di Panopoli (270-325 d.C.) è stato il primo alchimista a trasporre in testi scritti la sua conoscenza, e viene comunemente considerato come il primo alchimista della tradizione occidentale. La sua importanza è emersa grazie agli studi sull'alchimia di Carl Gustav Jung (1975-1961), il quale mise per la prima volta in evidenza la componente spirituale dell'alchimia zosimea. Intento di questo articolo è mostrare le maggiori influenze filosofiche dell'opera di Zosimo, che nasce e si costituisce in un contesto soltanto geograficamente egizio, ma a livello intellettuale tutto intriso di Ellenismo.

David S. Herrerias - Zosimos' Separatio
David S. Herrerias - Zosimos' Separatio

 

Zosimo di Panopoli fu contemporaneo di Giamblico di Calcide (morto all'incirca nel 325 d.C.), e numerosi sono gli studi degli ultimi anni che avanzano l'ipotesi che un incontro tra le due personalità sia effettivamente avvenuto. Alchimia e teurgia sono state da sempre considerate due pratiche compatibili tra loro, ma a livello accademico entrambe hanno goduto di misera fama, venendo relegate per decenni a semplici pratiche magiche. Possiamo definire la teurgia come quell'insieme di pratiche spirituali che mirano all'unione con il divino per mezzo di uno sviluppo intellettuale e di una purificazione ed elevazione dell'anima – anima che, per Giamblico, è completamente discesa e incarnata nel corpo, rendendo dunque necessaria la parallela elaborazione di un'etica volta alla preparazione di corpo e anima alle condizioni imprescindibili per lo sviluppo spirituale. La teurgia si struttura come una vera e propria condotta di vita che si esplica in un costante allenamento spirituale finalizzato a liberare l'essere umano dalle passioni dell'anima e dalle tentazioni della vita materiale. Il tentativo di Giamblico è stato quello di sistematizzare la teurgia integrandola nella filosofia Neoplatonica e garantendo ad essa una cornice teoretica: contemporaneamente Zosimo, muovendosi sul terreno dell'alchimia, si sforza di universalizzare l'alchimia stessa fondandola su elementi filosofici e culturali egizi, ebraici e greci.

 

Numerosi sono i punti in comune fra Zosimo e Giamblico. In primo luogo, entrambi sono debitori nei confronti della cosmologia platonica illustrata nel Timeo, condividendone la tesi che la volontà cosmogonica del Demiurgo sia resa manifesta nel mondo fisico e che giunga al suo compimento nel momento in cui l'anima umana fa ritorno alla sua sorgente divina. Questo rende la cosmologia di Giamblico e di Zosimo molto simile, con la differenza che Zosimo non fa riferimento ad alcuna divinità all'infuori della trinità noetica di ἕν, νοῦς e λόγος (Uno, Intelligenza e Logos). La teurgia giamblichea può essere compresa come una pratica demiurgica in quanto il teurgo, per mezzo del raggiungimento di un aspetto divino pur continuando a rimanere un uomo, viene così divinizzato e assimilato al Demiurgo. Il corpo del teurgo diventa veicolo attraverso cui le divinità si rendono manifeste nel mondo fisico, e come il Demiurgo è il creatore dell'ordine a partire dal caos (prima materia) così il teurgo crea un'anima ordinata estraendola dal caos dell'esistenza materiale. 

 

La stessa alchimia di Zosimo presenta questo carattere demiurgico, in quanto il doppio fine dell'arte sacra è quello di trasmutare la caotica prima materia (in senso spirituale relativamente all'anima e in senso materiale per quanto riguarda i metalli) in una perfetta οὐσία (sostanza) che nel caso dell'anima si situa in comunione con il divino, e nel caso dei metalli si trova nei confronti dell'Uno in un rapporto di somiglianza. Nella teurgia come nell'alchimia la purificazione dell'anima è un processo di deificazione che si esplica in rituali veri e propri e in uno specifico βίος (modo di vivere) ma soprattutto attraverso esercizi spirituali: la contemplazione ha inizio come contemplazione sulla natura e sul mondo per innalzarsi gradualmente e rivolgersi al Sé interiore, ragion per cui Zosimo la definisce la via per il γνῶϑι σεαυτόν (la conoscenza di sé). 

 

Giamblico di Calcide
Giamblico di Calcide

 

In secondo luogo, Giamblico e Zosimo condividono una concezione della conoscenza intesa come qualcosa che non dipende in maniera assoluta dalle capacità e dall'impegno umani, ma che si configura come il risultato della rivelazione divina: in assenza della rivelazione noetica (che differisce dalla rivelazione cosmica, ovvero la conoscenza delle cose materiali) non è possibile conoscere la realtà nella sua interezza. Se per Giamblico l'unione con il divino a livello noetico è compito della teurgia, Zosimo ritiene invece che la vera conoscenza sia ottenibile soltanto a mezzo della trascendenza della sfera cosmica tramite esercizi spirituali. 

 

Il movimento anagogico dal materiale allo spirituale compiuto dall'anima per mezzo degli esercizi spirituali (tra i quali per Zosimo rientra la stessa alchimia) e attraverso la contemplazione di oggetti materiali in quanto segni della presenza del divino, è inteso allo stesso modo da Giamblico e Zosimo, implicando una stretta vicinanza nella concezione che i due hanno della simpatia cosmica. E tuttavia se per Giamblico l'utilizzo rituale della materia è una mediazione necessaria tra l'umano e il divino, per Zosimo è la pratica alchemica in via spirituale a porsi come unico mezzo fondamentale, e i metalli veri e propri ne costituiscono soltanto il punto di partenza.

 

In Zosimo gli elementi neoplatonici risentono pesantemente delle dottrine gnostiche, prima fra tutte quella dell'Anthropos, o uomo primordiale, necessario a Zosimo per spiegare la differenza tra conoscenza corporea e incorporea e le differenti vie da percorrere per ottenerle. Nella versione zosimea del mito, l'Anthropos cade nella materia e si unifica così al principio spirituale nascosto nella natura, e dunque allo spirito divino intrappolato nel corpo umano, conferendo in questo modo all'uomo la conoscenza spirituale riguardante la Creazione e aprendo la possibilità dell'unione umana con il divino. L'Anthropos non è altro che l'unione di un uomo di carne e di un uomo di luce: esso corrisponde all'anima e al corpo di ogni essere umano. Questo significa che ogni individuo porta dentro di sé una scintilla di luce divina, una particella dell'Anthropos di luce, che è necessario risvegliare per poter prevalere sull'ineluttabilità del Fato, di quella legge cosmica che assoggetta coloro che restano attaccati alla propria carne.

 

Denis Forkas Kostromitin - Acéphale
Denis Forkas Kostromitin - Acéphale

 

Non è un caso che l'opera maggiore di Zosimo a noi pervenuta si intitoli, come molti classici della filosofia antica, Περί ἀρετῆς (Sulla virtù). Più volte le idee di Zosimo collimano con l'etica stoica: egli infatti ritiene la conoscenza di sé il fondamento imprescindibile dell'opera alchemica, enfatizzando l'importanza della virtù, della purificazione di corpo e anima, dell'astinenza dalle passioni. La totale integrazione di Zosimo in un contesto ellenico rende plausibile un'influenza non limitata soltanto al Neoplatonismo e alla teurgia ma estesa anche alle correnti stoiche. Nella fattispecie per quanto concerne i παθήματα (le passioni), il processo di purificazione spirituale che impegna l'alchimista lungo l'intero arco della propria esistenza è molto simile alla via stoica per diventare saggi e raggiungere la virtù ideale. Stando ai maggiori esponenti dello Stoicismo non vi è nessuna evidenza storica che un uomo abbia mai raggiunto la virtù: l'ottenimento dell'unico vero bene va dunque considerato come uno sforzo asintotico costante che impegna l'uomo per tutta la vita. 

 

Per Zosimo il risveglio spiritualeil divenire un uomo di luce – significa compiere su di sé la trasmutazione, divenire oro: nell'antico Egitto l'oro era il simbolo della divinità e veniva considerato la carne degli Dei. È chiaro per quale ragione Zosimo consideri l'alchimia come un'opera che riguarda tanto i metalli quanto l'anima, e il cui fine più alto consiste trasformare non soltanto i metalli comuni in oro ma soprattutto l'individuo comune in un essere illuminato. 

 

 

Ma se la questione riguardante la vera trasmutazione dei metalli è stata posta innumerevoli volte, fino al definitivo discredito dell'alchimia, con Zosimo a farsi urgente è un altro problema: riuscì a Zosimo, o a qualcuno dei suoi contemporanei, di divenire oro? Se, come riteniamo, è possibile rispondere soltanto negativamente – non essendoci alcuna prova storica in senso affermativo – allora il processo di trasmutazione dell'anima è destinato a durare tutta una vita senza mai compiersi, proprio come accade per l'anelito stoico alla virtù. 

 

 

 

Il Περί ἀρετῆς (Sulla virtù) ci mostra l'opera alchemica come una sorta di rito sacrificale, dove il sacrificio è tutto di portata filosofica: Zosimo adotta la nozione filosofica di sacrificio che era stata formulata in quegli anni in seno alla scuola Neoplatonica. Secondo Porfirio (233-304 d.C.) infatti, la forma di sacrificio appropriata per un filosofo è quella di offrire i propri pensieri attraverso la contemplazione. Possiamo quindi intendere il sacrificio zosimeo come un offrire i “metalli” nello stessa maniera in cui Porfirio descrive i Pitagorici nell'atto di offrire i numeri alla divinità. 

 

Il processo alchemico descritto da Zosimo è una grande allegoria in cui i metalli sono soltanto il simbolo di ciò che accade nell'anima: ragion per cui i metalli sono personificati e sottoposti a una serie di prove e torture che simboleggiano il doloroso processo animico di morte e rinascita, che parte dal misero uomo di piombo sino a giungere all'uomo d'oro – colui che è riuscito a estrarre dal caos la scintilla divina e a farne sostanza propria. 

 

Jung è stato il primo studioso a mostrare che il celebre oro dei filosofi non è mai stato un semplice metallo, ma uno status spirituale, interpretando l'oro come un simbolo del compimento del processo di individuazione. E tuttavia guardando all'alchimia da una prospettiva storico-filosofica e non psicologica l'ipotesi più plausibile sembra essere proprio il considerare l'oro come lo stato di unione con il Divino così come descritto da Plotino e dalla sua scuola. A sostegno di questa tesi vi è anche la grande fortuna di cui l'alchimia ha goduto nel Rinascimento: pur essendo perdurata come forte tradizione per tutto il Medioevo, è stato grazie alla riscoperta della filosofia Neoplatonica e del Corpus Hermeticum a opera di Marsilio Ficino – a cui, non dimentichiamo, si deve anche la traduzione dell'opera capitale di Giamblico sulla teurgia, il De Mysteriis Ægyptorum – che l'alchimia ha conosciuto la sua massima fioritura.

 

 

20 settembre 2023

 



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