Il sistema penitenziario in questione

 

Il carcere non riabilita, bensì esclude, emargina e riproduce delitti. La condizione carceraria – per il sovraffollamento, la corruzione, l’autoritarismo – è di una violenza che incoraggia altre tendenze piuttosto che il desiderio di riabilitazione. Inoltre, sbarre e celle costringono le vittime dei crimini al semplice desiderio della vendetta, senza potersi giovare di alcuna vera riparazione, di alcuna genuina guarigione psicologica.

 

di Giulia Scapin

 

Vincent Van Gogh, “Prisoners Exercising” (1890)
Vincent Van Gogh, “Prisoners Exercising” (1890)

 

Da lungo tempo il modo di pensare collettivo preferisce la logica della prevaricazione, punendo e retribuendo la sofferenza con la sofferenza, secondo il modello “occhio per occhio, dente per dente”. L’intera società si basa su questo sistema di punizioni e castighi, con la conseguenza che le regole si seguono non perché si considerino giuste, ma perché si teme la punizione inflitta. Le pene sono usate come monito per gli altri e non come mezzo per educare il trasgressore. Esse, imposte con la forza alle persone, le spinge ad evitare di violare la legge. Lo stesso trasgressore è portato a non commettere reato perché, avendo già provato la sofferenza dovuta alla trasgressione, non vorrà subire nuovamente questa sofferenza. La detenzione, seguendo questo ragionamento, dovrebbe fare in modo che tutti siano guidati a non commettere ancora reati.

 

Per quale motivo dunque la maggior parte delle persone che escono dal carcere commettono nuovi reati? Le statistiche dimostrano, appunto, che chi ha scontato la pena torna a delinquere nel 68% dei casi e con una frequenza maggiore rispetto a chi invece ha beneficiato di misure alternative o comunque di sanzioni diverse dalla reclusione. Il motivo sta nel fatto che è impossibile educare una persona al bene attraverso il male: il carcere, attraverso punizione e autoritarismo, coltiva nei detenuti atteggiamenti negativi, come aggressività, rabbia e ricerca di vendetta, che non sono di certo vantaggiosi per il reintegro dell’individuo nella società. L’incutere paura insegna sicuramente a obbedire, ma non convince il detenuto dell’importanza della regola: obbligato a seguire una regola, sarà portato a rispettarla solo finché sarà controllato; quando il controllo si interromperà, si interromperà anche la necessità di rispettare la regola.

 

 

Prigione di Philadelphia
Prigione di Philadelphia

 

Se consideriamo che generalmente un detenuto è costretto a stare 22 ore in uno spazio angusto, insieme a persone che non si sono scelte e sotto il controllo costante delle guardie, terminata la pena e rientrato nella società, probabilmente, non sarà stimolato ad avere buoni rapporti verso i suoi simili.

Analogamente, il sistema della pena, come retribuzione del male con il male, non ha nemmeno capacità riparative nei confronti della vittima. Le vittime di violenze solitamente non sono aiutate a superare il trauma subito e a recuperare la loro integrità, esse non ricevono nulla dalla sofferenza del colpevole, se non esclusivamente la soddisfazione della vendetta. Scrive Claudia Mazzucato in La pena in castigo (Vita e Pensiero 2006):

 

« Il diritto penale non ha saputo finora scrutare l’abisso di solitudine in cui può venire a trovarsi chi patisce un reato e ascoltarne il grido urgente; ha fatto risuonare forte nella società, l’istinto irrazionale della vendetta invece di sopirlo e anzi lo ha cavalcato. »

 

Pertanto, se l’uso del male non serve per correggere e prevenire il male né nella vittima, né nel detenuto, occorre individuare una soluzione alternativa al carcere e alla reclusione per rispondere alla trasgressione. Ne Il perdono responsabile (Ponte alle Grazie 2013) Gherardo Colombo denuncia l’inutilità del sistema carcerario e si domanda se davvero si possa esercitare la giustizia solamente somministrando condanne. Egli riporta numerosi esempi della sua esperienza da magistrato e racconta la storia di due ragazzi condannati a 5 anni di prigione dopo aver rapinato una tabaccheria. Il primo ragazzo finisce in cella con un uomo educato che qualche anno prima in un momento di rabbia e di poca lucidità aveva ucciso la moglie. Quest’uomo accoglie il ragazzo e dal quel momento impegna il suo tempo per invogliare la sua cultura e il rispetto verso gli altri. Il secondo ragazzo va in cella con un mafioso locale, il quale lo prende sotto la sua “ala protettrice” al punto che per il ragazzo diventa un maestro, da cui imparare come diventare un vero delinquente. Dopo i 5 anni escono entrambi, però sappiamo che il primo sarebbe potuto uscire dopo un anno senza rischi per la società, il secondo sarebbe dovuto rimanere in prigione per impedire di nuocere ai suoi simili. Se, come in questo esempio, una persona è ancora pericolosa per gli altri, è giusto lasciarla circolare liberamente o è giusto tenerla in carcere? Effettivamente se una persona è pericolosa non deve rimanere “incurata”, ma questa cura non può essere il carcere come viene inteso oggi.

 

 

Sempre l’ex magistrato Colombo nel suo libro cerca un nuovo modello di giustizia, basato sulla cosiddetta giustizia riparativa, ossia una risposta al reato che va costruita attraverso la mediazione penale tra le persone coinvolte. Attraverso il confronto mediato (con una terza persona imparziale) della vittima con il condannato, si individuano possibili soluzioni alle difficoltà derivanti dal reato e si partecipa attivamente per la riparazione delle sue conseguenze. In tal modo il colpevole prende atto delle sue responsabilità e si impegna a riconoscere le sue colpe e a riallacciare i rapporti con la società, mentre la vittima accoglie le scuse come un risarcimento morale. Il dialogo anche qui sembrerebbe l’unica forma in cui un individuo può comprendere in modo costruttivo, senza l’uso della forza le sue incongruenze e essere partecipe di una “riparazione” che consenta da una parte alla vittima di essere sollevata dalla sua sofferenza e al responsabile di essere riammesso nella società. Il problema si pone quando una delle due parti non sia disponibile al perdono: il confronto mediato presuppone che entrambi le parti siano disponibili ad un incontro. Molto spesso il rapporto tra vittima e responsabile non è adatto ad un confronto: una vittima risponde alla violenza con altra violenza, allontanandosi sempre di più dal responsabile.

 

La nostra società – puntando verso un atteggiamento psicologico di esclusione e di rifiuto, dove non solo i criminali, ma anche coloro ritenuti “diversi” vengono isolati e emancipati – non riuscirà ad attuare progetti diretti all’accoglienza e al perdono. La violenza come mezzo educativo non può che portare ad altra violenza e, pertanto, per superare questo contraddittorio sistema delle pene e castighi, dobbiamo cercare di educarci al dialogo verso gli altri e per gli altri.

 

24 aprile 2018

 

 

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A. Pilotto, Carcere e pena: quale giustizia?

G. Bertotto, Abolire il carcere




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