Libere riflessioni sull'Italia

 

L'Italia mi sembra sempre più "autentica", meno "in serie", più disordinata e incasinata, meno "funzionante", certo, ma tutto sommato più appropriata.

 

di Antonio Lombardi

 

 

Nel 1925, nella sua Storia del liberalismo europeo, Guido De Ruggiero sosteneva che il fatto che in Italia esista una maggiore disparità sociale rispetto alle altre nazioni fosse da ascriversi, tra le altre cose, all'aver mancato l'appuntamento con la rivoluzione industriale, e che tale mancanza fosse da imputarsi alla nostra mentalità retrivamente cattolica e controriformistica. La rivoluzione industriale, infatti, sarebbe dovuta a quello «spirito di coscienziosità e responsabilità caratteristico del Protestantesimo» per cui gli individui, iniziando a percepirsi come liberi e indipendenti rispetto al potere costituito (prima della Riforma rappresentato dalla Chiesa), iniziano a collaborare, ad associarsi e, insomma, a dar vita a un ceto medio su larga scala. Detto "papale papale": qui siamo rimasti artigiani perché meno liberi o ‒ è lo stesso ‒ meno liberi perché artigiani (una piccola eccezione l'avrebbe fatta la Lombardia, ma nel complesso contò poco). Sono abbastanza d'accordo. E sono d'accordo anche sull'identificazione di queste circostanze con le cause e le origini remote delle attuali logiche clientelari o "evasive" di cui tanto ci lamentiamo e per le quali diciamo spesso che vorremmo essere "come la Germania" o "come il Regno Unito", dove tutto funziona. È vero: c'è da lavorare su questo; c'è da stemperare la mentalità in certa misura ancora pseudo-feudale per la quale all'italiano basta servire chi gli permette di campare, e poi il resto non dico nemmeno del mondo ma della sua stessa città può anche andarsene in malora. E però io sono convinto che questo, che de Ruggiero chiama "sistema artigianale", oggi possa davvero essere la nostra forza, se invertito di segno. L'individualismo italiano ‒ che c'è, è innegabile ‒ è solo la versione deteriore del "genio patrio" di giobertiana memoria: in un mondo in cui il pane non viene più fatto a mano o in cui le città assomigliano sempre di più ad agglomerati di caserme tutte uguali, l'arte culinaria del panettiere di Altamura o i cosiddetti "bassi" napoletani costituiscono l'unica vera forma di resistenza che, ad oggi, mi pare plausibile in Occidente. L'Italia mi sembra sempre più "autentica", meno "in serie", più disordinata e incasinata, meno "funzionante", certo, ma tutto sommato più appropriata. E questo non è campanilismo, anzi: io penso che noi, a differenza degli altri paesi, abbiamo la colpa enorme di non esserci ancora resi conto sul serio di cosa siamo. E tentiamo malamente di assomigliare agli altri. In questo siamo peggio di tutti. E infatti facciamo schifo su più fronti, quasi su tutti. Forse, vedendo che gli altri andavano come dei treni (letteralmente), ci siamo convinti che dovevamo farlo anche noi, col risultato di sembrare ridicoli al mondo intero. L’Italia, come diceva nel secolo scorso Nicolás Gómez Dávila, è «una immensa massa contadina che non sa adattarsi al nuovo universo in cui vive» (Notas): la modernità e l’idea di Stato che si porta appresso sembrano esserle, per essenza, avverse. Il fenomeno odierno della mafia, probabilmente, è il risultato di una gestione dall’alto che mal s’applica a una rete sociale per sua natura portata ad amministrarsi spontaneamente attraverso piccole autonomie locali e corporazioni ‒ si pensi allo splendore della Repubblica di Venezia o della Firenze medicea! L’unità politica, forse, non le si confà, anche se ovviamente non ha più senso oggi pensare di tornare indietro, soprattutto dopo l'esperienza del fascismo e della liberazione, che in qualche modo hanno contribuito a saldarci come popolo.

 

Il mercato Rosati di Foggia, in un dipinto di Athos Faccincani
Il mercato Rosati di Foggia, in un dipinto di Athos Faccincani

 

Ancora oggi, nell’Italia meridionale il termine “guaglione”, traducibile con “ragazzo”, e che secondo alcuni deriverebbe il proprio etimo dal celtico “gwas”, all’origine di quello latino “vassallus”, indica il giovane di bottega, l’apprendista che, talvolta non pagato, si mette al servizio di un “signore” per imparare un’arte e il suo valore unico e inestimabile: un vero e proprio apostolo, che intrattiene col suo maestro un rapporto che è a un tempo di sottomissione e di amicizia. Qui in Inghilterra, da dove scrivo, una cosa del genere sarebbe vista semplicemente come pura follia (io lavoro, tu mi paghi. Punto). Ed è indicativo, tornando al problema della mafia, come il corrispettivo siculo “picciotto” rimandi tanto a questo significato più nobile quanto a quello deprecabile dello scagnozzo al servizio di un boss della malavita. 

 

Un'Italia per essenza "illiberale", dunque? Forse. Ma non è più illiberale provare a ad adeguare il poco duttile "materiale" italiano a una forma che gli sta decisamente stretta? Che forse si sia tentato solo di esportare un modello, senza capire che "liberale" è qualsiasi forma che realizzi il benessere delle persone e che le faccia "sentire" bene? Forse noi la nostra libertà dobbiamo ancora capir bene che cos'è. E magari è per questo che l'esperienza liberale in Italia è stata un fallimento.

 

30 aprile 2018