David Foster Wallace e la filosofia

 

C’è uno stretto legame tra la scrittura di Wallace e la filosofa: la sua formazione è infatti prima filosofica e poi letteraria; la sua passione per la logica e la matematica ne ha esaltato le doti da studente, aiutandolo ad uscire da un periodo di difficile ambientazione al college. Prezioso risulta il contributo della ricercatrice Chiara Scarlato che ha impostato la lettura di IJ (Infinite Jest) su alcune categorie heideggeriane.

 

 

Una non trama

 

IJ: La trama del libro s’incentra sulla cartuccia smarrita di un film, a cui si fa riferimento chiamandola l’Intrattenimento, ma intitolata Infinite Jest,  dal suo autore, James O. Incandenza. La visione del film produce un vero e proprio piacere fisico, talmente intenso che i suoi ignari spettatori dopo pochi istanti perdono qualsiasi interesse per tutto ciò che non sia l'infinita visione del film. La cartuccia rappresenta la dipendenza, uno dei temi centrali del romanzo, che si svolge in gran parte nell’accademia di tennis fondata da Incandenza (l’ETA) situata nei sobborghi di Boston, nonché nella casa di recupero e reinserimento per tossicodipendenti (l’Ennet House) in cui presta servizio Don Gately, un ex ladro d’appartamenti e tossicodipendente in via di reinserimento. Nel mondo futuristico del romanzo, il Nord America è uno Stato unico composto dagli Stati Uniti, dal Canada e dal Messico, denominato Organization of North American Nations (O.N.A.N.), in cui le grandi imprese acquistano il diritto di dare il nome a ciascun anno del calendario, come ad esempio: Anno del Pannolone per Adulti Depend. 

La struttura narrativa di IJ non ricorda nemmeno lontanamente l’arco narrativo rappresentato dal triangolo di Freitag, ma è strutturato come un frattale, ossia un oggetto matematico che presenta la stessa struttura su diverse scale: secondo lo stesso Wallace il frattale a cui si fa riferimento nella struttura del libro è il triangolo di Sierpinski.

 

Triangolo di Sierpinski
Triangolo di Sierpinski

 

Così la struttura narrativa di IJ somiglia a un grande ricevitore, un’antenna, che attira verso il suo centro materiale narrativo eterogeno, scomponendo la linearità temporale e diegetica.  Nel suo insieme è un testo che ricorda più l’evento (ereignis) heideggeriano: uno storico accadere in cui, grazie all’aprirsi delle aperture, gli enti vengono all’essere e divengono visibili.

 

Una wallaciana filosofia

 

IJ secondo Heidegger: Per meglio cogliere l’approfondimento con Chiara Scarlato, è doveroso riassumere alcune categorie della filosofia di Heidegger. Nella conferenza La questione della tecnica, del 1953, il pensatore tedesco pone la domanda circa l’essenza della tecnica moderna, rintracciando la sua origine nella mentalità metafisica, che riduce tutto al livello dell’oggettività misurabile e pianificabile, a partire dalla sua impiegabilità concreta. La tecnica è divenuta così il modo prevalente del «disvelamento» (aletheia), nel senso che l’uomo di oggi esperisce la verità dell'Essere sotto forma di tecnica, la quale si «impone» all'uomo come «pro-vocazione». Per definirne l’essenza Heidegger usa il termine Gestell («scaffale», «imposizione») che spinge l’uomo a dirigere ogni elemento della natura, ogni energia, persino sé stesso al fine di immagazzinarli, modificarli e nuovamente impiegarli.

Di fronte a questa im-posizione (Ge-stell) l’uomo può recuperare la sua libertà soltanto divenendo consapevole del vero carattere della tecnica, che al fondo non è qualcosa di meramente strumentale, e la cui «montatura» non ha nulla di tecnico, ma è ancora una volta parte del destino dell'essere. Questo, da un lato, non può essere contrastato; tuttavia una sorta di assunzione di responsabilità nei confronti di un tale destino, può consentirci di custodire la possibilità di una salvezza, oggi messa in grave pericolo dalla tecnocrazia. Recuperando i versi di Hölderlin, «è proprio nel pericolo che si annida ciò che salva», Heidegger utilizza il senso originario della parola tèchne («arte») e ne riscopre l'affinità con la poiesis: entrambe, nell'antica Grecia, stavano a indicare la produzione del vero e del bello. 

Nella Grecia classica le opere d’arte sono ancora opere artigianali, cioè "tecniche": l’estetica moderna non ha ancora separato i concetti. È proprio questa, quindi, la via di salvezza che Heidegger propone all'uomo moderno: essa passa per un ambito che è strettamente affine alla tecnica stessa, e tuttavia ne è distinto nel fondamento, ovvero l'ambito dell'arte, poiché «l’essenza più profonda della tecnica non è nulla di tecnico». Vediamo come queste categorie di imposizione, tecnica e arte siano collegate a IJ e alla brillante interpretazione di Chiara Scarlato.

 

Martin Heidegger
Martin Heidegger

D) Chiara Scarlato ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato. Tu stai conseguendo un Dottorato di ricerca sull’intera opera di David Foster Wallace: ti chiederei di spiegare brevemente come nasce questo progetto di ricerca.  Direttamente dalla tesi di laurea o è un argomento nuovo?

 

R) Grazie a te Emiliano per avermi contattata. L’impostazione e la cornice metodologica che utilizzo per il progetto di Dottorato sono differenti rispetto a quelle impiegate per le analisi condotte durante le ricerche per la scrittura delle precedenti tesi di laurea in filosofia, però in un certo senso derivano da quelle esperienze. La tesi di laurea triennale verteva essenzialmente su una rilettura del romanzo Infinite Jest alla luce dei dispositivi heideggeriani di tecnica e verità, con una particolare attenzione anche ai temi relativi al linguaggio che poi ho maggiormente approfondito nella tesi specialistica, unendo l'analisi del linguaggio-scrittura ad alcune implicazioni di tipo "metafisico". Infatti, nel secondo lavoro, ho più che altro considerato la scrittura di Wallace nell’ottica di quel tentativo che lo scrittore stesso ha richiamato durante l'intervista con David Lipsky del 1996, quando parla di «un impulso religioso distorto» che si trova alla base di IJ.

 

D) È questa rilettura di IJ che vorrei approfondire. Nel saggio che accosta Wallace alla filosofia di Heidegger, hai letto l’intero Infinite Jest con le categorie della filosofia di Heidegger: accosti la parola heideggeriana Gestell alla wallaciana framework, l’intrattenimento alla tecnica e il film del romanzo all’opera d’arte di Heidegger. La tua interpretazione è assolutamente pertinente e modifica l’intera visione del romanzo, dalla quale non si potrà più prescindere. Puoi tornare brevemente sull’argomento che è per sua natura molto vasto? 

 

R) Sì, l’articolo costituisce un estratto della tesi triennale appunto. Wallace conosceva in maniera approfondita le speculazioni heideggeriane, come viene testimoniato da alcuni riferimenti presenti in lettere e saggi come Che esagerazione!, Futuri narrativiVistosamente giovani, oltre che da alcune dichiarazioni rilasciate durante le interviste. Tuttavia, IJ è l'unico tra gli scritti di fiction in cui l'«Heideggerian Perspective» viene nominata apertamente: si tratta della scena in cui Joelle Van Dyne e Molly Notkin partecipano ad una festa e nel chiacchiericcio anonimo è possibile ricostruire uno scambio di battute inerente alla tematica della tecnica heideggeriana; in particolare, alla questione se si possa considerare che lo spazio in cui viviamo sia per sua stessa natura già tecnologicamente precostituito. Questo spazio, infatti, intrattiene gli esseri umani secondo una doppia accezione, che caratterizza sia l'essere racchiusi al suo interno, che l'essere costantemente distratti dai dispositivi della tecnica, in una deiezione infinita, che è perfettamente rappresentata dagli effetti letali che il filmato IJ ha su tutti coloro che entrano in contatto visivo con esso. In quest'ottica, il film si costituisce anche come possibilità di opera d'arte, perché rivela una verità attraverso la voce stessa della verità, che è quella di Joelle Van Dyne. La seconda allusione che Wallace fa, questa volta implicitamente, a Heidegger si riscontra in un dialogo tra Joelle e Don Gately che ha come temi il dis-velamento e il nascondersi apertamente; mettendo alcuni passi del Parmenide di Heidegger a confronto con il dialogo, è possibile avanzare l'ipotesi che lo scrittore abbia tradotto attraverso il linguaggio letterario questi particolari temi filosofici, con un'impostazione probabilmente ironica.

 

D) Possiamo dire, semplificando molto, che La scopa del sistema  è un romanzo wittgeinsteniano come Infinite Jest lo è in ottica heideggeriana?

 

R) La scopa del sistema risente certamente delle filosofie di Wittgenstein e Derrida – come Wallace più volte ammette. Tuttavia, l'assimilazione tra filosofia e letteratura, in questo caso, provoca addirittura un certo imbarazzo nello scrittore, che considera il suo romanzo d'esordio come una «tesina teorica molto brillante», che non instaura però alcun un rapporto con il lettore: l'assenza di finale e alcuni passaggi volutamente complicati e densi di concetti filosofici possono infatti provocare un sentimento di fastidio e quindi allontanare il lettore da quello scambio autentico che Wallace aveva intenzione di portare avanti attraverso la sua scrittura. Ovviamente, il giudizio di Wallace è fin troppo caustico e severo; io ho iniziato la lettura di Wallace nel 2012 proprio con La scopa del sistema e, si può dire, che non ho mai smesso di leggere e rileggere i suoi testi, proprio grazie al linguaggio letterario di BS e ai suoi temi che hanno direttamente influenzato la mia formazione filosofica, incastrandosi con i corsi universitari che stavo seguendo in quel periodo. Per quanto riguarda IJ, Wallace non ha mai parlato di una cornice heideggeriana di riferimento, nonostante le allusioni esplicite che ho precedentemente menzionato; quindi, la mia è una ipotesi interpretativa che trova la sua legittimità nella scrittura di Wallace e negli interessi filosofici più volte richiamati dall'Autore.

 

D) In Italia Wallace è conosciuto e amato ma la critica, accademica e non, lo ha pressoché ignorato: Carlotta Susca ha scritto una monografia nel 2012, Emanuele Altissimo una tesi di laurea pubblicato in Ebook; una volta pubblicata, la tua tesi di dottorato sarà il terzo saggio dedicato all’opera di D.F.W. (quarto se contiamo il saggio su cui uscirà questa intervista). Come ti spieghi tanta reticenza per un autore che vede aumentare continuamente i suoi lettori e le nuove edizioni delle opere?

 

R) Nonostante il numero di saggi in Italia non sia elevato, ho una visione un po' meno negativa della questione! Conosco altri dottorandi e dottori di ricerca che hanno lavorato e stanno ancora lavorando su progetti incentrati sulla figura di David Foster Wallace, analizzando aspetti abbastanza eterogenei tra di loro. Oltre alle due monografie che hai citato, ce ne sono altre e c'è il tuo lavoro; il mio è ancora in fase di elaborazione e ti ringrazio per l'auspicio di pubblicazione. Penso che si stia sviluppando una piccola comunità scientifica anche in Italia, anche se, certo, con un po' di ritardo rispetto agli Stati Uniti e all'Inghilterra. Sinceramente la situazione non mi provoca molto stupore se penso alla risposta classica che quasi sempre mi viene data quando dico che lavoro su David Foster Wallace. Nel migliore dei casi è: “Lo scrittore che si è suicidato? Non ho letto nulla”. Quindi, bisognerebbe prima slegare Wallace dalla vicenda del suicidio e dalle varie etichette che gli sono state attribuite, alcune più o meno utili a definirne lo stile, altre del tutto imbarazzanti, come l'ultima di cui ho notizia, per la quale Wallace sarebbe addirittura un misogino. Accolgo sempre con profondo sgomento la leggerezza con la quale si tende a catalogare un’opera senza avere una cognizione minima dei contesti di scrittura.

 

Posso aggiungere che Heidegger è il filosofo che nel Novecento si è messo, più di altri, in ascolto dell’Essere, così come Wallace ha cercato di capire cosa significhi essere un ‘fottuto’ essere umano

La sua impostazione filosofica, la logica modale, rientra nell’ambito della filosofia analitica più che continentale, recuperando il famoso titolo di Franca D’agostini. Il testo sottolineava come la filosofia analitica fosse praticata principalmente in Gran Bretagna, Paesi scandinavi e America del Nord; mentre la cosiddetta filosofia continentale (fenomenologia, esistenzialismo, ermeneutica, marxismo, storicismo…) fosse praticata in Germania, Francia, Italia, Spagna, Austria. L’interpretazione di IJ con le categorie di Heidegger attua una svolta continentale, e, cosa ancor più significativa, viene proposta dall’accademia italiana.

 

26 febbraio 2018